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  1. Una interpretazione non luttuosa della crisi

Nel recente passato, la nostra riflessione collettiva ha ottenuto qualche risultato analitico non disprezzabile nel cartografare i processi di trasformazione costituzionale. Abbiamo saputo guardare dentro i processi di decostituzionalizzazione, dentro la perdita di forza formativa e normativa della mediazione costituzionale del Novecento, e, allo stesso tempo, indagare le pratiche, gli usi, gli esperimenti che si fanno largo all’interno di quei processi. Di certo, non abbiamo inventato noi la critica del diritto: forse, però, siamo riusciti a non infilarci nella ampia schiera di chi ha fatto della meditazione infinita sulla “fine del diritto” una sorta di ultimo rifugio per celebrare malinconicamente la perduta autonomia del diritto e dei giuristi, proprio nello stesso momento in cui se ne proclama la crisi. Abbiamo preferito – per usare una bella espressione che il collettivo Smaschieramenti, nel suo intervento, ci ha ricordato, estraendola dalla genealogia delle lotte queer – esercitare, piuttosto che il mestiere di custodi del rimpianto, una sana “arte del fallimento” (Smaschieramenti, 2013). Anche perché di quelle tradizioni di cui si canta continuamente la fine, ricordiamo più le infamie che i fasti. In modo piuttosto brutale: la tradizione del diritto pubblico, al cui esaurimento guardano i mille discorsi sulla fine del diritto e sulla decostituzionalizzazione, è stata la matrice tenace di quella costante riduzione all’Uno, all’unità sovrana, di cui la scienza giuridica si è fatta a lungo custode; mentre, dentro il diritto privato, pur storicamente meno influenzato dal dogma statualistico, si è costruita la centralità della proprietà nell’esperienza giuridica moderna.

Piuttosto che chiosare all’infinito l’esaurirsi di queste tradizioni, sarebbe necessario, una buona volta, prendere atto che i processi di decostituzionalizzazione hanno evidenziato definitivamente l’impossibilità di difendere qualsiasi “metodo giuridico” come ultima cittadella fortificata. Ci siamo confrontati utilmente con chi – per esempio, “postfunzionalisti” come Gunther Teubner – ha condiviso con noi sia la diagnosi sull’esaurimento delle geometrie costituzionali della modernità, sia la sana attitudine al rifiuto del rimpianto (Chignola, 2012). Ma dentro quei processi, abbiamo provato a vedere qualcosa d’altro che la possibilità di una qualche nuova possibile regolazione dei rapporti reciproci tra sistemi sociali. Non ci siamo posti il problema di ridare il “giusto” posto al diritto, di “limitare” la voracità del sistema economico, di restituire un seppur riformato e ben temprato scettro al sistema politico. Sia perché l’intensità della trasformazione del capitalismo finanziario ci costringe evidentemente a prendere congedo non solo dalle mediazioni classiche del welfare statuale, ma anche da ogni illusione di poter in qualche modo amministrare la crisi con una più o meno innovativa azione di risistemazione dei confini; sia, soprattutto, perché indaghiamo i dispositivi giuridico-amministrativi sempre tenendo fermo un punto, davvero poco praticato dai giuristi, anche quelli più avvertiti e sensibili alle trasformazioni del postmoderno: che ogni dispositivo normativo funziona, incide, mette in forma, produce ed è prodotto da trasformazioni della soggettività.

La crisi degli ordini costituzionali , la crisi della mediazione welfarisitica, è incomprensibile senza affondare lo sguardo nella crisi e trasformazione della crisi delle figure soggettive che la sorreggevano. Ma allora, proprio in virtù di questa scelta di metodo, dentro quelle trasformazioni soggettive, abbiamo potuto sempre individuare dispositivi di produzione in grado, potenzialmente, di rovesciare il senso degli stessi processi di decostituzionalizzazione, di spingere la nostra ricerca oltre la diagnostica del frammento o l’ingegneria della crisi. Da questo sguardo materialmente impiantato nelle trasformazioni soggettive, la crisi del costituzionalismo classico non ci è mai apparsa semplicemente crisi degli antichi ordini, ma anche tensione e occasione per leggere nuove sperimentazioni, nuove combinazioni, nuovi concatenamenti. Nuove macchinazioni. E proprio in quelle trasformazioni soggettive così spesso esorcizzate dalla scienza giuridica (ma non sempre: qualche interlocutore  quantomeno sul piano della registrazione delle radicali trasformazioni della soggettività, comincia a spuntare anche nel campo dei giuristi!), si radica la ricerca sulle istituzioni del comune, su un nuovo e diverso welfare, oltre la crisi radicale e le sinistre nostalgie per le antiche mediazioni e le figure soggettive che reggevano il welfare burocratico e centralizzato degli stati nazionali. Solo questo metodo, che piega l’analisi oggettiva delle trasformazioni dei dispositivi all’impianto soggettivo che le anima, ci può permettere di affrontare i processi di decostituzionalizzazione, il mare del “post-moderno” della crisi del diritto, senza trasformarci in mistici della Fine o in cinici amministratori del Frammento.

  1. 2.     Della costituzione

Vediamo allora di proporre, animati dall’attenzione alle trasformazioni delle soggettività e dal rifiuto delle interpretazioni luttuose della crisi, qualche problema di fondo che la nostra discussione deve necessariamente affrontare. In primo luogo, come stare dentro le trasformazioni della “costituzione” europea e delle costituzioni nazionali. Il quadro contemporaneo di queste trasformazioni rende molto esplicite alcune linee di tendenza radicate in una durata piuttosto lunga, ma alle quali la crisi ha impresso un’accelerazione radicale. Il dibattito italiano sulla riforma della costituzione ha forse il merito di rendere tutto questo piuttosto esplicito, grazie anche alla sua buona dose di rozzezza. L’imposizione degli adeguamenti della carta costituzionale alle necessità del comando finanziario della crisi segue con monotona precisione, infatti, strade già ampiamente tracciate nei processi sovranazionali: accentramento degli equilibri costituzionali sulle funzioni esecutive, risposta alla crisi della rappresentanza attraverso forme di governo semipresidenziale o presidenziale, costituzionalizzazione sempre più stringente dei vincoli di bilancio, “autonomia” del governo della moneta e così via. L’antico “conservatorismo” costituzionale di una parte della sinistra non ha impiegato troppo tempo a convertirsi al nuovo riformismo internazionale delle nostrane larghe intese: sono tendenze, in fondo, che non da oggi la socialdemocrazia europea concepisce come inevitabili. Piuttosto, a fare un qualche attrito contro questo nuovo attivismo “riformatore”, permane una certa “forza simbolica” delle carte costituzionali nazionali (Marella, 2013), a cominciare da quella italiana: ne è testimonianza – comprensibilissima – la ripresa di mobilitazione sul tema della “difesa della costituzione”, che vede coinvolti ampi settori, per esempio, dei movimenti dei beni comuni.  Ma s’affaccia qui la questione cruciale dei piani, dei luoghi, dei soggetti, entro cui una resistenza produttiva a queste trasformazioni può radicarsi, ed avere possibilità di una risposta all’altezza della sfida di questo neoriformismo costituzionale. In primo luogo, e riprendo ancora un’espressione di Maria Rosaria Marella: la “soggettivazione attraverso il lavoro” , l’architrave della mediazione costituzionale classica, si è esaurita. Nessuna opposizione alla “rivoluzione dall’alto” costituzionale può eludere questo piano: allo smantellamento del disegno costituzionale tradizionale, non è pensabile opporre una resistenza che non faccia profondamente i conti con l’esaurirsi di quell’idea di cittadinanza, modellata sul nesso cittadino/lavoratore/maschio/eterosessuale, che fondava non poco della “forza normativa” del costituzionalismo tradizionale, e che è stata completamente spiazzata innanzitutto dalle lotte che, dagli anni Sessanta in poi, hanno fatto emergere un’eterogeneità soggettiva radicalmente irriducibile a quella figura di “cittadino”. L’opposizione al neoriformismo costituzionale può avere qualche senso, e qualche forza, solo se si radica, in modo radicalmente indissolubile,  dentro la battaglia per un nuovo welfare, che rielabori una sua effettiva “universalità”, finalmente all’altezza di quella ricchezza di differenze e singolarità. Altrimenti, nessuna difesa della costituzione può sperare di convocare a sé soggettività che già affrontano, nella loro esistenza quotidiana, lotte di resistenza contro dispositivi di assoggettamento e di messa al lavoro radicate su un piano completamente altro rispetto alla mediazione costituzionale classica. Inoltre, se quella mediazione ci lascia indifesi – per quanto ci si possa mobilitare “simbolicamente” a sua difesa – sul piano dei soggetti, allo stesso modo è spiazzata sul piano degli spazi, dei confini entro i quali una resistenza al neoriformismo costituzionale potrebbe essere pensabile. Davanti agli effetti della “rivoluzione dall’alto”, si alzano da più parti voci che – reagendo alla dimensione evidentemente sovranazionale di quei processi – immaginano la praticabilità del piano nazionale come piano di ricostruzione di meccanismi democratici (ad esempio, di recente, Streek, 2013). Eppure, nei processi di riscrittura degli equilibri costituzionali, sono proprio le costituzioni nazionali a risultare, non da ora,  già sottoposte a un rilevante svuotamento di senso, all’interno di una radicale trasformazione di spazi e di confini. Nessuna riattivazione di spazi democratici è immaginabile a partire dall’idea che la crisi delle rappresentanze nazionali sia l’effetto dell’attacco della “rivoluzione dall’alto”, e non piuttosto il campo già dissestato su cui quella “rivoluzione” muove la sua paradossale capacità costituente. Semmai, lo scetticismo di molti sulla possibilità effettiva di un nuovo costituzionalismo sovranazionale, andrebbe ricondotto al problema di fondo: la capacità di incidere, immaginare, produrre processi europei di riappropriazione democratica si gioca sull’essere consapevoli, fino in fondo, che il nuovo spazio nel quale questi processi potrebbero darsi non è uno spazio già dato e predefinito, non è un presupposto, come poteva essere il territorio per l’antica dottrina del diritto pubblico statuale. Uno spazio europeo eventualmente “praticabile” per l’invenzione di processi, campagne, azioni con intenzione e portata costituente è esso stesso un prodotto, la creazione di una possibile azione costituente, della capacità o meno delle lotte di uscire dalla nostalgia, rassicurante ma perdente, degli antichi confini e di giocare la scommessa politica della loro generalizzazione.

  1. 3.     Politica è riappropriazione del welfare

L’avversario, al solito, può insegnare molto se lo si affronta nei suoi punti di forza. E la forza del neoliberalismo è che ha investito a fondo sulla produzione di soggettività, sapendo gestire, e anche captare attivamente, l’impossibilità di una gestione centralizzata e omogeneizzante di usi e pratiche. Si è ampiamente nutrito di soggettività mobili e indisciplinate, ricatturandole poi attraverso le modalità feroci di rigerarchizzazione e selezione che ben conosciamo, e non disdegnando di tornare a utilizzare, nei nuovi contesti, anche gli antichi attrezzi “disciplinari” e identitari quando potevano venire utili: a cominciare dalla mai tramontanta esaltazione dei valori della famiglia, dai rinnovati dispositivi di  razzializzazione e genderizzazione, dagli antichi mostri della Patria e della Nazione. Ma, proprio ora che la crisi non produce altra via d’uscita che la prosecuzione autoritaria del neoliberalismo stesso, si apre la possibilità di far un buon uso sovversivo dello stesso fallimento del welfare. Le lotte più innovative degli ultimi anni si collocano, non a caso, sul terreno degli esperimenti di riappropriazione democratica del welfare: persino quando sembrano parlare il linguaggio della nostalgia del “pubblico”, nei fatti sono animate da una tensione all’autogestione e all’autorganizzazione che mostra come il terreno della centralizzazione burocratica del welfare sia oramai non solo impraticabile, ma anche compiutamente detestato. D’altra parte, queste nuove lotte sono sempre meno accostabili alle classiche “lotte sui servizi”, in quanto si collocano sempre più decisamente in una prospettiva che toglie qualsiasi possibilità di confinarle entro ambiti “settoriali”. Quando si estrae valore dalla finanziarizzazione del welfare, e l’intera produttività delle soggettività è convogliata dentro i meccanismi di credito/debito, le “lotte sui servizi” non sono solo più la prosecuzione della lotta sul salario, seppure allargata all’intera fabbrica sociale, ma compiono un vero e proprio salto intensivo: probabilmente, finiscono per essere la forma dell’unica azione politica concretamente praticabile nell’epoca della precarizzazione generalizzata, l’unico spazio politico che si apre all’interno dei dispositivi della compiuta sussunzione reale. La forma attuale della sussunzione reale, infatti, non offre altra possibilità di sganciamento di ritmi e tempi di vita, nessuna altra possibilità praticabile di rifiuto dei dispositivi di assoggettamento, orami estesi dal “lavoro” a tutta la vita in quanto produttiva, che non si collochi dentro strategie di riappropriazione del welfare. Le soggettività precarie, nel frattempo, hanno incorporato in sé potenzialità di autorganizzazione molto forti, le stesse, in fondo, di cui ha continuamente ha saputo nutrirsi il neoliberalismo. Ed esercitano continuamente, in modalità più o meno esplicite, più o meno organizzate, tentativi di fuga, di sottrazione, o di rottura nei confronti dei dispositivi proprietari che tendono a rinchiudere quelle potenzialità, ad appropriarsene con la continua pressione per rimodellare, rimettere in riga, selezionare le soggettività. Così, l’esercizio di pratiche destituenti sta insieme necessariamente a un altrettanto continuo tentativo di riappropriazione di beni e servizi. In questo senso, per esempio, le lotte sui beni comuni, quando si sono tradotte nelle lotte delle soggettività precarie metropolitane, hanno immediatamente reso esplicita quella tendenza alla rottura con gli equilibri proprietari “costituzionali” che il tema dei beni comuni porta in sé comunque “implicitamente” (Nivarra, 2013). Di conseguenza, la riappropriazione del welfare non è più semplicemente una delle possibili armi della lotta politica, uno tra i tanti punti di un eventuale programma: ma è la forma della possibilità stessa del darsi di una politica oggi. E, per converso, molte esperienze precarie hanno una forza e una carica politica che l’occhio allenato alle lotte “politiche”  tradizionali non è in grado di scorgere, e rischia magari di trascurare come irrimediabilmente impolitiche. Chi vuole oggi porsi il problema della politica, deve imparare che preziosi atti di sabotaggio e di riappropriazione si trovano in forme, modi, esperimenti completamente eterogenei, e per nulla assimilabili a quelli posti in essere del lavoratore/cittadino. Per questo, dentro le lotte delle soggettività precarie, è diventato progressivamente indistinguibile il piano del mutualismo dal piano dell’organizzazione politica: sovrapposizione di certo non esente da rischi, per la facilità con cui il mutualismo può essere agganciato e riassorbito nelle strategie neoliberali della sussidiarietà e dell’amministrazione neutralizzante delle stesse forme di autorganizzazione. Ma, per la riflessione sui possibili “modi di far politica”, questo dato va egualmente assunto fino in fondo. Non c’è, da un lato, il problema “strutturale”  del costruire organizzazione politica, e dall’altro, l’obiettivo “programmatico” di costruire un welfare finalmente adeguato a soggettività non uniformate, non disciplinabili, a differenze ricche di capacità produttive, innovative, autonome: organizzazione politica, riappropriazione dei servizi, invenzione del welfare del comune, sono, ora, un solo, indissolubile movimento. Quel che questo significa sulle modalità di conduzione delle lotte, sul senso della militanza “politica”, sul nesso stesso tra militanza e vita, siamo forse in grado per ora solo di intuirlo, ma è, probabilmente, il passaggio cruciale per  riuscire a passare dalle “lotte per i servizi” alla sperimentazione di una politica del comune.

  1. 4.     Diritti, usi e produzione di soggettività

 La riflessione giuridica tradizionale è evidentemente in estrema difficoltà in questi passaggi. Pure, grazie alle spinte del movimento dei beni comuni, abbiamo avuto negli ultimi anni spunti e innovazioni preziose. Che però bisognerà installare all’altezza di quella trasformazione complessiva che può condurci a una complessiva politica per il comune. Prezioso, per esempio, è stato in questi anni il ritorno di attenzione ai problemi e alle risorse degli usi, a lungo schiacciati dalle tradizioni formalistiche imperanti. Ma che senso può avere oggi il richiamo all’uso? E’ evidente che quando i giuristi ritornano alla riflessione sugli usi, poco possono trovare di utile nell’oggettivismo che segnava i richiami tradizionali alle consuetudini. Il ritorno degli usi, oggi, sta esattamente dentro l’impossibilità di contenere dentro la mediazione statuale e classicamente welfaristica la ricchezza potenziale delle pratiche messe in moto dalle soggettività ricche e dense delle nostre metropoli. Usi e pratiche, certo, forzano l’antico disegno astrattamente normativo, proprio come il welfare del comune prova a irrompere nella crisi del welfare centralizzato e organizzato “pubblicisticamente”.  Con qualche ironia, potremmo dire che, se l’attenzione tradizionale dei giuristi si rivolgeva agli usi in una dimensione temporale segnata dal passato, e custodita dalla consuetudine, qui l’unica consuetudine di cui queste soggettività fanno continua mostra è, al contrario, quella all’invenzione, alla trasformazione del presente, all’immaginazione delle possibilità aperte. E l’uso di cui parliamo non ha più nulla di oggettivabile: gli usi non sono altro che le pratiche di liberazione dagli assoggettamenti e di costruzione di nuove macchine soggettive. E’ in questo senso che abbiamo insistito, qualche volta, sul non rinchiudere il discorso dei beni comuni all’interno di una semantica dei “beni”, ma aprirlo al comune (al singolare)  inteso come attività, cooperazione sociale, produzione di affetti, di linguaggi, di socialità (Baronian-Vercellone, 2013).  Lo stesso alfabeto dei diritti attraversa questo processo di soggettivazione. Conserverà il nostro welfare il linguaggio dei diritti, la sua universalità? Più che in un’oziosa discussione, tutta astratta, tra universalismo dei diritti e particolarismo delle differenze, la questione sta dentro la produzione di quest’universalità. Che non si costituisce per nulla sul calco dell’immagine presupposta del “soggetto”, del “titolare” dei diritti: è l’intero linguaggio dei diritti fondamentali, invece, che è riscritto – nello stesso movimento di produzione delle istituzioni del comune – dentro la nuova produzione di soggettività. La forza esemplare che oggi assume la centralità del reddito di base sta esattamente qui: non solo nel suo aspetto strettamente rivendicativo, e retributivo, di riappropriazione del valore prodotto ed estorto, ma soprattutto per il modo in cui, all’interno del reclamare reddito, si intrecciano indissolubilmente i piani dell’universalità (diritto universale al reddito) e dell’incondizionatezza (diritto a vivere “senza condizioni”, a esprimere tutto il proprio potenziale attraverso la liberazione dai dispositivi di cattura della propria soggettività, diritto, in fondo, a vivere senza modellarsi sui modi, tempi e ritmi della vita personale trasformata in impresa). L’universalità del reddito – quale universalità della liberazione dai condizionamenti, della riaffermazione, in tutta la sua materialistica consistenza, dell’irrinunciabilità della libertà – è in fondo anche l’esempio migliore dell’universalismo, materialissimo e situato, del welfare del comune. Un welfare pienamente della persona, della singolarità e della differenza, che rompe lo scambio “sovrano” tra riconoscimento del proprio essere “buon cittadino” – patriota, buon padre di famiglia, onesto lavoratore, e, semmai, madre amorevole – su cui si fondava il welfare centralistico e che, allo stesso tempo, rende possibile la resistenza nei confronti dei nuovi dispositivi di assoggettamento, che tendono a trasformare in impresa la vita stessa. Un welfare che non proclama titolari astratti di diritti astrattamente fondamentali, ma che riporta tanto il tema dei diritti che quello della titolarità alla concretezza del continuo prodursi di soggettività, al continuo sviluppo, potenziarsi e modificarsi delle potenzialità soggettive. Diventa necessaria, alla luce dei possibili esperimenti di riappropriazione democratica della salute, della formazione, dei trasporti, dell’ambiente, una vera e propria riscrittura del contenuto dei diritti fondamentali alla luce della loro “titolarità” non più individuale, né collettiva, ma comune, e del loro esercizio pienamente democratico. Ancora una volta, dentro le nostre metropoli, oltre il vecchio nesso contrattuale tra prestazione e servizi, tra soggetto “titolare” e “riconoscimento” dei suoi diritti, avviene quello che ben sapeva Spinoza: che i diritti del comune sono uguali alla ricchezza della potenza che sanno esprimere le singolarità che quel comune compongono. A noi far vivere questa capacità di unire composizione delle soggettività e diritti dentro progetti di riappropriazione ed autorganizzazione dei servizi dove i diritti non siano più né negati, né “erogati”, ma prodotti dentro una nuova, democratica, “amministrazione” del comune.

Riferimenti

Laurent  Baronian – Carlo Vercellone, Moneta del comune e reddito sociale garantito, nei “materiali prepratori” (in uscita per “Terrains/Théories”, autunno 2013).

Sandro Chignola, a cura di, Il diritto del comune, ombre corte, Verona, 2012.

Maria Rosaria Marella, 2013, Pratiche del comune. Per una nuova idea di cittadinanza, in “Lettera internazionale”, ora nei “materiali preparatori”

Luca Nivarra, 2013, I beni comuni uni e trini e il capitalismo proprietario, nei “materiali preparatori”

Laboratorio Smaschieramenti, Spunti di riflessione dalle reti transfemministe/queer, nei “materiali preparatori”

Wolfgang Streek, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, tr. it. Feltrinelli, Milano 2013.

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[English version: http://www.globalproject.info/it/in_movimento/toni-negri-building-coalitions-of-the-multitude-in-europe/15064]

[Versión española: http://www.politicaycomun.com/2013/09/por-la-construccion-de-una.html]

Scusate se la prendo da lontano. Vorrei infatti chiedermi prima di tutto che cosa vuol dire “far politica oggi” e risalire poi al tema Europa. Far politica sul terreno dell’autonomia, vale a dire assumendo il punto di vista del soggetto sovversivo e di conseguenza analizzando le figure e i modi di agire del proletariato precario-cognitivo. Ritrovo infatti i bisogni e i desideri di questo soggetto come dispositivo centrale, virtualmente egemonico, nell’analisi dei movimenti della moltitudine dominata e sfruttata nella sua lotta contro l’ordine capitalista.

Ci sono due argomenti, meglio, due topoi che vanno assunti affrontando questo tema. Il primo è oggettivo, bisogna cioè chiedersi che cosa significa porsi dentro lo sviluppo capitalistico nella fase critica dell’egemonia neoliberale. Potremmo anche, probabilmente, cominciare ad interrogarci sui “limiti del capitalismo”, togliendo tuttavia di mezzo preventivamente ogni previsione catastrofica comunque questa si presenti ed ogni nostalgia di una tradizione attestata da troppo tempo su questa illusione. Il contesto capitalistico è oggi caratterizzato dal dominio del capitale finanziario che sta consolidando la sua azione dopo una lunga transizione, che risale almeno alla seconda metà degli anni ’70. L’abbiamo ampiamente seguita, questa evoluzione, e spesso anticipata nel nostro lavoro collettivo: vediamone dunque semplicemente le conclusioni. Il capitale finanziario è egemone, non lo si può più definire come facevano Marx e Hilferding, poiché esso si è fatto capitale direttamente produttivo: cerca oggi la sua stabilizzazione esercitando attività estrattive sia nei confronti della natura e delle sue ricchezze, sia nei confronti del biopolitico-sociale (cioè del welfare). Quando parliamo di consolidamento del potere del capitale finanziario ne parliamo ipotizzando (ed è una ipotesi che si avvicina ormai ad una verifica conclusiva) che la trasformazione del capitalismo abbia comportato (tra l’altro – ma l’osservazione è tanto limitativa dell’analisi, quanto importante per concentrare quest’ultima su quanto ci interessa) – abbia dunque comportato una assai profonda trasformazione delle forme territoriali e delle strutture istituzionali nell’assetto globale degli Stati e delle nazioni nel “secolo breve”. Questa trasformazione comincia all’interno dei singoli mercati nazionali dove, in ciascuno di essi, la struttura produttiva capitalistica è riorganizzata dopo la prima Grande Guerra (rispondendo al trionfo della rivoluzione bolscevica), secondo moduli contrattuali keynesiani. Nel secondo dopoguerra e dopo le “ricostruzioni”, questo modulo di organizzazione sociale e di comando capitalista comincia ad essere fragilizzato e talora a saltare sotto la pressione operaia: è allora che comincia la rivoluzione neoliberale a partire dalla fine degli anni ’70 con una straordinaria accelerazione all’inizio del XXI secolo. Essa riorganizza innanzitutto lo Stato secondo modalità fiscali nella gestione della crisi e nella governance del debito pubblico. Il procedere della mondializzazione che interviene in quel periodo e l’affermazione globale dei “mercati finanziari” spostano il controllo delle possibilità debitorie dello Stato dal potere pubblico alle strutture che organizzano il privato, dall’equilibrio dell’amministrazione interna  dello Stato all’equilibrio costruito sotto il dominio dei “mercati” globali.

È a questo punto che si dà una definitiva frattura fra il nuovo ordine capitalistico globale e i soggetti che vivevano nel precedente ordinamento capitalistico dei singoli Stati-nazione – in quell’ordinamento “riformista” del capitale, cioè, che avendo introdotto keynesianamente il movimento operaio nel contratto sociale, ne disciplinava i comportamenti secondo regole cosiddette “democratiche”. Se nello Stato fiscale, presto pervenuto alla crisi, il debito statale aveva assunto quel ruolo di anticipazione della spesa che prima aveva avuto l’inflazione (in senso opposto, come strumento di devalorizzazione della spesa) e se presto la fiscalità non è più sufficiente a sostenere il debito promosso dallo Stato – se dunque la struttura del debito muta e il neoliberalismo, facendo del mercato la regola dello sviluppo e dei “mercati” la giustizia del pianeta, impone la privatizzazione globale del debito…. dato tutto questo, la crisi capitalistica si presenta oggi come impossibilità di far agire all’interno dello sviluppo stesso qualsiasi elemento di mediazione, qualunque  struttura contrattuale, insomma il keynesismo in tutte le diverse accezioni riformiste che esso possa eventualmente assumere. D’altra parte, questo sviluppo (se riguardato dal punto di vista delle lotte del soggetto sovversivo) ci restituisce un modulo assai consistente di lotta di classe. Da un lato tutti coloro che possono partecipare all’”interesse” (cioè al profitto monetario – alla partecipazione alla pratica globale dell’usura dei mercati privati e/o semipubblici) costruito sul mercato finanziario; dall’altro lato tutti coloro che considerano l’esercizio della loro forza-lavoro reso socialmente utile dal loro “stare insieme” e quindi dall’esigenza (bisogno e desiderio) di essere garantiti nel corso della loro vita non dal perdurare della barbarie del privato possesso ma dal possibile godimento dell’accesso al comune. E non c’è “nessuna classe media” fra queste due realtà etiche.

Il secondo presupposto è soggettivo, ne abbiamo accennato le caratteristiche etiche – ora si tratta di studiarne (anche in questo caso riassumendo un lavoro collettivamente compiuto) l’ontologia della produzione. In essa si ricompongono dunque le modificazioni intervenute nella composizione della classe lavoratrice. Essa non è più (come da molto tempo si sa) “operaia” in senso esclusivo, tanto meno può essere qualificata come centrale nei processi di valorizzazione – la dimensione immateriale, intellettuale, cooperativa e la rete (come tessuto di ogni attività produttiva)  sono diventati gli elementi centrali della valorizzazione produttiva. La forza-lavoro si è dunque radicalmente modificata. Nessuna nostalgia della vecchia classe operaia. Impegno, invece, a ritrovarne le stigmate nel continuum della “disindustrializzazione”, determinata (non tanto dal capitale finanziario quanto) dall’automazione industriale e dalla sua espansione a tutto il sistema dei servizi produttivi (sicché anche l’operaio industriale è oggi lavoratore immateriale). La radicalità di questa modificazione è estrema. Altrove abbiamo definito l’insieme della forza-lavoro nella sua dimensione di soggetto sfruttato nello sviluppo del capitale finanziario come un composto da individui “indebitati, mediatizzati, securizzati, rappresentati”. In questo quadro lo sfruttamento avviene assumendo la società come totalità, investe e sussume l’intera società. È uno sfruttamento estrattivo. La qualità estrattiva dello sfruttamento significa che l’analitica “temporale” (quella marxiana, per esempio) delle figure e delle quantità di pluslavoro e di plusvalore, dev’essere rivista e analizzata secondo nuovi criteri. È qui infatti che il capitale finanziario si segnala come potente agente di un’”estorsione” compatta e massificata di plusvalore, come mistificatore di ogni assemblaggio di lavoro cooperativo e infine – in tal modo – come forza estrattiva del comune. Nel concetto di “estrazione” si modifica quindi quello di “sfruttamento”. “Estrazione” significa appropriazione di plusvalore attraverso una continua scrematura dell’attività sociale, la riduzione delle singolarità che cooperano nella produzione sociale (e che così esprimono comune) ad una massa che ha perduto ogni controllo di se stessa ed ogni autodeterminazione, la trasformazione dell’imprenditorialità capitalista in una funzione ormai incapace di organizzare il lavoro, immersa nel gioco finanziario e solo attenta alle cedole azionarie. Il concetto marxiano di sfruttamento sembra così pateticamente lontano – nella sua insistenza sulla temporalità della giornata lavorativa e dello sfruttamento individuale che in essa si misura. Se non fosse che la massa esiste solo nella logica del capitale finanziario (come il popolo in quella dei sovrani). Mentre la vita sfruttata è singolare. Da questo punto di vista, dunque, le soggettività implicate in questo sviluppo del capitalismo, espropriate come massa, sfruttate come singolarità, avvertono che la frattura sociale, meglio, la scissione del concetto di capitale si è data in maniera ormai piena. Al punto in cui lo sviluppo capitalistico è stato spinto dall’azione neoliberale, una qualsiasi mediazione interna allo sviluppo capitalistico (anche se imposta dalla moltitudine dei lavoratori bisognosi, insomma comunque essa si presenti, qualsiasi sia la forma in cui le singolarità sono rinchiuse nella massa espropriata) – ogni mediazione, dunque, è stata rotta. Assistiamo all’azzeramento del politico, meglio, del valore della composizione politica del soggetto antagonista: in questa prospettiva “la politica” è solo considerata una mediazione – e questa non potrà certo darsi con gli “esclusi”.

Dobbiamo dunque concludere che la dialettica operaista che sempre teneva presente un rapporto antagonista tra sviluppo capitalistico e lotta di classe operaia e ad essa imputava ogni sviluppo, è terminata? È possibile, con tutta probabilità è avvenuto. Infatti la relazione delle singolarità che costituiscono moltitudine è divenuta del tutto intransitiva nel rapporto di capitale. Il neoliberalismo ci impone questa verità. La valorizzazione capitalista nasce infatti dal fatto che la moltitudine di singolarità è ridotta a massa – è resa “transitiva” in quanto capitale variabile ma non può più esprimersi come classe – neppure all’interno del capitale, come la dialettica “socialista” esigeva. Affermare questo non significa che la concezione marxiana dello sviluppo sia obsoleta o la metodologia operaista ormai desueta; significa solo che il metodo va innovato, che le “armi della critica” vanno adeguate alla nuova situazione complessiva e che “far politica oggi” è concetto che non può esser legittimato, per esempio, semplicemente dal ricorso all’inchiesta operaia – modulata sul couplet composizione tecnica e composizione politica – ma che i temi del potere e del contropotere, della guerra e della pace, del potere costituente e dell’insurrezione, insomma, del programma comunista, vanno riproposti – in prima linea.

Mi ripeto. Già da tempo è stato teorizzato che l’”uno si è diviso in due”. Questo significa che non c’è più misura fra capitale e soggetto sfruttato, antagonista, che non vi è più mediazione possibile. Vi può essere mediazione solo forzosa. Questo comporta crisi, inefficienze, limiti della forma politica del capitalismo oggi dominante, di quella “democratica” in particolare, sempre più evidenti. Se l’azione politica del primissimo e primo movimento operaio (tra l’’8-‘900) ha cercato alternativamente per la sua azione un modello riformista e/o uno insurrezionale; se la seconda grande epoca del movimento operaio – quella dell’operaio fordista – ha consolidato nella forma contrattuale (e riformista) il suo progetto, oggi non vi è più nulla di questo che possa essere nuovamente percorso. Alcuni autori hanno con grande intelligenza sottolineato che il capitalismo neoliberale ha perduto ogni caratteristica democratica da  quando le istituzioni  della democrazia non son più riuscite a trattare, ad incidere sulle questioni economiche – hanno cioè permesso al neoliberalismo di estrarle dalle regole della democrazia. È un altro modo di dire che l’”uno si è diviso in due”. La sovranità è stata allora tolta agli Stati-nazione per essere trasferita verso il potere globale dei “mercati”. Ma questa conclusione non conclude nulla, è essa stessa implicata nel processo della crisi e la estremizza piuttosto che risolverla. È ormai banalmente ripetuta dai più e finisce per mistificare l’impotenza dei soggetti e per vanificare le lotte contro il capitale finanziario.

Finora abbiamo visto come il concetto di composizione politica di classe operaia sia venuto meno, come sia stato azzerato dalla nuova figura dei movimenti finanziari e politici del capitale – e in ogni caso come esso non possa funzionare (la diciamo grossa) “ontologicamente”, e cioè nella realtà storica determinata: perché ormai privato di ogni transitività. “Come fare politica, oggi”, non significa dunque giocherellare fra composizione politica e tecnica ma ridefinire radicalmente che cos’è “politica”. Tra poco vedremo quale sia la fragilità dello stesso concetto di composizione tecnica. La metodologia classica dell’operaismo non funziona dunque più. Bisogna modificarla. E farlo tenendo presente che la nostra autocritica non significa che non ci possiamo più chiamare marxisti; forse significa che non ci chiameremo più post-operaisti; probabilmente ci diremo solo comunisti – alla nostra maniera, facendo del marxismo un dispositivo vivente per adeguarlo alla critica del nostro mondo. Per cominciare cioè ad uscire da quella condizione di azzeramento della politica.

Sulla questione del presupposto soggettivo dobbiamo quindi ora ritornare, armandoci di una nuova metodologia che lavori essenzialmente sulle maniere di far crescere, indipendentemente dal rapporto di capitale (non-transitivamente dunque), la nuova soggettività sociale sfruttata. In essa non saranno più riconoscibili composizione tecnica o composizione politica, conseguenti l’una dall’altra, ma piuttosto una composizione semplificata ed una consistenza reale che cercheremo ora qui di definire, descrivendo l’azione che è possibile, a questa soggettività, di produrre.

In primo luogo dobbiamo tener presente che quel soggetto separato, azzerato dal punto di vista politico, è comunque un soggetto che si è riappropriato di capitale fisso, in tutta la fase di trasformazione del capitalismo fra crisi dello Stato fiscale e consolidamento dello Stato del capitale finanziario. In che cosa consiste precisamente questa riappropriazione? Consiste specificatamente nel far proprie, nell’afferrare, nel rendere protesi corporee e mentali, linguistiche e/o affettive, cioè nel ricondurre alla propria singolarità alcune capacità che prima erano solo riconosciute proprie delle macchine con le quali si lavorava, e nell’incorporare queste caratteristiche macchiniche, farne attitudini e comportamenti primari dell’attività dei soggetti lavorativi. Nel distacco storico che si era affermato tra oggettività del comando (e del capitale costante) e soggettività della forza-lavoro (soggetta al capitale variabile) – si dà, da parte delle singolarità, una riconquista di capitale fisso, un’acquisizione irreversibile di elementi macchinici sottratti alla capacità valorizzante del capitale – per dirlo brutalmente, un furto continuato di elementi macchinici che arricchisce di capacità tecnica il soggetto, meglio, come si è detto che il soggetto lavorativo incorpora. Con ciò si mostra quanto il lavoro immateriale sia corporeo, della sua capacità di assorbire con rapidità e virtuosità stimoli e potenze macchiniche.

Ora, ogni riappropriazione è destituzione del comando capitalistico. Questo processo di appropriazione da parte dei lavoratori immateriali è infatti molto forte, efficace nel suo svilupparsi – esso determina crisi. Ma non si darebbe crisi se considerassimo che essa nasce spontaneamente dai processi di riappropriazione e di destituzione. Non è così. La crisi ha bisogno di uno scontro, di una realtà politica che si muova per la distruzione non più semplicemente del rapporto di sfruttamento ma della condizione forzosa che lo sostiene. In effetti quando si parla di riappropriazione da parte del soggetto antagonista, non si parla semplicemente della modificazione della qualità della forza-lavoro (che deriva dall’assorbimento di porzioni di capitale fisso), si parla essenzialmente della riappropriazione di quella cooperazione che nella ristrutturazione capitalista della produzione era stata incentivata e poi espropriata – e che rappresenta il dramma essenziale di questa fase critica. Quando si dice recupero di capitale fisso, riappropriazione – lungi dall’esprimersi in termini macchiati di economicismo – l’analisi entra piuttosto su quel terreno della cooperazione che è oggi regolato in termini biopolitici dal capitale: destituire il capitale di questa funzione significa recuperare alla forza-lavoro autonoma capacità di cooperazione. Ma poiché la società civile e la cooperazione produttiva sono oggi dominate dalle funzioni monetarie – e le funzioni monetarie fanno capo direttamente al capitale finanziario – riappropriazione di capitale fisso e destituzione del comando capitalistico sulla cooperazione ci portano immediatamente all’interno di quanto è oggi più decisivo nella struttura del comando capitalista: la sfera monetaria. Se qui si dessero significanti, sarebbero significanti che rivelano il comune. La moneta si incontra e si scontra con le caratteristiche comuni della cooperazione. E allora la resistenza, la lotta e l’autodeterminazione del soggetto lavorativo qui assumono immediatamente caratteristiche politiche, poiché si scontrano con le dimensioni finanziarie (monetarie) del controllo sociale. Il welfare è il terreno privilegiato di questo scontro.

In secondo luogo, oltre a destituire il comando sulla cooperazione e a incorporarsi parti di capitale fisso, la nuova forza-lavoro, ovvero quella classe politica antagonista, socialmente ricomposta nella cooperazione, si trova a costruire luoghi comuni. Forse li desidera, comunque vuole costruirli. Luogo comune: che cosa significa? Immediatamente, un senso di orientamento nel contesto proprio della mobilità e della flessibilità incorporate alla forza-lavoro (cooperante). E, in seconda battuta, che cosa sono dunque i luoghi comuni, meglio, gli insiemi istituzionali dentro ai quali il soggetto antagonista vuole riconoscersi? Si tratta essenzialmente di livelli strutturali dell’organizzazione dello stare insieme, spesso il contesto sociale della città, meglio della metropoli – come luogo di incontro e di costruzione comune di linguaggi e di affetti, come piena virtualità di associazioni produttive. La metropoli sta infatti diventando, sempre di più, il luogo dove la resistenza all’estrazione capitalista del plusvalore dall’attività comune ed allo sfruttamento delle singolarità moltitudinarie, è divenuta possibile – forse un luogo di desiderio. La metropoli è certo divenuta centrale nell’accumulazione capitalista perché lì, nella metropoli, l’intransitività del rapporto capitalista ha raggiunto il più alto livello di realizzazione e di espressione, e come tale va governato dal capitale. Ma d’altra parte la metropoli si è fatta eminentemente luogo di incontro e di riappropriazione proletarie. Ogni istanza di contro-potere non può prescindere da luoghi, da spazi nei quali svilupparsi, affermarsi, sostenersi. Se nel primo momento che abbiamo considerato (quello della riappropriazione di capitale fisso) la singolarità veniva nel medesimo tempo riconoscendosi nel comune – ed il comune (nel caso, l’insieme dei servizi di welfare) diveniva l’oggetto delle sue istanze di riappropriazione – se questo avviene nella metropoli, cioè a partire da moltitudini che vengono ricomponendosi e prendendo forma in luoghi comuni – lo scontro allora si definisce immediatamente come lotta di un proletariato moltitudinario contro il capitale finanziario. Qui l’azione moltitudinaria, volta a difendere, a ricostruire, ad appropriarsi del welfare, si incardina sulla riscoperta di soggettività attive, di quelle singolarità che costituiscono la moltitudine – perciò si esprime nella richiesta del diritto di cittadinanza – che è politicamente “diritto alla città”. Diritto cioè garanzia di godimento della città, di cooperazione nella città, di governo della città, di lavoro nella città. La questione del reddito garantito di ogni cittadino diviene quindi un elemento che integra questa costruzione del politico. E se la richiesta di reddito riconosce la funzione produttiva di ogni cittadino, non è tuttavia questa la cosa fondamentale: fondamentale è piuttosto che ogni singolarità (cioè ogni lavoratore ed ogni cittadino) trovi e fissi nella sua pretesa soggettiva al reddito, una domanda di potere politico adeguata alla costruzione della moltitudine. Reddito garantito e diritto alla città sono un solo obiettivo politico. Se nel primo luogo comune che abbiamo costruito, la singolarità moltitudinaria si realizzava nel comune (nel governo del welfare), qui il comune è moltitudinario e si esprime attraverso le singolarità (nel diritto soggettivo alla città, all’accesso al comune) – così si afferma la nuova maniera di far politica oggi.

Nel neoliberalismo, nello Stato consolidato della trasformazione del comando di capitale, il tessuto del comune è organizzato dalla moneta ed espropriato dalla Banca. È così che, procedendo dal basso, si propone per noi, per le nostre lotte di emancipazione sociale e di libertà, il tema Europa. Ricostruire l’orizzonte europeo significa dunque battersi per la riappropriazione del welfare e per l’ottenimento di un reddito di cittadinanza, eguale per tutti e più che decente, riconoscendo nella BCE il nemico da battere, il potere da spossessare. È qui che si da, a fronte degli attacchi dei “mercati” (quanto avvenuto nella crisi ce lo ha mostrato) un’occasione unica di spostare il discorso politico  dalle condizioni asfissianti del dibattito all’interno dei singoli Paesi-nazione ad una prospettiva rivoluzionaria. Ma di più – proprio se non si può tornare indietro (e la crisi lo ha dimostrato, e la sua soluzione lo affermerà ancora più duramente) l’Europa è un’occasione rivoluzionaria. Se non si può tornare indietro, occorre andare avanti – e per andare avanti c’è una sola strada: lottare, insistendo su welfare e reddito di cittadinanza, per rifondare quell’istanza democratica del comune che ci è stata strappata via dall’attuale governance europea, egemonizzata dal neoliberalismo. Il tema Europa si pone dunque direttamente contro la Banca, riconoscendo che la lotta moltitudinaria, la lotta del proletariato sociale contro la Banca non rinnega il processo di unificazione europea ed i risultati raggiunti (fra i quali la moneta unica) ma si pone piuttosto l’obiettivo del governo della moneta, della costruzione della moneta del comune. Questa è però solo una premessa, quasi un anticipo ideologico di un’azione comunista da riprogrammare.

Di nuovo chiediamoci dunque: perché l’Europa? Perché siamo “europeisti” anche dopo che del neoliberalismo abbiamo direttamente subito la repressione feroce, l’austerità orribile e ne abbiamo fatto l’oggetto del nostro odio? E dopo aver implicitamente riconosciuto che l’Europa rappresenta nel quadro istituzionale presente, il più completo esempio di consolidamento dello Stato neoliberale? All’interno della “sinistra” molti, la maggior parte di quelli che non aderiscono alla socialdemocrazia, ora (dopo aver a lungo lottato contro il processo di unificazione europea, duramente ammaestrati dalla crisi economica e avendo appreso che indietro non si torna) – ora, dunque pensano che la sola maniera di ricostruire l’Europa preveda la riformulazione del contratto costitutivo, da parte degli Stati-nazione europei, esigono dunque che questi si ricostruiscano come soggetti sovrani della contrattazione. Si tratterebbe di ritornare (temporaneamente?) agli Stati-nazione, di restaurare una sovranità nazionale (protetta dall’Europa dentro e contro la globalizzazione?) e così di riconquistare potere sulla moneta. E poi… poi si vedrà. Il sovranismo è duro a morire e ci sono ancora socialisti disponibili, fin dal 1914, a ripetersi nel difendere la sovranità nazionale oltre ogni vergognoso limite! Subordinatamente, in maniera più pacata, si sostiene la possibilità di riaprire un rapporto – quasi contrattuale – fra i vari Stati europei, quasi sovrani, dopo che essi abbiano riconquistato una maggiore autonomia sovrana – quelli che il fiscal compact e gli altri diabolici accordi monetari hanno eliminato:  insomma, di ricostruire l’Europa in due tempi. Uno, cancellazione degli accordi sulla BCE; due, ricomposizione attorno ad un accordo tipo Bretton Woods, dove a comandare sia un indipendente “Bancor” – moneta convenzionale che flessibilmente accompagni le diversità delle situazioni europee e guidi i movimenti di aggiustamento delle bilance e dei budget all’interno dei singoli paesi e fra tutti. Patetici progetti. Comunque ci riguardano solo parzialmente, come per definire uno sfondo. Per noi il problema non si risolve ritornando indietro: pensiamo infatti che l’Europa sia il contenente minimo per un’azione politica rivoluzionaria che si collochi nella globalizzazione. Lo spazio (proprio in seguito alla globalizzazione) è ritornato ad essere una dimensione politica essenziale, primaria. È solo costruendo e consolidando la forza di un ordinamento in uno spazio determinato fra soggetti che cooperano, che la legittimità (quella sovrana, certo, ma anche quella) rivoluzionaria, si afferma. Non c’è alternativa. L’Europa è questo spazio – dove il proletariato moltitudinario nel quale ci riconosciamo può insorgere, trasformando non lo spazio (anche quello, forse: ne parleranno altri) ma la struttura di potere che lo ordina. L’Europa e la moneta europea costituiscono un ambito di virtuale autonomia all’interno della mondializzazione. Senza l’Europa non vi è possibilità di governare, limitando la pressione immane dei mercati globali e dei poteri multinazionali. Europa è quella dimensione spaziale che rappresenta una possibilità di sopravvivenza politica e di azione autonoma delle moltitudini europee, a fronte della pressione delle forze sovrane, già assestate su dimensioni globali – configurantesi ormai come sezioni continentali del potere globale.

Quanto è avvenuto sulla scacchiera globale in quest’ultimo trentennio, dalla fine della guerra fredda, va fortemente sottolineato per chiarire che la proposta di una lotta che si proponga un progetto di democrazia radicale in Europa, è tutto tranne che un sogno. Se è vero, infatti, che la potenza dei mercati è immane, è altrettanto vero che il peso e i condizionamenti dell’alleanza e della subordinazione atlantica è divenuto, nella continuità, sempre più fragile e in prospettiva instabile. È dal declino della potenza americana che l’inizio del XXI secolo è stato caratterizzato – con due conseguenze maggiori. La prima è il conflitto latente fra USA e Cina – esso sta maturando ed ha una prima conseguenza che ci interessa: avere estraniato il potere americano dall’Europa e fatto registrare il forte indebolimento (da non sottovalutare) del potere americano, non solo in Europa ma sull’intera dimensione mediterranea. Gli USA non hanno mai voluto un’Europa unita, tranne come alleato durante la guerra fredda. Dopo la “caduta del muro” di Berlino hanno continuamente osteggiato l’unificazione e la Gran Bretagna ha sempre rappresentato il cavallo di Troia di questo sabotaggio. Ora la situazione è profondamente mutata e, all’indebolimento della leadership, si aggiunge per la Casa Bianca la necessità di sostenere più efficacemente gli interessi americani nel Pacifico e di costruire laggiù un fronte strategico per l’egemonia asiatica. Come si vede, la “provincializzazione di Europa” non porta solo guai! La seconda conseguenza è ben più importante: si lega allo sviluppo delle primavere arabe lungo il Mediterraneo e nel Medio Oriente (un vero 1848). Per ora sembra impossibile identificare una soluzione politica al conflitto fra moltitudini arabe e le strutture autoritarie (militari e/o plutocratiche) che le controllano e le stringono in una gabbia di miseria e ignoranza medievali. In quella situazione, la lotta di classe sta riprendendo i suoi diritti – naturalmente se di lotta di classe si parla nei termini in cui noi ne abbiamo fin qui parlato, come lotte di moltitudini di singolarità, come lotte che sono insieme di emancipazione dalla povertà e di liberazione dei soggetti. Il tema di un’Europa unita da un progetto di democrazia radicale-comunista trova nel movimento d’oltre Mediterraneo una sua base d’appoggio – anche il viceversa è da costruire.

In terzo luogo – o meglio, è questo il terzo presupposto che sta alla base del ragionamento sulla soggettività che abbiamo cominciato a sviluppare all’inizio di questo intervento (tanto tempo fa!) – si tratta di consolidare, anche noi, in istituzioni i movimenti fin qui descritti. Si tratta non solo di costruire contropoteri diffusi ma di coalizzarli per produrre potere costituente. Si tratta di ricomporre l’insieme delle forze plurali che lottano per il reddito e per la difesa/espansione del welfare, attorno ad un telos, ad una finalità comune. A noi sembra che quando si sia assistito alla lunga vicenda delle primavere arabe e delle insorgenze occupy (ed alle tragedie che stanno contrassegnando la pur indomabile – talora aperta, talora sotterranea – continuità delle prime ed al ristagno – sia pur talora potentemente riflessivo – che tocca le seconde) – bene, non si può allora non pensare – se ancora si possiede un minimo di responsabilità teorica, prima ancora che politica – alla necessità di un lavoro di costituzione di una forza che sappia – tutti insieme – affrontare il nemico. La consapevolezza di un passaggio strategico è stata probabilmente acquisita: sarà necessario costruire piattaforme che organizzino la continuità delle lotte e il loro progresso. Far divenire istituzione le lotte significa imprimere loro un telos, incorporato ad ogni momento organizzativo. Sia chiaro che dicendo questo non si intende parlare di “rifondazione” della “sinistra” (“rifondare” e “sinistra” sono state ridotte a parole di merda) né si allude a possibili rapporti con forze parlamentari della vecchia sinistra. Siamo comunisti, non abbiamo nulla a che fare con la socialdemocrazia nella quale riconosciamo una variante ideologica del dominio capitalista. Noi siamo un’altra cosa, e ci definiamo al di là del socialismo. Cominciamo dunque per ora a sviluppare in Europa coalizioni di forze in lotta, dentro l’Europa, contro la sua Costituzione e le politiche della Banca Centrale e cerchiamo di dare loro forma istituzionale. Come una volta dicevamo, nel costruire organizzazione: “chi non ha fatto inchiesta, non parla”, cominciamo a dire: “chi non ha costruito coalizione, in Europa non parli”. Questo è probabilmente un modo per far diventare tendenza, in Europa quelle forme nuove che la moltitudine insegna, di costruire ed occupare spazi liberati – perché moltitudine è moltitudine di soggettività che si ritrovano in uno spazio comune. Credo comunque che per qualificare la costruzione di coalizioni, in questa fase, sia sufficiente affermare un punto: la volontà di distruggere la proprietà privata, di dissolvere nel comune la proprietà pubblica e la sovranità che la colora, e di costruire e di gestire democraticamente il governo del comune.

Lo spazio europeo è allora, forse, un territorio privilegiato di sperimentazione moltitudinaria nella costruzione di istituzioni del comune. Lo dico con molta prudenza ma anche con molta speranza: perché è ben vero che l’Europa è stata provincializzata e che il proletariato europeo ha perduto la sua battaglia di emancipazione che per alcuni secoli aveva condotto contro l’impero neoliberale dal capitale…. e però gliene abbiamo dato tante ed abbiamo ancora la forza di dargliene.

[Questo testo rappresenta un tentativo di restituzione dell’attuale dibattito nelle reti transfemministequeer. Ne suggeriamo la lettura in vista della discussione di sabato 7 settembre su “Pratiche politiche del comune per un nuovo welfare”]

La crisi che investe le nostre vite si rivela sempre di più una ristrutturazione globale del capitalismo che investe anche la sovranità statuale, la rappresentanza e le forme tradizionali della politica, mostrando definitivamente l’inefficacia di qualunque velleità di lobbismo integrazionista lgbt o di emancipazionismo femminile.

In questa situazione, abbiamo sentito e continuiamo a sentire il bisogno di sviluppare pratiche di resistenza e di lotta e di creare reti e spazi comuni a partire dalla materialità delle vite e delle esperienze trans, femministe e queer,  dalla complessità e dalla molteplicità delle nostre collocazioni di genere e sessuali, e da come queste si intersecano con le dinamiche della produzione capitalista e con le altre linee di intersezione.

Sono molti gli elementi che ci spingono a credere che nelle lotte froce, trans e femministe uno sguardo sulla crisi sia indispensabile e che, specularmente, nelle lotte sociali contro il debito e per il diritto al reddito, gli aspetti biopolitici e sessuati delle dinamiche economiche debbano diventare centrali.

A partire da questi bisogni sono nati negli ultimi due anni dei percorsi per analizzare a fondo il nesso lavoro-affetto-sessualità-identità-pratica politica, partendo da una prospettiva che consideri i binarismi come dispositivi che sostengono l’eterosessualità normativa e stabilizzano l’attuale organizzazione sociale lungo le linee della razza e del sesso.

Dall’incontro di Milano Manovre ingen(d)erose (30 marzo 2012, spazio Zam) attraverso l’appuntamento bolognese Queering occupy! (5 maggio 2012, Bartleby) si sono moltiplicati gli intrecci, i dibatti e le lotte condivise fra numerosi gruppi queer e singol@ in giro per l’Italia, passando attraverso  la nascita del Sommovimento spontaneo nazio-anale di singolarità e gruppi queer, la Giornata di cospirazione puta-lesbo-trans-femminista-queer (15 dicembre 2012, Bartleby Bologna) e lo Sfamily day (25 maggio 2013, Casa internazionale delle donne, Roma), senza citare i seminari di autoformazione a Bologna, Roma, Padova e Torino, che ci portano alla prima Campeggia trans-femminista queer (28 agosto 2013, Salento).

Questo elenco di appuntamenti vuole restituire un dibattito vivo, diffuso, non riducibile alle poche righe di questo documento che prova a sintetizzarne i terreni più battuti, che per comodità abbiamo suddiviso in paragrafi, ma sono frammenti di analisi strettamente connesse tra loro, senza nessuna pretesa di organicità e aperti ad altri possibili intrecci.

Sulla condizione queer/precaria.

Un tempo si parlava di produzione e riproduzione. Ma nel postfordismo il lavoro affettivo – inteso come categoria che comprende non solo il lavoro di cura, di riproduzione e tutti i servizi alla persona, ma in generale come capacità relazionale, di costruire reti e comunità – ha assunto un ruolo paradigmatico in quanto componente di tutti i processi lavorativi. Non sono più le nostre braccia, i nostri cervelli e il nostro tempo ad essere messi a lavoro, ma la nostra intera soggettività. In questo contesto, mettere a punto pratiche di resistenza e di lotta che sottraggano al capitale le nostre eccedenze soggettive e le restituiscano alla cooperazione sociale, non è scontato e richiede uno sforzo collettivo di analisi e di invenzione.

Inoltre, la messa al lavoro (e a valore) della soggettività, dell’affettività e della capacità relazionale intensifica lo sfruttamento e diventa uno strumento per cooptarci più profondamente alla “causa” della produzione e alle logiche del mercato del lavoro.

Il blablabla sul «fattore donna» come volano della crescita e dello sviluppo e sul «diversity management» come strumento di inclusione sociale sono esempi di come ci si serva di noi per legittimare il sistema, concedendo briciole e lusinghe a qualcuna solo per schiacciare sempre più tutte/i nel ricatto della precarietà e del debito.

L’ansia generata dalla precarietà è in primo luogo un’ansia per la propria stessa sussistenza e per il deteriorarsi progressivo – in termini non solo economici – della qualità della propria vita.  In parte, però, la possiamo leggere anche come “sintomo di una paura, da parte di uomini e donne eterosessuali, di perdere il  ruolo sessuale e di genere che l’economia politica garantiva loro: potrò mantenere una famiglia? quando potrò sposarmi e fare un bambino?” (Loiacono, in corso di pubblicazione).

In altre parole, per Loiacono, “gran parte di ciò che il lavoratore e la lavoratrice fordista stanno perdendo ha a che fare con quel compromesso tra capitalismo e istituzioni eteropatriarcali nella cornice dello stato-nazione”, dal quale come queer siamo stat* – almeno fino ad un certo momento – esclus* per definizione. Come queer, avevamo imparato da tempo l’arte del fallimento (Halberstam 2011), avevamo sviluppato un diversa concezione del tempo di vita, non basata sulla traiettoria obbligata lavoro-matrimonio-figli e avevamo elaborato un diverso rapporto con il tempo, non più proiettato nel futuro ma centrato sul presente. In qualche modo, insomma, “eravamo già in un altro universo di senso, entro cui ‘tutti’ vengono ora sempre più ricacciati”.

Tuttavia un primo ciclo di lotte contro il lavoro precario pare chiuso a causa di una generalizzazione della precarietà. Emerge per tutte e tutti il problema di un reddito relativamente sganciato dal lavoro. Tematizzare la dimensione post-precaria/queer attuale a quale ricomposizione politica allude? Questo decentramento dalla sessualità all’affettività come modifica il significato delle nostre lotte?

Non solo dunque le soggettività queer hanno molto da dare in una discussione sulla crisi, ma questa situazione offre a tutte e tutti un’occasione per mettere in questione e ripensare le forme tradizionali di sessualità, relazione, affettività, attivismo e etica del lavoro.

Da tempo condividiamo uno spazio di autoriflessione non ideologica sulle nostre effettive pratiche d’amore, intimità e relazione, connesse con la necessità di mettere a forte critica modelli di welfare fondati su individuo/cittadino/famiglia per leggere invece le potenzialità di autorganizzazione sociale interne alle nostre reti affettive. Come tradurre in rivendicazione politica le nostre pratiche e i nostri desideri non conformi?

Organizzazione

Sentiamo forte l’esigenza di ripartire proprio da questa parola rimossa nell’ambito queer e quantomeno problematica nei movimenti: si tratta di (ri)pensare a forme di organizzazione che siano all’altezza della complessità delle vite queer e precarie, che tengano conto della irriducibilità di ognun* a un soggetto collettivo verticale/gerarchico, che possano includere collettivi, singol* attivist*, studios*, laboratori di sperimentazione politica; di inventare e valorizzare forme della politica che possano coesistere con le vite precarie, costruendo solidarietà, trasversalità e viralità delle lotte senza esigere militanza sacrificale, che siano in grado di potenziare l’agire di ognuna senza ridurlo a uniformità. Vorremmo riflettere su una politica fatta di dis/attaccamenti appassionati, che ricomponga la frammentazione senza pretesa di produrre soggetti molari unitari, che consenta di entrare, uscire, alternare il coinvolgimento, senza creare paranoia, identità ideologiche e passioni tristi.

Desideriamo partire dall’esplorazione di genealogie condivise di lotte biopolitiche queer e femministe: le lotte queer e il modello Act-up! che hanno costruito forme di rete mutualistica e di attivismo; le lotte del femminismo radicale degli anni Settanta, che hanno creato conflitto e costruito consultori, cliniche autogestite e rivendicato reddito.

Perché la posta in gioco è organizzare la “vita” stessa, non (ri)produrre strutture politiche organizzate di militanti organizzati. Affinché l’auto-organizzazione diventi realmente una forma di autogoverno non statuale, non mimetica della rappresentanza.

Partendo da pratiche politiche che non separano vita/militanza, ci troviamo a ragionare e costruire forme di organizzazione che attivino al tempo stesso reti politiche e reti di mutualismo. Crisi, mancanza di reddito, tagli al welfare hanno anche ricadute specifiche sulle soggettività queer che spesso sono ricacciate nelle nostre reti di mutuo aiuto. Possiamo ripensare a queste reti come base di una riorganizzazione politica?

Lavoro riproduttivo, affettivo, sessuale, biopolitico, del genere.

Una lettura materialista della sessualità come dispositivo di potere deve “andare oltre le persone identificabili come LGBTQ per confrontarsi con la specificità storica dell’investimento del capitale nelle formazioni della sessualità. La produzione di identità sessuali attraverso le quali costellazioni imprevedibili di desiderio, sapere e pratiche diventano concrete dentro a ben delimitati modelli di identità sessuale, è legata al modo in cui il capitale produce soggetti funzionali ai propri bisogni” (Wesling 2012, p. 107, tr. nostre).

Bisogna prendere seriamente in considerazione la nozione di affetto in relazione al lavoro, “bisogna distinguere il lavoro affettivamente necessario dal lavoro socialmente necessario, vale a dire dal minimo lavoro necessario al lavoratore/lavoratrice per riprodurre se stesso/a”. Nella formulazione di Wesling, il “lavoro affettivamente necessario” si riferisce a quella miriade di attività sociali che non rientrano nel lavoro produttivo ma vanno oltre la sussistenza e la riproduzione, tutte quelle attività che hanno lo scopo di dare al corpo piacere, benessere, soddisfazione del desiderio, e che dovremmo riconoscere come lavoro. Ad esempio, lo sonole performance quotidiane attraverso le quali i corpi diventano socialmente leggibili come “genderizzati” (che siano codificati come queer o etero)”. Ovvero, “la riproduzione obbligatoria del genere come performance va intesa come una forma di lavoro che produce valore, sia materiale che sociale” e “questo lavoro è valorizzabile nella misura in cui il soggetto genderizzato si sottomette “liberamente” all’imperativo di questo lavoro continuo e ne considera il prodotto – l’identità di genere – non come una imposizione dall’esterno ma come qualcosa che ha origine nella sua interiorità”. “L’esempio più ovvio di lavoro del genere – continua Wesling – è il lavoro femminile nelle relazioni affettive: fare figli, crescerli, accudire gli anziani, tutto il lavoro emozionale di mantenimento delle relazioni è una forma di lavoro non retribuito e nemmeno percepito come tale che però produce valore per il capitale. Ma queste sono solo le forme più ovvie del lavoro intrinseco a tutte le identità di genere e sessuali. (…) È proprio l’elemento affettivo che fa sì che queste performance sembrino spontanee, e che non vengano riconosciute come forme interiorizzate di assoggettamento che rendono leggibile ogni individuo come soggetto sociale” (ivi, p. 108-109).

Sono molte le donne, le lesbiche, le trans e le froce che vivono nella crisi uno stridente paradosso: molto spesso discriminate e invisibili, quando non sono estromesse dal mercato del lavoro, si ritrovano a essere ricercate e sfruttate nelle nuove forme del lavoro biopolitico proprio in quanto donne e froce. Veniamo as-soggettate e ci as-soggettiamo perché si dice che siamo più creative, più comunicative, più disposte all’ascolto e alla mediazione, che sappiamo presentarci meglio e sorridiamo di più.

In quanto gay e lesbiche, si presuppone che non abbiamo legami familiari che ci distolgano dalla dedizione al lavoro, mentre ci viene richiesto di estrarre plusvalore dalle nostre reti di relazioni per poi regalarlo al capitale.

In quanto donne veniamo trasfigurate (sia dalle pelose retoriche pari opportuniste di governo sia dal neoperbenismo femminile alla “Se non ora quando”) in icone sacrificali di madri e mogli in grado di conciliare eroicamente produzione e riproduzione, e contemporaneamente ci viene scaricato integralmente sulle spalle il peso dello smantellamento del welfare, che porta con sé un inasprimento della gerarchizzazione tra donne native e migranti nel lavoro di cura.

In quanto trans mtf siamo ancora estromesse/i dal lavoro o incluse/i in ruoli ipersessualizzati.

Ma se è vero che il lavoro affettivo negli ultimi venticinque anni ha assunto un ruolo paradigmatico in quanto componente di tutti i processi lavorativi nel postfordismo; e se è vero che il lavoro affettivo è stato svolto gratuitamente per secoli dalle donne, e che oggi viene svolto in condizioni non solo precarie ma spesso anche servili dalle donne migranti, allora diventa sempre più urgente l’irruzione non solo di una parola frocia e femminista nel dibattito sulle trasformazioni del lavoro, ma anche e soprattutto di una pratica frocia e femminista nelle lotte “contro” il lavoro.”

Autoinchiesta e sciopero dai generi.

Negli scioperi generalizzati di quest’ultimo anno, soprattutto in Spagna, abbiamo sentito risuonare la forza dello “sciopero dai generi”. Ci siamo chiest* cosa accadrebbe se, dentro ai mille rivoli della precarietà diffusa in cui è frammentato il lavoro, dentro al lavoro sessuale, al lavoro di cura retribuito e non, praticassimo uno sciopero dai generi, cioè uno sciopero da tutte le aspettative, ripetizioni, atti, ruoli con cui quotidianamente (ri)produciamo l’ordine costituito dei generi e con esso l’ordine costituito tout court.

Come suggeriva il “Manifesto per l’insurrezione puta-lesbo-trans-femminista” diffuso nel 2010 da numerosi collettivi spagnoli, infatti, è arrivato il momento di interrogarci sul fatto che se tutti e tutte nella vita di ogni giorno produciamo continuamente genere, sarebbe meglio che producessimo libertà.

Lo sciopero dai generi non è solo un momento puntuale e simultaneo di sottrazione come lo sciopero tradizionale. E’ piuttosto un processo di auto-inchiesta su come le nostre identità e soggettività vengono catturate e svuotate dai processi di valorizzazione capitalistica, e un modo per rivendicare un valore queer eccedente il concetto di valore capitalistico. Da qui la rivendicazione di un reddito universale incondizionato come reddito di autodeterminazione.

Reddito, welfare dal basso, neomutualismo.

Mai come ora è necessario rivendicare, oltre ai diritti civili e alla legittimità delle nostre relazioni affettive nelle loro molteplici forme, diritti sociali e reddito di autodeterminazione per tutt*. Reddito per sottrarsi alla dipendenza dalla famiglia, al ricatto della precarietà che ci impedisce di vivere apertamente la nostra sessualità, o alla dedizione riconoscente allo spirito gay friendly dell’impresa che eventualmente ci dà lavoro.

Mai come oggi è necessario riappropriarci e redistribuire la ricchezza culturale, sociale e materiale che tutt* produciamo, sottraendola ai meccanismi di mercato e alle politiche di diversity management che mettono a valore le nostre differenze, riducendole a stereotipi, stili di vita, nicchie di consumo, svuotandole della loro favolosità.

Le pratiche di azione diretta di Act-up!, che nella lotta contro le Big Pharma avevano istituito cellule autogestite di assistenza e ricerca su HIV/AIDS che lavoravano efficacemente in rete transnazionale, in un momento storico in cui né questo né le sue vittime interessavano ai governi, e quelle del femminismo radicale degli anni Settanta, che hanno istituito cliniche per l’aborto “illegali”, consultori autogestiti e asili nido nelle fabbriche per imporre una riorganizzazione dei tempi di lavoro, sono state forme di organizzazione bio-politica che non si consideravano distinte dalla “vita” e che sapevano e hanno costruito potenti esperienze di welfare dal basso.

In un momento in cui il ricatto del debito e i tagli alla spesa pubblica incidono anche sui consultori sulla salute sessuale e sui consultori trans, e in generale sulle scarse risorse pubbliche dedicate a un welfare non generalista, è necessario combattere la retorica dell’austerity e il ricatto del debito come senso di colpa, ma anche costruire reti queer incarnate nella materialità di bisogni che non erano certo al centro del welfare universalistico modellato sulla famiglia etero. L’esempio dei consultori diventa così paradigmatico: immaginare e provare a creare una consultori@ transfemministaqueer, implica riattivare un discorso situato su sessualità e autodeterminazione, ripensare il welfare e le istituzioni del comune, praticare forme di autoorganizzazione che spostino l’asse dalla sanità alla salute e al benessere sociale.

Smontare l’omonazionalismo verso l’intersezionalità delle lotte.

Nel caso italiano il potere non può riappropriarsi positivamente del discorso LGBT, poiché praticamente nessun diritto è stato giuridicamente acquisito. Apparentemente, quindi, la categoria di omonazionalismo non può essere applicata.

Tuttavia, la lunga vicenda della fantomatica legge contro l’omofobia, oltre ad oscurare le vite e le politiche queer dietro a una richiesta di inasprimento delle pene per reati d’odio, è diventata strumento di strategie omonazionaliste e di pinkwashing. In analogia con quanto accaduto sulla questione della violenza contro le donne, che è stata oggetto nel 2007 di strumentalizzazioni razziste respinte politicamente dal movimento lesbo femminista, il discorso di condanna della violenza omofobica, spesso ridotto a condanna generica della violenza, ha consentito negli ultimi dieci anni  alla totalità delle forze politiche, compresi partiti di destra e gruppi neofascisti, di essere solidali e di appropriarsi della vittimizzazione omosessuale allo scopo di legittimarsi come “democratiche”.

Ad esempio lo scorso anno la ministra Fornero, per far passare un’ulteriore tassello della riforma neoliberista della legislazione sul lavoro, a seguito del suicidio di un ragazzo a Roma, ha  annunciato una campagna nazionale contro l’omofobia, dicendo che era una questione di civiltà approvare al più presto una legge contro l’omofobia. Questa idea di civiltà, di progresso e di modernità che si identificano con il Nord, questa retorica dello “stare al passo con l’Europa” è la stessa che sostiene le peggiori “riforme” neoliberiste.

E’ infatti ormai in corso anche in Italia, il tentativo di arruolamento di donne, gay e lesbiche e delle loro battaglie all’interno di un discorso nazionale/lista. In questa cornice la rivendicazione di diritti o di visibilità viene predicata sulla base di una rivendicazione di cittadinanza e di italianità. La disparità di trattamento dei cittadini omosessuali e dei cittadini eterosessuali andrebbe contro il principio di uguaglianza su cui si basa la cittadinanza come nozione politico-giuridica. Ma in un momento in cui, in Italia come in tutta Europa, la cittadinanza è diventata  strumento di esclusione/inclusione differenziale dei e delle migranti, questa rivendicazione di cittadinanza è una rivendicazione di un privilegio, e implicitamente anche una rivendicazione di bianchezza.

La bianchezza è inestricabilmente legata alla classe: come i migranti possono accedere a qualche briciola di bianchezza rivendicando per sé l’immagine dell’immigrato-che-lavora, gay e lesbiche “italiani doc” possono rivendicare il loro posto nella nazione in nome della loro performance di rispettabilità, fatta di dedizione al consumo e al lavoro.

 

Riferimenti

Judith Halberstam (2011), The Queer Art of Failure, Durham, Duke University Press (tr. it. dell’introduzione in Maschilità senza uomini. Saggi scelti, a cura di Federica Frabetti, Pisa, ETS, 2010, pp. 155-73)

Cristian Lo Iacono (in press), «Flexiqueerity». Per la critica dell’economia politica degli affetti queer

Meg Wesling (2012), “Queer Value”, GLQ: A Journal of Lesbian and Gay Studies, 18(1):107-125

1. Si può ben capire che in Italia, ogniqualvolta Grillo o Casaleggio evocano scenari di rivolta e disordine sociale, un brivido di terrore percorra le classi dirigenti. La rivolta, infatti, qui non c’è (ancora) stata. Un’infinità di lotte (sul lavoro e sull’abitare, sulla salute e sul reddito) ha scandito in questi cinque anni il ritmo della crisi, intrecciandosi con il dilagare della povertà e della sofferenza sociale. Non sono mancati momenti di parziale ricomposizione, ad esempio attorno al movimento NOTAV, alle lotte universitarie, alla vertenza FIAT. Ma non vi è stato un momento di generalizzazione espansiva della mobilitazione, per molti motivi, tra cui figura senz’altro il sovrapporsi di crisi economica e crisi politica nell’interminabile agonia del berlusconismo. Non è stato così altrove: sia pure in forme diverse Spagna, Portogallo e Grecia, ma anche Slovenia e Bulgaria sono state teatro di formidabili movimenti contro la crisi, capaci di rideterminare complessivamente (secondo una dinamica che abbiamo visto all’opera negli ultimi mesi in Turchia e in Brasile) il quadro politico e sociale, di innovare in profondità la grammatica delle rivendicazioni, la fenomenologia dei comportamenti politici e la composizione soggettiva dei movimenti. (more…)

Più che di un reddito di cittadinanza si dovrebbe parlare di un reddito di base incondizionato: un salario sociale legato ad un contributo produttivo oggi non riconosciuto

Sia sul sito di Sbilanciamoci che su il manifesto sono apparsi alcuni articoli critici in materia di reddito di cittadinanza (vedi, tra gli altri, gli articoli di Pennacchi, Lavoro, e non reddito, di cittadinanza, e Lunghini, Reddito sì, ma da lavoro). In questa sede, vorremmo chiarire alcuni principi di fondo per meglio far comprendere che cosa, a nostro avviso, si debba intendere quando in modo assai confuso e ambiguo si parla di “reddito di cittadinanza”. Noi preferiamo chiamarlo reddito di base incondizionato (Rbi) ed è su questa concezione che vorremmo si sviluppasse un serio dibattito (con le eventuali critiche). Le note che seguono sono una parte di una più lunga riflessione che apparirà sul n. 5 dei Quaderni di San Precario.

La proposta di un Rbi di un livello sostanziale e indipendente dall’impiego, elaborata nel quadro della tesi del capitalismo cognitivo, poggia su due pilastri fondamentali.
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Questa intervista a Carlo Romagnoli, a cura dell’Associazione A Sud, è stata effettuata durante il campeggio promosso dal Forum Italiano Movimenti per l’Acqua, dalla rete Stop Enel, dal coordinamento S.O.S. Geotermia e dal Forum Grandi Opere Inutili e Imposte che si è svolto dal 10 al 14 luglio sul Monte Amiata.

Ora che sono andati in frantumi i due pilastri su cui si erigeva la cittadinanza novecentesca, e cioè la centralità del lavoro, da una parte, lo Stato sociale, dall’altra, l’esigenza di rifondare il discorso sulla cittadinanza sembra trovare risposta nelle lotte per i beni comuni, cioè in pratiche di riscrittura “dal basso” delle relazioni fra persone e cose che rifiutano il modello giuridico della proprietà pubblica e privata, e aspirano a collocare il rapporto fra collettività e beni, così come quello fra collettività e istituzioni su un altro piano.[1] Ne sono prova le recenti numerose occupazioni di spazi culturali – e non – di proprietà pubblica o privata, nate per difendere la destinazione originaria del bene, come nel caso dei teatri occupati in molte città d’Italia, ovvero per restituire una destinazione “socialmente orientata” a beni già produttivi e poi abbandonati dal titolare.

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