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Un’analisi utile al presente suggerisce di individuare un percorso di ricomposizione e generalizzazione delle lotte sul terreno europeo[1]. Dovremo immaginarci questo passaggio politico dentro un quadro capitalistico definitivamente e irrevocabilmente globale, attraversato dalla variabile indipendente delle insorgenze che dal biennio 2010/2011 hanno segnato il campo di forze e la nuova geografia dei contropoteri. Insorgenze e rivolte che a guardare Brasile[2] e Turchia paiono non essersi affatto interrotte. Si deve non solo partire dal proprio ambiente e contesto quanto poi produrre lo sforzo di individuare nessi comuni e liaison fondamentali (in Europa e in un mondo pienamente globalizzato) per un agire politico della trasformazione reale, per una produzione radicale di movimento. Si dirà a Passignano per un sovvertimento materiale della governance europea, per un’incarnazione pienamente biopolitica del nostro presente[3].

Se lo spazio del comune va ricercato nei bisogni, nelle trasformazioni e nelle nuove composizioni di classe, nei mutamenti sociali delle relazioni, nelle stesse forme di vita, gli epocali avvicendamenti dell’ultima crisi economica depositano un enorme squilibrio nel rapporto di forze: è in atto in sostanza un’asimmetrica guerra civile non dichiarata tra il biopotere finanziario e le moltitudini.

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1. In questi giorni si possono registrare ripetute significative espressioni dell’attività normativa/giurisdizionale rese nel concreto spiegarsi del capitale finanziario (con la precisazione che, d’ora innanzi, si parlerà per comodità di capitale tout court non riuscendo a ravvisare diversa figura di dominio).

Si tratta della prossima istituzione di un redemption fund [(e non è un omaggio a Bob Marley) una prima e precisa illustrazione dello strumento, atto a ridurre il debito dei paesi europei si può trovare su Global Project], della determinazione di sottoporre alla BCE la risoluzione delle crisi delle banche private e della decisione di un Tribunale statunitense che ha rimesso in discussione il debito sovrano argentino non tanto e non soltanto quanto al soggetto attore, quanto a tutti  quanti ebbero a sottoscrivere accordi con il governo di quel paese in chiave “transattiva”.

Ebbene, il diritto (da chi e come posto è tutto da chiarire) si mostra sempre più come braccio armato del capitale (ben più e meglio dei nostrani stipendiati in assetto antisommossa); attività legislativa (in un caso) e potere giudiziario rimasticano istituti e concetti autoreferenziali per preservare l’ordine disordinato del potere finanziario onde consolidare debiti e regolare la sorte di intere nazioni.

Ma allora, perché (provare a) parlare di diritto in chiave costituente (ed è poi possibile)? Cercare motivazioni nella rivendicazione formale, richiedere e pretendere altrove da sé la concessione, il riconoscimento?

2. Di recente, Sandro Chignola, nella introduzione a il diritto del comune, avviava l’esposizione con un “dato fenomenologico” il lessico del diritto e dei diritti si è andato diffondendo e generalizzando negli ultimi decenni. Si chiedeva poi il perché di un rinnovato interesse per il diritto da parte dei movimenti, significativamente ponendo la contraddizione con il disinteresse/odio che gli stessi ne avevano nel corso dei precedenti decenni.

La circostanza, senz’altro vera, deve essere indagata e qualificata in quanto tale mutazione di sensibilità avviene (proprio come là si avvertiva), e avviene proprio per questo (e l’opera menzionata bene lo dimostra), nel momento in cui il diritto (privato e pubblico) mostra come non mai le corde, eroso dal progressivo sfilacciarsi della sovranità, esacerbato dall’insorgenza di “nuovi diritti” (meglio, direi, di nuove forme di vita) neppure immaginabili nel passato anche recente.

Evidentemente la crisi dello stato è crisi del diritto, cosiccome la crisi dello stato è crisi del soggetto di diritto (e quindi della proprietà), revocato in dubbio dalla crisi sistemica del capitale ormai assurto a capitale-crisi.

I dualismi [(ma forse, come per i cappotti, si potrebbe parlare di diritto double face) diritto pubblico/privato, oggettivo/soggettivo] perdono di consistenza di fronte allo spiegarsi del capitalismo finanziario/cognitivo e all’affermazione (del tutto astratta quanto a rappresentazione normativa, assolutamente reale nello spiegarsi della vita precarizzata) del precario-impresa.

3. Lo parabola del diritto soggettivo si è mossa lungo un’asse storicamente determinatasi: da attributo “intrinseco” del soggetto (attraverso l’emersione dell’azione quale diritto soggettivo per antonomasia) a riconoscimento “oggettivo”, laddove il soggetto gode(va) di quei diritti che (gli) sono riconosciuti dall’ordinamento statale.

In ogni caso, lo stato, tanto nella versione “liberale” quanto in quella “laburistica”, risulta(va) ente “organizzatore di servizi generali” [proprio su questo punto vien fuori il piccolo borghese per il quale lo Stato è ‘comunque’ qualcosa che sta al di fuori o al di sopra delle classi (Lenin, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, Editori Riuniti, pag. 54)].

Per tutto lo spiegarsi del capitalismo (mercantile e poi) industriale vi è un continuo palleggiarsi la supremazia tra le figure del negozio e quella dello stato.

Per due secoli, con ciclica regolarità si piange(va) la morte del contratto (quando l’autonomia contrattuale veniva, asseritamente, compressa attraverso l’inserimento di clausole -o l’espunzione di parti della convezione- onde perseguire una indefinita utilità sociale, quando non l’edificazione o il corretto funzionamento dello stato socialista o dello stato, in quanto tale, e il codice Mussolini-Grandi abbonda di richiami all’interesse nazionale) ovvero la morte dello stato, laddove incapace di confrontare la propria alterità con l’incipiente globalizzazione (ovviamente nulla a che vedere con la morte della patria -magari!- che in prossimità dell’8 settembre si evoca con una lacrimuccia). Talvolta si elideva la determinazione legale degli accordi a favore di una loro assoluta soggezione alla volontà delle parti, talvolta si spingeva, attraverso la legge, la dismissione delle convenzioni.

Dal tramonto del capitalismo “industriale” ad ogni buon conto, “l’accordo” (la “scommessa” verrebbe a dirsi, come per il caso di taluni prodotti derivati) tra individui-(non più, ed è questo il paradosso) proprietari (ma creditori, o per dirla con una nota pubblicità di carta di credito, i “titolari”) assume preminenza assoluta, ed è il legislatore (anche lo stato, quindi) a spingere in tal senso.

L’incapacità del capitalismo industriale a generare profitto (e la grande stagione di lotte degli anni immediatamente precedenti, non si dimentichi) è il motore della rivincita del negozio; rivincita, però a caro prezzo, laddove anche il contratto (e la grande protetta, la proprietà) perde ogni connotato suo proprio.

4. La liberalizzazione del sistema bancario, la dematerializzazione dei titoli di credito, il venir meno del limite alla tutela della speculazione con il riconoscimento della legittimità dei derivati, il ricorso a cartolarizzazioni nelle quali il titolo obbligazionario è sempre più estraneo al credito cartolarizzato -ove esistente- (e l’adozione da parte della Commissione Europea di modalità per la valorizzazione del debito degli stati membri di strumenti frutto dell’elaborazione privatistica di natura speculativo-finanziaria, la dice lunga sull’ascendente che lo statuto dell’impresa ha sulla manipolazione delle vite), il riconoscimento legislativo delle agenzie di rating che assurgono a parametro di verifica e valutazione, quindi, statale, la soggezione dei tassi di interesse a società private propongono una visione del mercato quale in grado di autoregolamentarsi.

Addirittura si auspica la dismissione della giustizia statale (e quindi al senso primigenio del diritto soggettivo che si risolveva nell’azione) a fronte di un sistema conciliativo/di mediazione spinto dalla commissione europea e da un legislatore italiano sempre più in affanno (qui la novità non sta tanto nel mezzo prescelto, quanto nella circostanza che per la prima volta l’opzione è data non da finalità deflazionistiche ma dalla “confessata” superiorità dell’accordo rispetto al giudizio).

5.  Anche la crisi in cui il capitale si dibatte, non smuove questa vague (non più nouvelle o riconducibile ad un post).

Ogni tentativo di regolazione del mercato si scontra con l’impossibilità di misure sensate e idonee a raggiungere l’obiettivo -fittiziamente- postosi.

Significativo è l’approdo formalistico (amministrativo, verrebbe a dirsi, a conferma dello stato avanzato di dissoluzione dello stato e del diritto, come meglio di seguito) della legislazione, segnatamente, finanziaria.

Il legislatore, lungi dall’entrare nel merito dell’agire del capitale, cerca di realizzare il contratto “perfetto” attraverso l’imposizione “dell’astratta conoscibilità” del (al contrario, assolutamente) concreto spiegarsi del rapporto dedotto; rapporto che, peraltro, non corre tra le parti, ma altrove.

E’ qui che si snoda il comando del capitale, immediatamente costituente.

E’ qui che si deve collocare l’insorgenza precaria all’interno del generarsi dell’effetto finanziario altro rispetto alla regolazione pubblica/privata.

-II-

1. Non si vuole affermare che tutto si sia dissolto nel mare putrido della finanza; si badi, esistono sempre lo stato, il diritto, il mercato, l’impresa, i lavoratori, ma tutto è differente da un passato anche recente: uguali denominazioni per un mondo diverso, completamente immerso nello (e gestito dallo) statuto dell’impresa.

Insomma, c’è sempre un giudice (mai come oggi, forse) a Berlino, ma esso veste i panni di un generico quanto onnipresente mercato, che scandisce la vita (e in questo, il senso del giudizio è immutato) di precari indebitati, giudicando secondo lo statuto dell’impresa.

Ma v’è di più.

L’esito della decisione non consegue ad una verifica circa la rispondenza o meno dell’agire a tale statuto (e già sarebbe procedura inumana), unicamente tendendo a favorire l’immediata captazione della ricchezza prodotta dalle singolarità.

Il giudizio è attualmente riduzione dei comportamenti umani alla legge del valore; attraverso il “diritto” (mostruosamente degenerato, a volere riconoscere al diritto medesimo una passata valenza progressiva) la finanza (che si regge sul negozio) perviene alla costante appropriazione del comune prodotto dagli uomini.

Quella che i giornali enfaticamente e quotidianamente registrano come erosione dei capitali delle società quotate (quando si parla, a capocchia, di milioni “bruciati dalla borsa”) è in realtà distruzione del comune e appropriazione della ricchezza creata dalla cooperazione.

Resta, per dirla con Salvatore Satta, il mistero del processo, la soggezione (prospettata quale) eterna della singolarità al giudizio che si regge su una serie di atti inclusivi/esclusivi da parte di un magistrato immaginario che si rifà a concetti decostruiti per spezzare la cooperazione sociale ed soggiogarlo alla legge del valore.

2. Tale situazione, non è forse inutile sia affrontata attraverso la rilettura di quanto dedotto nell’epoca in cui la dissoluzione dello stato venne per la prima volta tenuta in considerazione poiché, si sperava, argomento di attualità.

Ovviamente diverso era lo stato (pienamente capitalista nel suo divenire socialista grazie al binomio soviet/elettrificazione, un po’ i Burgnich-Facchetti della mia infanzia) come differente era la speranza di chi tali considerazioni svolgeva (la dissoluzione dello stato -e del diritto- nel comunismo).

Peraltro -dato che lo stato si è effettivamente dissolto nel mercato, come del resto lì si è disperso il feroce nemico di allora, glorioso strano soldato che sul petto non aveva medaglie ma una stella rossa; operaio d’acciaio, ridotto a partita IVA, compulsato nel gestire la propria ditta individuale indebitata- le parole dettate nei lontani anni venti possono costituire valido supporto all’odierna indagine.

Nell’attuale inverno del precariato si può quindi utilmente condividere lo “sbigottimento costituente” che avvolse i giuristi rivoluzionari (anche su questo si può rimandare, con sereno animo liberale, al mistero del processo di Salvatore Satta).

-III-

1- Pasukanis, con la propria Teoria generale del diritto è quello che più si spinse avanti.

Già la prefazione alla seconda edizione (cfr. pg 83 dell’edizione esaminata, Teorie sovietiche del diritto, Giuffrè, 1964) contiene più di uno spunto per comprendere lo svilupparsi dell’attuale crisi del diritto e l’impossibilità di indagare il precario impresa alla luce del diritto esistente.

Ogni doglianza del precario impresa che proceda dall’utilizzo del diritto dato appare lancia spuntata; ogni rivendicazione dovrà assumere la soggezione delle singolarità allo statuto dell’impresa e istituire, anche attraverso misure riconducibili alla (auto)normazione (amministrazione?), il comune degli uomini.

2- Lo sviluppo dei rapporti mercantili monetari sospinge in avanti questa evoluzione. La sfera della circolazione, ricompresa nella formula M-D, D-D, svolge un ruolo preminente. Il diritto commerciale, rispetto al diritto civile, assolve alla stessa funzione alla quale assolve il diritto civile rispetto a tutti gli altri settori, gli indica, cioè, la via dello sviluppo. Pertanto, da un lato il diritto commerciale è il settore specifico che ha rilevanza soltanto per le persone che han fatto loro professione la trasformazione della merce nella forma di denaro e viceversa (in tal modo si pone l’attualità, laddove tale “professione” è ormai comune a -ed esclusiva di- ciascuno) dall’altro, esso è lo stesso diritto civile nella sua dinamica, nel suo movimento verso gli schemi più puri da cui scompare ogni traccia di organicismo, verso gli schemi in cui il soggetto giuridico opera nella forma compiuta come necessario e inevitabile completamento della merce.

Il principio, dunque del soggetto giuridico e gli schemi su di esso fondati, che alla giurisprudenza borghese si presentano come aprioristici schemi della volontà umana (impressione che perdura, evidentemente nell’attuale fiorire di blog a sottofondo giuridico dove i protagonisti appaiono copie stantie e fuori tempo massimo di Doris Day nel film attenti alle vedove,  più che schiavi indebitati, come in effetti sono) derivano con assoluta necessità dalle condizioni dell’economia mercantile monetaria….

La considerazione sempre valida -anche se, ovviamente da attualizzare- è quindi che appare chiaro che non soltanto i vari dispositivi tecnici dell’apparato dello stato sorgono sul terreno del mercato, ma che tra le stesse categorie dell’economia mercantile monetaria e la forma giuridica esiste un nesso indissolubile. In una società in cui esiste il denaro, in cui quindi il lavoro privato individuale diviene sociale soltanto con la mediazione dell’equivalente generale, si hanno già le condizioni per la forma giuridica con le sue contraddizioni tra soggetto e oggetto, privato e pubblico…la costituzione dello stato politico, dice Marx, e la dissoluzione della società civile negli individui indipendenti, il cui rapporto è il diritto, così come il rapporto degli uomini degli stati e delle arti era il privilegio, si adempie in un medesimo atto.

Ma se il lavoro è immediatamente sociale e le contraddizioni tra soggetto e oggetto sono venute meno in quanto il soggetto è esso stesso produzione, non vi è più necessità della “mediazione giuridica” [il movimento più o meno libero da ostacoli della produzione e della riproduzione sociale, che nella società mercantile si compie formalmente tramite una serie di contratti privati: ecco il fine pratico della mediazione giuridica” (pg. 85 op. cit.)], che assume oggi gli innovativi (e mostruosi) connotati di una verifica unilaterale e fittizia circa la rispondenza del soggetto (non più possessore di merci, ma impresa in concorrenza) allo statuto dell’impresa.

3- Nell’introduzione dell’opera in esame (pg 103) si offre un primo riscontro a quelle che abbiamo affermato essere le -discutibili, a mio avviso, se non in chiave di negazione- ragioni del rinnovato interesse per il diritto da parte dei movimenti, al contempo ponendo l’evidenza dell’attuale crisi del diritto.

Pasukanis ripudia l’avvento di un diritto proletario (sovietico) e pone nel comunismo la dissoluzione del diritto e del suo falso nostromo.

Rivendicando al diritto proletario nuovi concetti ordinatori questo orientamento sembra essere rivoluzionario par excellence. In effetti però, esso proclama la immortalità della forma giuridica giacchè tende a sottrarre questa questa forma a quelle condizioni storiche che ne determinarono la piena fioritura e a dichiararla capace di un perpetuo rinnovamento.

Ecco la critica che va mossa agli sponsor dei beni comuni; non si tratta di sottrarre all’autonomia privata la gestione e la proprietà di (taluni) beni di utilità generale e generare uno statuto comunque pubblicistico, quanto di liberare la produzione del comune: questo non può farsi con il diritto, salvo non immaginare il diritto come diretta emanazione -amministrativa- delle moltitudini.

Pasukanis ci avverte: la scomparsa delle categorie del diritto borghese non significa affatto la loro sostituzione con nuove categorie di un diritto proletario (comune, verrebbe in ora a dirsi) così come la scomparsa delle categorie del valore, del capitale, del profitto, ecc non significherà la comparsa di nuove categorie proletarie del valore, del capitale, della rendita e via dicendo. In quelle condizioni la scomparsa delle categorie del diritto borghese significherà l’estinzione del diritto in generale, vale a dire la graduale scomparsa del momento giuridico nei rapporti umani.

Il comune, per la via dell’affermazione della moneta del comune, transitoriamente con la pretesa di una rendita universale di base, non abbisogna di normazione “dall’alto” (sia lo stato, siano consorterie di saggi) ovvero di dedurre categorie “adeguate” ma di liberazione che bene potrà auto-gestirsi.

4- Il momento giuridico, la mediazione giuridica perdono di efficacia nell’assoluta libertà da ostacoli nella produzione e nella riproduzione sociale, che non si compie più formalmente ma in modo concreto e sostanziale. La serie di contratti privati trascende ora la regolazione dei rapporti e quindi il fine pratico della mediazione giuridica per divenire momento di violenza giustificativa dell’accumulazione e della riproduzione del capitale attraverso la distruzione del comune.

  Pasukanis prosegue: per un epoca di transizione, come indicò Marx nella Critica del programma di Gotha, è caratteristico il fatto che i rapporti tra gli uomini restano per un determinato periodo necessariamente rinchiusi entro “l’angusto orizzonte del diritto borghese” (ed è lecito e doveroso ritenere tale orizzonte enormemente dilatatosi e pervenuto ad assorbire la vita delle singolarità precarie); ed è interessante analizzare in che cosa consista secondo Marx quell’angusto orizzonte. Egli presuppone un sistema sociale in cui i mezzi di produzione appartengano a tutta la società e in cui i produttori non si scambiano i loro prodotti; uno stato, quindi, più avanzato di quello in cui viviamo con la NEP (ma non di quello attuale dove la produzione di vita a mezzo di vita informa ogni nostra espressione). Il rapporto di mercato è dunque già sostituito da un rapporto di organizzazione (e le convulsioni gestionali -amministrativistiche- dell’attuale legislazione ne sono chiara eco), sicché il -lavoro trasformato in prodotti non appare qui come valore di questi prodotti, come una proprietà oggettiva da essi posseduta, poiché ora in contrapposizione alla società capitalistica i lavori individuali non funzionano più come parti costitutive del lavoro complessivo attraverso un processo indiretto ma in modo diretto. Ma persino con la completa eliminazione del mercato e dello scambio mercantile. la nuova società comunista, secondo Marx deve “per un certo periodo di tempo portare ancora sotto ogni rapporto economico, morale, spirituale le macchie della vecchia società dal cui seno essa è uscita.Ciò si manifesta nel principio della distribuzione secondo il quale ogni produttore riceve dalla società uno scontrino da cui risulta che egli ha prestato tanto lavoro e con questo scontrino egli ritira dal fondo sociale tanti mezzi di consumo quanto costa il lavoro corrispondente….data la forma del rapporto di equivalente è data la forma del diritto… l’estinzione del diritto … si verifica… quando sarà superata la forma del rapporto di equivalente”.

5- Ma allora, perpetuare il diritto è perpetuare la legge del valore?

L’esito distributivo, in ora, non può prescindere dalla persistenza del ridetto angusto orizzonte borghese ma al contempo deve ritenere la produzione che infaticabilmente le moltitudini realizzano.

Se, e qui ci avviciniamo alla nocciolo della questione posta in apertura, se  il capitale capta la ricchezza attraverso il contratto d’impresa, tale forma di “espressione”, unica che consenta il riconoscimento tra produttori di vita (e non più possessori di merci) deve essere tenuta ferma e avviata alla dissoluzione.

Occorre, sotto le spoglie del precario impresa indebitata, avanzare richiesta di una rendita universale e di riconoscimento della moneta del comune.

-IV-

1. Occorre prendere atto che l’economia politica marxista insegna che il capitale è un rapporto sociale (pg. 120 op. cit.).

Anche il diritto lo è.

La società capitalistica è (era) prima di tutto una società di possessori di merci (proviamo oggi a pignorare uno dei tanti Paperoni che affliggono le nostre dormite sulle spiagge e vedremo come proprietà e possesso abbiano perso ogni portata ricognitiva). Ciò significa che i rapporti sociali degli uomini nel processo di produzione vi assumono una forma cosale entro i prodotti del lavoro che si riferiscono l’uno all’altro come valori. La merce è un oggetto in cui la concreta molteplicità delle proprietà utili diviene soltanto il mero involucro cosale della proprietà astratta del valore, la quale di manifesta come capacità di commutarsi in altre merci secondo una proporzione determinata. E tale qualità si presenta come inerente alle cose stesse in forza di una sorta di legge naturale che opera alle spalle degli uomini in modo completamente indipendente dalla loro volontà.

Potrebbe ora dirsi che la società del capitalismo cognitivo-finanziario è società di soggetti immediatamente e in sé produttivi, dove la proprietà del valore non è più astratta ma concreta e integrata nell’uomo, mero involucro di sé stesso e della propria capacità produttiva.

Quello che non appartiene alla singolarità (e ne è la forza costituente) è la capacità di commutarsi in “altre merci secondo una proporzione determinata” di qui la necessità della persistente mediazione del diritto (quale rapporto tra imprese).

Ma se la merce acquista valore indipendentemente dalla volontà del soggetto che la produce, la realizzazione del valore del processo dello scambio presuppone invece un atto consapevole di volontà da parte del possessore della merce (il rapporto appare ora invertito; lo scambio -meglio la concorrenza, unico parametro di giudizio- avviene ora immediatamente, per il solo fatto dell’esistenza, attraverso la continua captazione del comune portato nel lavoro intellettuale) o come dice Marx “le merci non possono andarsene da sole al mercato e non possono scambiarsi da sole, dobbiamo dunque cercare i loro tutori, i possessori di merci. Le merci sono cose, quindi non possono resistere all’uomo, se esse non sono ben disposte, egli può usare la forza; in altre parole può prenderle” (il precario impresa, però si; di qui la necessità per il capitale di forzare il rapporto di scambio, transitando verso la predisposizione di un regime di concorrenza che realizzi l’apprensione del comune; al contempo le moltitudini dovranno operare concretamente per evitare tale captazione, meglio superando la forma impresa, pervenendo alla dissoluzione di ogni contesto di giudizio, dismettendo il merito e la valutazione, annichilendo ogni tentativo di due diligence che quotidianamente il capitale ci impone, come singolarità e come cittadini).

Dunque la connessione sociale degli uomini nel processo di produzione oggettivata nei prodotti del lavoro, in guisa da assumere la forma di una regolarità spontanea, esige per la sua realizzazione un particolare rapporto tra gli uomini in quanto dispongono dei prodotti, come soggetti cioè “la cui volontà domina nelle cose”, “la circostanza che i beni economici contengono lavoro è una proprietà ad essi inerente; il fatto che essi possano essere scambiati è un’altra proprietà dipendente soltanto dalla volontà dei possessori la quale suppone soltanto che essi vengano appropriati e alienati” (Hilferding, Bohm-Bawerk vals Marx-kritik …..almeno sapessi quello che scrivo…). Perciò allo stesso tempo che il prodotto del lavoro acquista la proprietà di merce e diviene portatore di valore, l’uomo acquista la proprietà di soggetto giuridico e diviene portatore di un diritto.

2. L’uomo impresa immediatamente portatore di valore deve essere coartato nella volontà per poter essere captato.

“La persona, la cui volontà è dichiarata determinante, è soggetto di diritto” (Windscheid, Pandektenrecht, I, 49), ci ricorda Pasukanis; ma qui ed ora, il rapporto di scambio non risulta sufficiente al riconoscimento di una soggettività costituente che da un lato esiste indipendentemente dal riconoscimento medesimo, dall’altra non “tocca” il capitale che della produzione oggettivata nei prodotti del lavoro non sa più che farsene.  La volontà che non determina più nulla. Non si va più al mercato con il carretto, non ci si presenta più al padrone con le nostre braccia muscolose e sporche di grasso; si nuota nel capitale in attesa che questo si appropri della nostra vita.

In pari tempo, la vita sociale si scinde da un lato in un insieme di rapporti oggettivati di formazione spontanea (tali sono tutti i rapporti economici): livello dei prezzi, saggio del plusvalore, saggio del profitto etc) di rapporti cioè, nei quali più uomini non ci dicono più di quello che ci dicono le cose, e, dall’altra parte, in rapporti nei quali l’uomo non si determina altrimenti che per la sua contrapposizione alla propria cosa vale a dire come soggetto, e cioè in rapporti giuridici. Sono queste due forme fondamentali che si differenziano tra loro in linea di principio e che sono tuttavia contestualmente connesse nel modo più stretto e si condizionano reciprocamente  (pgg. 156 ss.).

Attraverso lo scambio di merci il possessore di merci si riconosceva e acquistava la qualità di soggetto di diritto.

Ora, il precario impresa indebitata attraverso l’esistenza e l’indebitamento deve reclamare la qualità di soggetto partecipante al processo produttivo e riconoscersi ed essere riconosciuto attraverso lo statuto dell’impresa.

Il problema quindi, permane nel riconoscimento; ma la vita messa al lavoro non può essere collocata nel sistema dello scambio. Soltanto la vita(lità) dell’uomo impresa attraverso il già esistente statuto del’impresa (l’angusto orizzonte borghese che si riaffaccia) può trovare soggettivazione e al contempo  riconoscimento.

3. La forma specifica della regolamentazione giuridica capitalistica nasceva dalla forma di merce. Il diritto risultava, quindi regolamentazione astratta del rapporto tra possessori di merci.

Questo andava bene sia nella costituzione dell’individuo che in quella del lavoro, quando la forza lavoro, divenuta merce poteva essere scambiata (contrattualizzata nella forma “tipica” della vendita).

Il lavoratore, attraverso questa astrazione, poteva essere riconosciuto dal diritto e divenire soggetto di diritto.

Tale riconoscimento è attualmente irrilevante poiché non consente la considerazione della soggettività e occulta la produzione sociale da parte delle singolarità.

Il capitale deve procedere continuamente alla distruzione del comune, meglio pervertirlo nella valorizzazione, e ciò attraverso la riduzione dell’uomo ad impresa. Le singolarità, al contempo, non possono prescindere da tale riconoscimento attraverso lo statuto dell’impresa risultando inidonei gli strumenti (anche giuridici) che per tutto il capitalismo industriale ne avevano consentito la sopravvivenza.

Attraverso l’adozione dello statuto di impresa, la produzione di vita può trovare, forse, tutela maggiore di quella rinvenente dalla evocazione di nuovi diritti, direttamente assumendo la propria esistenza (produttiva) quale completamente immersa nel sistema finanziario che in tal modo, sempre forse, potrà essere scardinato.

[English version: http://www.globalproject.info/it/in_movimento/toni-negri-building-coalitions-of-the-multitude-in-europe/15064]

[Versión española: http://www.politicaycomun.com/2013/09/por-la-construccion-de-una.html]

Scusate se la prendo da lontano. Vorrei infatti chiedermi prima di tutto che cosa vuol dire “far politica oggi” e risalire poi al tema Europa. Far politica sul terreno dell’autonomia, vale a dire assumendo il punto di vista del soggetto sovversivo e di conseguenza analizzando le figure e i modi di agire del proletariato precario-cognitivo. Ritrovo infatti i bisogni e i desideri di questo soggetto come dispositivo centrale, virtualmente egemonico, nell’analisi dei movimenti della moltitudine dominata e sfruttata nella sua lotta contro l’ordine capitalista.

Ci sono due argomenti, meglio, due topoi che vanno assunti affrontando questo tema. Il primo è oggettivo, bisogna cioè chiedersi che cosa significa porsi dentro lo sviluppo capitalistico nella fase critica dell’egemonia neoliberale. Potremmo anche, probabilmente, cominciare ad interrogarci sui “limiti del capitalismo”, togliendo tuttavia di mezzo preventivamente ogni previsione catastrofica comunque questa si presenti ed ogni nostalgia di una tradizione attestata da troppo tempo su questa illusione. Il contesto capitalistico è oggi caratterizzato dal dominio del capitale finanziario che sta consolidando la sua azione dopo una lunga transizione, che risale almeno alla seconda metà degli anni ’70. L’abbiamo ampiamente seguita, questa evoluzione, e spesso anticipata nel nostro lavoro collettivo: vediamone dunque semplicemente le conclusioni. Il capitale finanziario è egemone, non lo si può più definire come facevano Marx e Hilferding, poiché esso si è fatto capitale direttamente produttivo: cerca oggi la sua stabilizzazione esercitando attività estrattive sia nei confronti della natura e delle sue ricchezze, sia nei confronti del biopolitico-sociale (cioè del welfare). Quando parliamo di consolidamento del potere del capitale finanziario ne parliamo ipotizzando (ed è una ipotesi che si avvicina ormai ad una verifica conclusiva) che la trasformazione del capitalismo abbia comportato (tra l’altro – ma l’osservazione è tanto limitativa dell’analisi, quanto importante per concentrare quest’ultima su quanto ci interessa) – abbia dunque comportato una assai profonda trasformazione delle forme territoriali e delle strutture istituzionali nell’assetto globale degli Stati e delle nazioni nel “secolo breve”. Questa trasformazione comincia all’interno dei singoli mercati nazionali dove, in ciascuno di essi, la struttura produttiva capitalistica è riorganizzata dopo la prima Grande Guerra (rispondendo al trionfo della rivoluzione bolscevica), secondo moduli contrattuali keynesiani. Nel secondo dopoguerra e dopo le “ricostruzioni”, questo modulo di organizzazione sociale e di comando capitalista comincia ad essere fragilizzato e talora a saltare sotto la pressione operaia: è allora che comincia la rivoluzione neoliberale a partire dalla fine degli anni ’70 con una straordinaria accelerazione all’inizio del XXI secolo. Essa riorganizza innanzitutto lo Stato secondo modalità fiscali nella gestione della crisi e nella governance del debito pubblico. Il procedere della mondializzazione che interviene in quel periodo e l’affermazione globale dei “mercati finanziari” spostano il controllo delle possibilità debitorie dello Stato dal potere pubblico alle strutture che organizzano il privato, dall’equilibrio dell’amministrazione interna  dello Stato all’equilibrio costruito sotto il dominio dei “mercati” globali.

È a questo punto che si dà una definitiva frattura fra il nuovo ordine capitalistico globale e i soggetti che vivevano nel precedente ordinamento capitalistico dei singoli Stati-nazione – in quell’ordinamento “riformista” del capitale, cioè, che avendo introdotto keynesianamente il movimento operaio nel contratto sociale, ne disciplinava i comportamenti secondo regole cosiddette “democratiche”. Se nello Stato fiscale, presto pervenuto alla crisi, il debito statale aveva assunto quel ruolo di anticipazione della spesa che prima aveva avuto l’inflazione (in senso opposto, come strumento di devalorizzazione della spesa) e se presto la fiscalità non è più sufficiente a sostenere il debito promosso dallo Stato – se dunque la struttura del debito muta e il neoliberalismo, facendo del mercato la regola dello sviluppo e dei “mercati” la giustizia del pianeta, impone la privatizzazione globale del debito…. dato tutto questo, la crisi capitalistica si presenta oggi come impossibilità di far agire all’interno dello sviluppo stesso qualsiasi elemento di mediazione, qualunque  struttura contrattuale, insomma il keynesismo in tutte le diverse accezioni riformiste che esso possa eventualmente assumere. D’altra parte, questo sviluppo (se riguardato dal punto di vista delle lotte del soggetto sovversivo) ci restituisce un modulo assai consistente di lotta di classe. Da un lato tutti coloro che possono partecipare all’”interesse” (cioè al profitto monetario – alla partecipazione alla pratica globale dell’usura dei mercati privati e/o semipubblici) costruito sul mercato finanziario; dall’altro lato tutti coloro che considerano l’esercizio della loro forza-lavoro reso socialmente utile dal loro “stare insieme” e quindi dall’esigenza (bisogno e desiderio) di essere garantiti nel corso della loro vita non dal perdurare della barbarie del privato possesso ma dal possibile godimento dell’accesso al comune. E non c’è “nessuna classe media” fra queste due realtà etiche.

Il secondo presupposto è soggettivo, ne abbiamo accennato le caratteristiche etiche – ora si tratta di studiarne (anche in questo caso riassumendo un lavoro collettivamente compiuto) l’ontologia della produzione. In essa si ricompongono dunque le modificazioni intervenute nella composizione della classe lavoratrice. Essa non è più (come da molto tempo si sa) “operaia” in senso esclusivo, tanto meno può essere qualificata come centrale nei processi di valorizzazione – la dimensione immateriale, intellettuale, cooperativa e la rete (come tessuto di ogni attività produttiva)  sono diventati gli elementi centrali della valorizzazione produttiva. La forza-lavoro si è dunque radicalmente modificata. Nessuna nostalgia della vecchia classe operaia. Impegno, invece, a ritrovarne le stigmate nel continuum della “disindustrializzazione”, determinata (non tanto dal capitale finanziario quanto) dall’automazione industriale e dalla sua espansione a tutto il sistema dei servizi produttivi (sicché anche l’operaio industriale è oggi lavoratore immateriale). La radicalità di questa modificazione è estrema. Altrove abbiamo definito l’insieme della forza-lavoro nella sua dimensione di soggetto sfruttato nello sviluppo del capitale finanziario come un composto da individui “indebitati, mediatizzati, securizzati, rappresentati”. In questo quadro lo sfruttamento avviene assumendo la società come totalità, investe e sussume l’intera società. È uno sfruttamento estrattivo. La qualità estrattiva dello sfruttamento significa che l’analitica “temporale” (quella marxiana, per esempio) delle figure e delle quantità di pluslavoro e di plusvalore, dev’essere rivista e analizzata secondo nuovi criteri. È qui infatti che il capitale finanziario si segnala come potente agente di un’”estorsione” compatta e massificata di plusvalore, come mistificatore di ogni assemblaggio di lavoro cooperativo e infine – in tal modo – come forza estrattiva del comune. Nel concetto di “estrazione” si modifica quindi quello di “sfruttamento”. “Estrazione” significa appropriazione di plusvalore attraverso una continua scrematura dell’attività sociale, la riduzione delle singolarità che cooperano nella produzione sociale (e che così esprimono comune) ad una massa che ha perduto ogni controllo di se stessa ed ogni autodeterminazione, la trasformazione dell’imprenditorialità capitalista in una funzione ormai incapace di organizzare il lavoro, immersa nel gioco finanziario e solo attenta alle cedole azionarie. Il concetto marxiano di sfruttamento sembra così pateticamente lontano – nella sua insistenza sulla temporalità della giornata lavorativa e dello sfruttamento individuale che in essa si misura. Se non fosse che la massa esiste solo nella logica del capitale finanziario (come il popolo in quella dei sovrani). Mentre la vita sfruttata è singolare. Da questo punto di vista, dunque, le soggettività implicate in questo sviluppo del capitalismo, espropriate come massa, sfruttate come singolarità, avvertono che la frattura sociale, meglio, la scissione del concetto di capitale si è data in maniera ormai piena. Al punto in cui lo sviluppo capitalistico è stato spinto dall’azione neoliberale, una qualsiasi mediazione interna allo sviluppo capitalistico (anche se imposta dalla moltitudine dei lavoratori bisognosi, insomma comunque essa si presenti, qualsiasi sia la forma in cui le singolarità sono rinchiuse nella massa espropriata) – ogni mediazione, dunque, è stata rotta. Assistiamo all’azzeramento del politico, meglio, del valore della composizione politica del soggetto antagonista: in questa prospettiva “la politica” è solo considerata una mediazione – e questa non potrà certo darsi con gli “esclusi”.

Dobbiamo dunque concludere che la dialettica operaista che sempre teneva presente un rapporto antagonista tra sviluppo capitalistico e lotta di classe operaia e ad essa imputava ogni sviluppo, è terminata? È possibile, con tutta probabilità è avvenuto. Infatti la relazione delle singolarità che costituiscono moltitudine è divenuta del tutto intransitiva nel rapporto di capitale. Il neoliberalismo ci impone questa verità. La valorizzazione capitalista nasce infatti dal fatto che la moltitudine di singolarità è ridotta a massa – è resa “transitiva” in quanto capitale variabile ma non può più esprimersi come classe – neppure all’interno del capitale, come la dialettica “socialista” esigeva. Affermare questo non significa che la concezione marxiana dello sviluppo sia obsoleta o la metodologia operaista ormai desueta; significa solo che il metodo va innovato, che le “armi della critica” vanno adeguate alla nuova situazione complessiva e che “far politica oggi” è concetto che non può esser legittimato, per esempio, semplicemente dal ricorso all’inchiesta operaia – modulata sul couplet composizione tecnica e composizione politica – ma che i temi del potere e del contropotere, della guerra e della pace, del potere costituente e dell’insurrezione, insomma, del programma comunista, vanno riproposti – in prima linea.

Mi ripeto. Già da tempo è stato teorizzato che l’”uno si è diviso in due”. Questo significa che non c’è più misura fra capitale e soggetto sfruttato, antagonista, che non vi è più mediazione possibile. Vi può essere mediazione solo forzosa. Questo comporta crisi, inefficienze, limiti della forma politica del capitalismo oggi dominante, di quella “democratica” in particolare, sempre più evidenti. Se l’azione politica del primissimo e primo movimento operaio (tra l’’8-‘900) ha cercato alternativamente per la sua azione un modello riformista e/o uno insurrezionale; se la seconda grande epoca del movimento operaio – quella dell’operaio fordista – ha consolidato nella forma contrattuale (e riformista) il suo progetto, oggi non vi è più nulla di questo che possa essere nuovamente percorso. Alcuni autori hanno con grande intelligenza sottolineato che il capitalismo neoliberale ha perduto ogni caratteristica democratica da  quando le istituzioni  della democrazia non son più riuscite a trattare, ad incidere sulle questioni economiche – hanno cioè permesso al neoliberalismo di estrarle dalle regole della democrazia. È un altro modo di dire che l’”uno si è diviso in due”. La sovranità è stata allora tolta agli Stati-nazione per essere trasferita verso il potere globale dei “mercati”. Ma questa conclusione non conclude nulla, è essa stessa implicata nel processo della crisi e la estremizza piuttosto che risolverla. È ormai banalmente ripetuta dai più e finisce per mistificare l’impotenza dei soggetti e per vanificare le lotte contro il capitale finanziario.

Finora abbiamo visto come il concetto di composizione politica di classe operaia sia venuto meno, come sia stato azzerato dalla nuova figura dei movimenti finanziari e politici del capitale – e in ogni caso come esso non possa funzionare (la diciamo grossa) “ontologicamente”, e cioè nella realtà storica determinata: perché ormai privato di ogni transitività. “Come fare politica, oggi”, non significa dunque giocherellare fra composizione politica e tecnica ma ridefinire radicalmente che cos’è “politica”. Tra poco vedremo quale sia la fragilità dello stesso concetto di composizione tecnica. La metodologia classica dell’operaismo non funziona dunque più. Bisogna modificarla. E farlo tenendo presente che la nostra autocritica non significa che non ci possiamo più chiamare marxisti; forse significa che non ci chiameremo più post-operaisti; probabilmente ci diremo solo comunisti – alla nostra maniera, facendo del marxismo un dispositivo vivente per adeguarlo alla critica del nostro mondo. Per cominciare cioè ad uscire da quella condizione di azzeramento della politica.

Sulla questione del presupposto soggettivo dobbiamo quindi ora ritornare, armandoci di una nuova metodologia che lavori essenzialmente sulle maniere di far crescere, indipendentemente dal rapporto di capitale (non-transitivamente dunque), la nuova soggettività sociale sfruttata. In essa non saranno più riconoscibili composizione tecnica o composizione politica, conseguenti l’una dall’altra, ma piuttosto una composizione semplificata ed una consistenza reale che cercheremo ora qui di definire, descrivendo l’azione che è possibile, a questa soggettività, di produrre.

In primo luogo dobbiamo tener presente che quel soggetto separato, azzerato dal punto di vista politico, è comunque un soggetto che si è riappropriato di capitale fisso, in tutta la fase di trasformazione del capitalismo fra crisi dello Stato fiscale e consolidamento dello Stato del capitale finanziario. In che cosa consiste precisamente questa riappropriazione? Consiste specificatamente nel far proprie, nell’afferrare, nel rendere protesi corporee e mentali, linguistiche e/o affettive, cioè nel ricondurre alla propria singolarità alcune capacità che prima erano solo riconosciute proprie delle macchine con le quali si lavorava, e nell’incorporare queste caratteristiche macchiniche, farne attitudini e comportamenti primari dell’attività dei soggetti lavorativi. Nel distacco storico che si era affermato tra oggettività del comando (e del capitale costante) e soggettività della forza-lavoro (soggetta al capitale variabile) – si dà, da parte delle singolarità, una riconquista di capitale fisso, un’acquisizione irreversibile di elementi macchinici sottratti alla capacità valorizzante del capitale – per dirlo brutalmente, un furto continuato di elementi macchinici che arricchisce di capacità tecnica il soggetto, meglio, come si è detto che il soggetto lavorativo incorpora. Con ciò si mostra quanto il lavoro immateriale sia corporeo, della sua capacità di assorbire con rapidità e virtuosità stimoli e potenze macchiniche.

Ora, ogni riappropriazione è destituzione del comando capitalistico. Questo processo di appropriazione da parte dei lavoratori immateriali è infatti molto forte, efficace nel suo svilupparsi – esso determina crisi. Ma non si darebbe crisi se considerassimo che essa nasce spontaneamente dai processi di riappropriazione e di destituzione. Non è così. La crisi ha bisogno di uno scontro, di una realtà politica che si muova per la distruzione non più semplicemente del rapporto di sfruttamento ma della condizione forzosa che lo sostiene. In effetti quando si parla di riappropriazione da parte del soggetto antagonista, non si parla semplicemente della modificazione della qualità della forza-lavoro (che deriva dall’assorbimento di porzioni di capitale fisso), si parla essenzialmente della riappropriazione di quella cooperazione che nella ristrutturazione capitalista della produzione era stata incentivata e poi espropriata – e che rappresenta il dramma essenziale di questa fase critica. Quando si dice recupero di capitale fisso, riappropriazione – lungi dall’esprimersi in termini macchiati di economicismo – l’analisi entra piuttosto su quel terreno della cooperazione che è oggi regolato in termini biopolitici dal capitale: destituire il capitale di questa funzione significa recuperare alla forza-lavoro autonoma capacità di cooperazione. Ma poiché la società civile e la cooperazione produttiva sono oggi dominate dalle funzioni monetarie – e le funzioni monetarie fanno capo direttamente al capitale finanziario – riappropriazione di capitale fisso e destituzione del comando capitalistico sulla cooperazione ci portano immediatamente all’interno di quanto è oggi più decisivo nella struttura del comando capitalista: la sfera monetaria. Se qui si dessero significanti, sarebbero significanti che rivelano il comune. La moneta si incontra e si scontra con le caratteristiche comuni della cooperazione. E allora la resistenza, la lotta e l’autodeterminazione del soggetto lavorativo qui assumono immediatamente caratteristiche politiche, poiché si scontrano con le dimensioni finanziarie (monetarie) del controllo sociale. Il welfare è il terreno privilegiato di questo scontro.

In secondo luogo, oltre a destituire il comando sulla cooperazione e a incorporarsi parti di capitale fisso, la nuova forza-lavoro, ovvero quella classe politica antagonista, socialmente ricomposta nella cooperazione, si trova a costruire luoghi comuni. Forse li desidera, comunque vuole costruirli. Luogo comune: che cosa significa? Immediatamente, un senso di orientamento nel contesto proprio della mobilità e della flessibilità incorporate alla forza-lavoro (cooperante). E, in seconda battuta, che cosa sono dunque i luoghi comuni, meglio, gli insiemi istituzionali dentro ai quali il soggetto antagonista vuole riconoscersi? Si tratta essenzialmente di livelli strutturali dell’organizzazione dello stare insieme, spesso il contesto sociale della città, meglio della metropoli – come luogo di incontro e di costruzione comune di linguaggi e di affetti, come piena virtualità di associazioni produttive. La metropoli sta infatti diventando, sempre di più, il luogo dove la resistenza all’estrazione capitalista del plusvalore dall’attività comune ed allo sfruttamento delle singolarità moltitudinarie, è divenuta possibile – forse un luogo di desiderio. La metropoli è certo divenuta centrale nell’accumulazione capitalista perché lì, nella metropoli, l’intransitività del rapporto capitalista ha raggiunto il più alto livello di realizzazione e di espressione, e come tale va governato dal capitale. Ma d’altra parte la metropoli si è fatta eminentemente luogo di incontro e di riappropriazione proletarie. Ogni istanza di contro-potere non può prescindere da luoghi, da spazi nei quali svilupparsi, affermarsi, sostenersi. Se nel primo momento che abbiamo considerato (quello della riappropriazione di capitale fisso) la singolarità veniva nel medesimo tempo riconoscendosi nel comune – ed il comune (nel caso, l’insieme dei servizi di welfare) diveniva l’oggetto delle sue istanze di riappropriazione – se questo avviene nella metropoli, cioè a partire da moltitudini che vengono ricomponendosi e prendendo forma in luoghi comuni – lo scontro allora si definisce immediatamente come lotta di un proletariato moltitudinario contro il capitale finanziario. Qui l’azione moltitudinaria, volta a difendere, a ricostruire, ad appropriarsi del welfare, si incardina sulla riscoperta di soggettività attive, di quelle singolarità che costituiscono la moltitudine – perciò si esprime nella richiesta del diritto di cittadinanza – che è politicamente “diritto alla città”. Diritto cioè garanzia di godimento della città, di cooperazione nella città, di governo della città, di lavoro nella città. La questione del reddito garantito di ogni cittadino diviene quindi un elemento che integra questa costruzione del politico. E se la richiesta di reddito riconosce la funzione produttiva di ogni cittadino, non è tuttavia questa la cosa fondamentale: fondamentale è piuttosto che ogni singolarità (cioè ogni lavoratore ed ogni cittadino) trovi e fissi nella sua pretesa soggettiva al reddito, una domanda di potere politico adeguata alla costruzione della moltitudine. Reddito garantito e diritto alla città sono un solo obiettivo politico. Se nel primo luogo comune che abbiamo costruito, la singolarità moltitudinaria si realizzava nel comune (nel governo del welfare), qui il comune è moltitudinario e si esprime attraverso le singolarità (nel diritto soggettivo alla città, all’accesso al comune) – così si afferma la nuova maniera di far politica oggi.

Nel neoliberalismo, nello Stato consolidato della trasformazione del comando di capitale, il tessuto del comune è organizzato dalla moneta ed espropriato dalla Banca. È così che, procedendo dal basso, si propone per noi, per le nostre lotte di emancipazione sociale e di libertà, il tema Europa. Ricostruire l’orizzonte europeo significa dunque battersi per la riappropriazione del welfare e per l’ottenimento di un reddito di cittadinanza, eguale per tutti e più che decente, riconoscendo nella BCE il nemico da battere, il potere da spossessare. È qui che si da, a fronte degli attacchi dei “mercati” (quanto avvenuto nella crisi ce lo ha mostrato) un’occasione unica di spostare il discorso politico  dalle condizioni asfissianti del dibattito all’interno dei singoli Paesi-nazione ad una prospettiva rivoluzionaria. Ma di più – proprio se non si può tornare indietro (e la crisi lo ha dimostrato, e la sua soluzione lo affermerà ancora più duramente) l’Europa è un’occasione rivoluzionaria. Se non si può tornare indietro, occorre andare avanti – e per andare avanti c’è una sola strada: lottare, insistendo su welfare e reddito di cittadinanza, per rifondare quell’istanza democratica del comune che ci è stata strappata via dall’attuale governance europea, egemonizzata dal neoliberalismo. Il tema Europa si pone dunque direttamente contro la Banca, riconoscendo che la lotta moltitudinaria, la lotta del proletariato sociale contro la Banca non rinnega il processo di unificazione europea ed i risultati raggiunti (fra i quali la moneta unica) ma si pone piuttosto l’obiettivo del governo della moneta, della costruzione della moneta del comune. Questa è però solo una premessa, quasi un anticipo ideologico di un’azione comunista da riprogrammare.

Di nuovo chiediamoci dunque: perché l’Europa? Perché siamo “europeisti” anche dopo che del neoliberalismo abbiamo direttamente subito la repressione feroce, l’austerità orribile e ne abbiamo fatto l’oggetto del nostro odio? E dopo aver implicitamente riconosciuto che l’Europa rappresenta nel quadro istituzionale presente, il più completo esempio di consolidamento dello Stato neoliberale? All’interno della “sinistra” molti, la maggior parte di quelli che non aderiscono alla socialdemocrazia, ora (dopo aver a lungo lottato contro il processo di unificazione europea, duramente ammaestrati dalla crisi economica e avendo appreso che indietro non si torna) – ora, dunque pensano che la sola maniera di ricostruire l’Europa preveda la riformulazione del contratto costitutivo, da parte degli Stati-nazione europei, esigono dunque che questi si ricostruiscano come soggetti sovrani della contrattazione. Si tratterebbe di ritornare (temporaneamente?) agli Stati-nazione, di restaurare una sovranità nazionale (protetta dall’Europa dentro e contro la globalizzazione?) e così di riconquistare potere sulla moneta. E poi… poi si vedrà. Il sovranismo è duro a morire e ci sono ancora socialisti disponibili, fin dal 1914, a ripetersi nel difendere la sovranità nazionale oltre ogni vergognoso limite! Subordinatamente, in maniera più pacata, si sostiene la possibilità di riaprire un rapporto – quasi contrattuale – fra i vari Stati europei, quasi sovrani, dopo che essi abbiano riconquistato una maggiore autonomia sovrana – quelli che il fiscal compact e gli altri diabolici accordi monetari hanno eliminato:  insomma, di ricostruire l’Europa in due tempi. Uno, cancellazione degli accordi sulla BCE; due, ricomposizione attorno ad un accordo tipo Bretton Woods, dove a comandare sia un indipendente “Bancor” – moneta convenzionale che flessibilmente accompagni le diversità delle situazioni europee e guidi i movimenti di aggiustamento delle bilance e dei budget all’interno dei singoli paesi e fra tutti. Patetici progetti. Comunque ci riguardano solo parzialmente, come per definire uno sfondo. Per noi il problema non si risolve ritornando indietro: pensiamo infatti che l’Europa sia il contenente minimo per un’azione politica rivoluzionaria che si collochi nella globalizzazione. Lo spazio (proprio in seguito alla globalizzazione) è ritornato ad essere una dimensione politica essenziale, primaria. È solo costruendo e consolidando la forza di un ordinamento in uno spazio determinato fra soggetti che cooperano, che la legittimità (quella sovrana, certo, ma anche quella) rivoluzionaria, si afferma. Non c’è alternativa. L’Europa è questo spazio – dove il proletariato moltitudinario nel quale ci riconosciamo può insorgere, trasformando non lo spazio (anche quello, forse: ne parleranno altri) ma la struttura di potere che lo ordina. L’Europa e la moneta europea costituiscono un ambito di virtuale autonomia all’interno della mondializzazione. Senza l’Europa non vi è possibilità di governare, limitando la pressione immane dei mercati globali e dei poteri multinazionali. Europa è quella dimensione spaziale che rappresenta una possibilità di sopravvivenza politica e di azione autonoma delle moltitudini europee, a fronte della pressione delle forze sovrane, già assestate su dimensioni globali – configurantesi ormai come sezioni continentali del potere globale.

Quanto è avvenuto sulla scacchiera globale in quest’ultimo trentennio, dalla fine della guerra fredda, va fortemente sottolineato per chiarire che la proposta di una lotta che si proponga un progetto di democrazia radicale in Europa, è tutto tranne che un sogno. Se è vero, infatti, che la potenza dei mercati è immane, è altrettanto vero che il peso e i condizionamenti dell’alleanza e della subordinazione atlantica è divenuto, nella continuità, sempre più fragile e in prospettiva instabile. È dal declino della potenza americana che l’inizio del XXI secolo è stato caratterizzato – con due conseguenze maggiori. La prima è il conflitto latente fra USA e Cina – esso sta maturando ed ha una prima conseguenza che ci interessa: avere estraniato il potere americano dall’Europa e fatto registrare il forte indebolimento (da non sottovalutare) del potere americano, non solo in Europa ma sull’intera dimensione mediterranea. Gli USA non hanno mai voluto un’Europa unita, tranne come alleato durante la guerra fredda. Dopo la “caduta del muro” di Berlino hanno continuamente osteggiato l’unificazione e la Gran Bretagna ha sempre rappresentato il cavallo di Troia di questo sabotaggio. Ora la situazione è profondamente mutata e, all’indebolimento della leadership, si aggiunge per la Casa Bianca la necessità di sostenere più efficacemente gli interessi americani nel Pacifico e di costruire laggiù un fronte strategico per l’egemonia asiatica. Come si vede, la “provincializzazione di Europa” non porta solo guai! La seconda conseguenza è ben più importante: si lega allo sviluppo delle primavere arabe lungo il Mediterraneo e nel Medio Oriente (un vero 1848). Per ora sembra impossibile identificare una soluzione politica al conflitto fra moltitudini arabe e le strutture autoritarie (militari e/o plutocratiche) che le controllano e le stringono in una gabbia di miseria e ignoranza medievali. In quella situazione, la lotta di classe sta riprendendo i suoi diritti – naturalmente se di lotta di classe si parla nei termini in cui noi ne abbiamo fin qui parlato, come lotte di moltitudini di singolarità, come lotte che sono insieme di emancipazione dalla povertà e di liberazione dei soggetti. Il tema di un’Europa unita da un progetto di democrazia radicale-comunista trova nel movimento d’oltre Mediterraneo una sua base d’appoggio – anche il viceversa è da costruire.

In terzo luogo – o meglio, è questo il terzo presupposto che sta alla base del ragionamento sulla soggettività che abbiamo cominciato a sviluppare all’inizio di questo intervento (tanto tempo fa!) – si tratta di consolidare, anche noi, in istituzioni i movimenti fin qui descritti. Si tratta non solo di costruire contropoteri diffusi ma di coalizzarli per produrre potere costituente. Si tratta di ricomporre l’insieme delle forze plurali che lottano per il reddito e per la difesa/espansione del welfare, attorno ad un telos, ad una finalità comune. A noi sembra che quando si sia assistito alla lunga vicenda delle primavere arabe e delle insorgenze occupy (ed alle tragedie che stanno contrassegnando la pur indomabile – talora aperta, talora sotterranea – continuità delle prime ed al ristagno – sia pur talora potentemente riflessivo – che tocca le seconde) – bene, non si può allora non pensare – se ancora si possiede un minimo di responsabilità teorica, prima ancora che politica – alla necessità di un lavoro di costituzione di una forza che sappia – tutti insieme – affrontare il nemico. La consapevolezza di un passaggio strategico è stata probabilmente acquisita: sarà necessario costruire piattaforme che organizzino la continuità delle lotte e il loro progresso. Far divenire istituzione le lotte significa imprimere loro un telos, incorporato ad ogni momento organizzativo. Sia chiaro che dicendo questo non si intende parlare di “rifondazione” della “sinistra” (“rifondare” e “sinistra” sono state ridotte a parole di merda) né si allude a possibili rapporti con forze parlamentari della vecchia sinistra. Siamo comunisti, non abbiamo nulla a che fare con la socialdemocrazia nella quale riconosciamo una variante ideologica del dominio capitalista. Noi siamo un’altra cosa, e ci definiamo al di là del socialismo. Cominciamo dunque per ora a sviluppare in Europa coalizioni di forze in lotta, dentro l’Europa, contro la sua Costituzione e le politiche della Banca Centrale e cerchiamo di dare loro forma istituzionale. Come una volta dicevamo, nel costruire organizzazione: “chi non ha fatto inchiesta, non parla”, cominciamo a dire: “chi non ha costruito coalizione, in Europa non parli”. Questo è probabilmente un modo per far diventare tendenza, in Europa quelle forme nuove che la moltitudine insegna, di costruire ed occupare spazi liberati – perché moltitudine è moltitudine di soggettività che si ritrovano in uno spazio comune. Credo comunque che per qualificare la costruzione di coalizioni, in questa fase, sia sufficiente affermare un punto: la volontà di distruggere la proprietà privata, di dissolvere nel comune la proprietà pubblica e la sovranità che la colora, e di costruire e di gestire democraticamente il governo del comune.

Lo spazio europeo è allora, forse, un territorio privilegiato di sperimentazione moltitudinaria nella costruzione di istituzioni del comune. Lo dico con molta prudenza ma anche con molta speranza: perché è ben vero che l’Europa è stata provincializzata e che il proletariato europeo ha perduto la sua battaglia di emancipazione che per alcuni secoli aveva condotto contro l’impero neoliberale dal capitale…. e però gliene abbiamo dato tante ed abbiamo ancora la forza di dargliene.

      L’ambizione di quest’articolo è quella di gettare le basi per una concezione della moneta del comune a partire da un’interrogazione omessa dalla teoria economica dei beni comuni. Quali sono, dunque, le condizioni capaci di attenuare il vincolo monetario al rapporto salariale e di favorire così lo sviluppo di forme di produzione alternative ai principi d’organizzazione sia del pubblico che del privato? Questa domanda richiede d’introdurre nella teoria del Comune il ruolo strutturante della moneta nei rapporti capitale-lavoro.

L’esame del rapporto tra moneta e comune necessita, di conseguenza, di partire da una critica della teoria dei beni comuni dalla quale la moneta, come il lavoro, sono curiosamente assenti. La ragione di quest’assenza si trova nel fatto che questa concezione naturalista dei beni comuni accetta implicitamente uno dei postulati fondatori della teoria economica standard, ovvero la neutralità della moneta, concepita come un semplice strumento tecnico che facilita gli scambi, e non come la cristallizzazione di un rapporto sociale di potere. Su questa base, si tratterà di caratterizzare un approccio dinamico del comune al singolare nel quale la questione della moneta e delle mutazioni della divisione del lavoro occupa un posto centrale. Questo approccio fondato sulla triade lavoro-moneta-plusvalore servirà allora egualmente da filo conduttore per rianimare la controversia che aveva opposto Marx ai proudhoniani, precursori di un approccio della moneta come comune.

Infine, fonderemo il nostro ragionamento sulle teorie marxiane del circuito per mostrare che il carattere specificamente monetario del rapporto capitale-lavoro costituisce l’unico punto di partenza adeguato per una riflessione sulla moneta del comune. Questa riflessione farà emergere perché la nozione di reddito sociale garantito corrisponde ad un’istituzione del comune volta a rendere la creazione monetaria endogena non solo al capitale ma anche alla riproduzione autonoma della forza lavoro. (more…)

Cominciamo a dire: Europa.

Individuiamo, con più precisione, l’oggetto specifico del nostro lavoro – piuttosto, lo spazio d’analisi a partire dal quale produrre lavoro politico. Cominciamo dunque a dire: Europa. Perché? Per il semplice fatto – semplice e duro come un sasso – che la struttura centrale del comando si è ormai definitivamente fissata altrove dal piano nazionale e da ogni corrispettivo livello istituzionale repubblicano – piuttosto a Francoforte che a Berlino. E’ dunque sull’asse che stringe le lotte e le resistenze di classe e moltitudinarie al comando monetario europeo che intendiamo soffermarci, nella nostra discussione. Si discuterà dunque di cosa significhi assumere l’Europa come spazio specifico e punto focale delle lotte per la democrazia e per il comunismo. Non sarà facile collocarsi a quell’altezza concettuale e politica: crediamo, però, che se riusciremo a stabilire una propedeutica per l’approccio al tema lotte/Europa, molte cose nei prossimi anni diventeranno più chiare e, forse, facili da fare. Nella nostra esperienza la definizione del luogo da cui parlare, è sempre stata fondamentale per ricostruire movimento. (more…)

Come d’incanto appare il quinto numero dei quaderni di San Precario.
É un numero singolare, ma che procede comunque dai precedenti, segnatamente attraverso la Piccola Enciclopedia Precaria che mette a fuoco alcuni strumenti di controllo e di espropriazione a disposizione del capitale, il poliziotto pasoliniano, la meritocrazia, la trappola della precarietà… sin d’ora, però, può intravvedersi una luce in fondo al tunnel, il reddito di base.
Se il tentativo di spezzare le catene dell’angelo di marmo della soggettività precaria ha da sempre informato l’agire del collettivo dedito al culto del santo, nel corso del quarto numero si é imposta l’esigenza di indagare l’esistenza precaria, il dissolversi della vita nella precarietà, non più aggrappata alle modalità lavorative ma espansa, meglio esplosa, nei cuori del cognitariato.
Ebbene, il quarto numero registrava la messa in comune delle pratiche precarie, la condivisione di modi e termini gestionali dell’esistenza. L’affermazione di prassi costituenti atte a sovvertire lo stato di cose presente.
Lo spirito precario veniva alla luce in positivo, colmo di emergenze e rivendicazioni, denso di vita e determinazioni.
Ma, c’è sempre un ma…. (more…)

Più che di un reddito di cittadinanza si dovrebbe parlare di un reddito di base incondizionato: un salario sociale legato ad un contributo produttivo oggi non riconosciuto

Sia sul sito di Sbilanciamoci che su il manifesto sono apparsi alcuni articoli critici in materia di reddito di cittadinanza (vedi, tra gli altri, gli articoli di Pennacchi, Lavoro, e non reddito, di cittadinanza, e Lunghini, Reddito sì, ma da lavoro). In questa sede, vorremmo chiarire alcuni principi di fondo per meglio far comprendere che cosa, a nostro avviso, si debba intendere quando in modo assai confuso e ambiguo si parla di “reddito di cittadinanza”. Noi preferiamo chiamarlo reddito di base incondizionato (Rbi) ed è su questa concezione che vorremmo si sviluppasse un serio dibattito (con le eventuali critiche). Le note che seguono sono una parte di una più lunga riflessione che apparirà sul n. 5 dei Quaderni di San Precario.

La proposta di un Rbi di un livello sostanziale e indipendente dall’impiego, elaborata nel quadro della tesi del capitalismo cognitivo, poggia su due pilastri fondamentali.
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