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  1. Una interpretazione non luttuosa della crisi

Nel recente passato, la nostra riflessione collettiva ha ottenuto qualche risultato analitico non disprezzabile nel cartografare i processi di trasformazione costituzionale. Abbiamo saputo guardare dentro i processi di decostituzionalizzazione, dentro la perdita di forza formativa e normativa della mediazione costituzionale del Novecento, e, allo stesso tempo, indagare le pratiche, gli usi, gli esperimenti che si fanno largo all’interno di quei processi. Di certo, non abbiamo inventato noi la critica del diritto: forse, però, siamo riusciti a non infilarci nella ampia schiera di chi ha fatto della meditazione infinita sulla “fine del diritto” una sorta di ultimo rifugio per celebrare malinconicamente la perduta autonomia del diritto e dei giuristi, proprio nello stesso momento in cui se ne proclama la crisi. Abbiamo preferito – per usare una bella espressione che il collettivo Smaschieramenti, nel suo intervento, ci ha ricordato, estraendola dalla genealogia delle lotte queer – esercitare, piuttosto che il mestiere di custodi del rimpianto, una sana “arte del fallimento” (Smaschieramenti, 2013). Anche perché di quelle tradizioni di cui si canta continuamente la fine, ricordiamo più le infamie che i fasti. In modo piuttosto brutale: la tradizione del diritto pubblico, al cui esaurimento guardano i mille discorsi sulla fine del diritto e sulla decostituzionalizzazione, è stata la matrice tenace di quella costante riduzione all’Uno, all’unità sovrana, di cui la scienza giuridica si è fatta a lungo custode; mentre, dentro il diritto privato, pur storicamente meno influenzato dal dogma statualistico, si è costruita la centralità della proprietà nell’esperienza giuridica moderna.

Piuttosto che chiosare all’infinito l’esaurirsi di queste tradizioni, sarebbe necessario, una buona volta, prendere atto che i processi di decostituzionalizzazione hanno evidenziato definitivamente l’impossibilità di difendere qualsiasi “metodo giuridico” come ultima cittadella fortificata. Ci siamo confrontati utilmente con chi – per esempio, “postfunzionalisti” come Gunther Teubner – ha condiviso con noi sia la diagnosi sull’esaurimento delle geometrie costituzionali della modernità, sia la sana attitudine al rifiuto del rimpianto (Chignola, 2012). Ma dentro quei processi, abbiamo provato a vedere qualcosa d’altro che la possibilità di una qualche nuova possibile regolazione dei rapporti reciproci tra sistemi sociali. Non ci siamo posti il problema di ridare il “giusto” posto al diritto, di “limitare” la voracità del sistema economico, di restituire un seppur riformato e ben temprato scettro al sistema politico. Sia perché l’intensità della trasformazione del capitalismo finanziario ci costringe evidentemente a prendere congedo non solo dalle mediazioni classiche del welfare statuale, ma anche da ogni illusione di poter in qualche modo amministrare la crisi con una più o meno innovativa azione di risistemazione dei confini; sia, soprattutto, perché indaghiamo i dispositivi giuridico-amministrativi sempre tenendo fermo un punto, davvero poco praticato dai giuristi, anche quelli più avvertiti e sensibili alle trasformazioni del postmoderno: che ogni dispositivo normativo funziona, incide, mette in forma, produce ed è prodotto da trasformazioni della soggettività.

La crisi degli ordini costituzionali , la crisi della mediazione welfarisitica, è incomprensibile senza affondare lo sguardo nella crisi e trasformazione della crisi delle figure soggettive che la sorreggevano. Ma allora, proprio in virtù di questa scelta di metodo, dentro quelle trasformazioni soggettive, abbiamo potuto sempre individuare dispositivi di produzione in grado, potenzialmente, di rovesciare il senso degli stessi processi di decostituzionalizzazione, di spingere la nostra ricerca oltre la diagnostica del frammento o l’ingegneria della crisi. Da questo sguardo materialmente impiantato nelle trasformazioni soggettive, la crisi del costituzionalismo classico non ci è mai apparsa semplicemente crisi degli antichi ordini, ma anche tensione e occasione per leggere nuove sperimentazioni, nuove combinazioni, nuovi concatenamenti. Nuove macchinazioni. E proprio in quelle trasformazioni soggettive così spesso esorcizzate dalla scienza giuridica (ma non sempre: qualche interlocutore  quantomeno sul piano della registrazione delle radicali trasformazioni della soggettività, comincia a spuntare anche nel campo dei giuristi!), si radica la ricerca sulle istituzioni del comune, su un nuovo e diverso welfare, oltre la crisi radicale e le sinistre nostalgie per le antiche mediazioni e le figure soggettive che reggevano il welfare burocratico e centralizzato degli stati nazionali. Solo questo metodo, che piega l’analisi oggettiva delle trasformazioni dei dispositivi all’impianto soggettivo che le anima, ci può permettere di affrontare i processi di decostituzionalizzazione, il mare del “post-moderno” della crisi del diritto, senza trasformarci in mistici della Fine o in cinici amministratori del Frammento.

  1. 2.     Della costituzione

Vediamo allora di proporre, animati dall’attenzione alle trasformazioni delle soggettività e dal rifiuto delle interpretazioni luttuose della crisi, qualche problema di fondo che la nostra discussione deve necessariamente affrontare. In primo luogo, come stare dentro le trasformazioni della “costituzione” europea e delle costituzioni nazionali. Il quadro contemporaneo di queste trasformazioni rende molto esplicite alcune linee di tendenza radicate in una durata piuttosto lunga, ma alle quali la crisi ha impresso un’accelerazione radicale. Il dibattito italiano sulla riforma della costituzione ha forse il merito di rendere tutto questo piuttosto esplicito, grazie anche alla sua buona dose di rozzezza. L’imposizione degli adeguamenti della carta costituzionale alle necessità del comando finanziario della crisi segue con monotona precisione, infatti, strade già ampiamente tracciate nei processi sovranazionali: accentramento degli equilibri costituzionali sulle funzioni esecutive, risposta alla crisi della rappresentanza attraverso forme di governo semipresidenziale o presidenziale, costituzionalizzazione sempre più stringente dei vincoli di bilancio, “autonomia” del governo della moneta e così via. L’antico “conservatorismo” costituzionale di una parte della sinistra non ha impiegato troppo tempo a convertirsi al nuovo riformismo internazionale delle nostrane larghe intese: sono tendenze, in fondo, che non da oggi la socialdemocrazia europea concepisce come inevitabili. Piuttosto, a fare un qualche attrito contro questo nuovo attivismo “riformatore”, permane una certa “forza simbolica” delle carte costituzionali nazionali (Marella, 2013), a cominciare da quella italiana: ne è testimonianza – comprensibilissima – la ripresa di mobilitazione sul tema della “difesa della costituzione”, che vede coinvolti ampi settori, per esempio, dei movimenti dei beni comuni.  Ma s’affaccia qui la questione cruciale dei piani, dei luoghi, dei soggetti, entro cui una resistenza produttiva a queste trasformazioni può radicarsi, ed avere possibilità di una risposta all’altezza della sfida di questo neoriformismo costituzionale. In primo luogo, e riprendo ancora un’espressione di Maria Rosaria Marella: la “soggettivazione attraverso il lavoro” , l’architrave della mediazione costituzionale classica, si è esaurita. Nessuna opposizione alla “rivoluzione dall’alto” costituzionale può eludere questo piano: allo smantellamento del disegno costituzionale tradizionale, non è pensabile opporre una resistenza che non faccia profondamente i conti con l’esaurirsi di quell’idea di cittadinanza, modellata sul nesso cittadino/lavoratore/maschio/eterosessuale, che fondava non poco della “forza normativa” del costituzionalismo tradizionale, e che è stata completamente spiazzata innanzitutto dalle lotte che, dagli anni Sessanta in poi, hanno fatto emergere un’eterogeneità soggettiva radicalmente irriducibile a quella figura di “cittadino”. L’opposizione al neoriformismo costituzionale può avere qualche senso, e qualche forza, solo se si radica, in modo radicalmente indissolubile,  dentro la battaglia per un nuovo welfare, che rielabori una sua effettiva “universalità”, finalmente all’altezza di quella ricchezza di differenze e singolarità. Altrimenti, nessuna difesa della costituzione può sperare di convocare a sé soggettività che già affrontano, nella loro esistenza quotidiana, lotte di resistenza contro dispositivi di assoggettamento e di messa al lavoro radicate su un piano completamente altro rispetto alla mediazione costituzionale classica. Inoltre, se quella mediazione ci lascia indifesi – per quanto ci si possa mobilitare “simbolicamente” a sua difesa – sul piano dei soggetti, allo stesso modo è spiazzata sul piano degli spazi, dei confini entro i quali una resistenza al neoriformismo costituzionale potrebbe essere pensabile. Davanti agli effetti della “rivoluzione dall’alto”, si alzano da più parti voci che – reagendo alla dimensione evidentemente sovranazionale di quei processi – immaginano la praticabilità del piano nazionale come piano di ricostruzione di meccanismi democratici (ad esempio, di recente, Streek, 2013). Eppure, nei processi di riscrittura degli equilibri costituzionali, sono proprio le costituzioni nazionali a risultare, non da ora,  già sottoposte a un rilevante svuotamento di senso, all’interno di una radicale trasformazione di spazi e di confini. Nessuna riattivazione di spazi democratici è immaginabile a partire dall’idea che la crisi delle rappresentanze nazionali sia l’effetto dell’attacco della “rivoluzione dall’alto”, e non piuttosto il campo già dissestato su cui quella “rivoluzione” muove la sua paradossale capacità costituente. Semmai, lo scetticismo di molti sulla possibilità effettiva di un nuovo costituzionalismo sovranazionale, andrebbe ricondotto al problema di fondo: la capacità di incidere, immaginare, produrre processi europei di riappropriazione democratica si gioca sull’essere consapevoli, fino in fondo, che il nuovo spazio nel quale questi processi potrebbero darsi non è uno spazio già dato e predefinito, non è un presupposto, come poteva essere il territorio per l’antica dottrina del diritto pubblico statuale. Uno spazio europeo eventualmente “praticabile” per l’invenzione di processi, campagne, azioni con intenzione e portata costituente è esso stesso un prodotto, la creazione di una possibile azione costituente, della capacità o meno delle lotte di uscire dalla nostalgia, rassicurante ma perdente, degli antichi confini e di giocare la scommessa politica della loro generalizzazione.

  1. 3.     Politica è riappropriazione del welfare

L’avversario, al solito, può insegnare molto se lo si affronta nei suoi punti di forza. E la forza del neoliberalismo è che ha investito a fondo sulla produzione di soggettività, sapendo gestire, e anche captare attivamente, l’impossibilità di una gestione centralizzata e omogeneizzante di usi e pratiche. Si è ampiamente nutrito di soggettività mobili e indisciplinate, ricatturandole poi attraverso le modalità feroci di rigerarchizzazione e selezione che ben conosciamo, e non disdegnando di tornare a utilizzare, nei nuovi contesti, anche gli antichi attrezzi “disciplinari” e identitari quando potevano venire utili: a cominciare dalla mai tramontanta esaltazione dei valori della famiglia, dai rinnovati dispositivi di  razzializzazione e genderizzazione, dagli antichi mostri della Patria e della Nazione. Ma, proprio ora che la crisi non produce altra via d’uscita che la prosecuzione autoritaria del neoliberalismo stesso, si apre la possibilità di far un buon uso sovversivo dello stesso fallimento del welfare. Le lotte più innovative degli ultimi anni si collocano, non a caso, sul terreno degli esperimenti di riappropriazione democratica del welfare: persino quando sembrano parlare il linguaggio della nostalgia del “pubblico”, nei fatti sono animate da una tensione all’autogestione e all’autorganizzazione che mostra come il terreno della centralizzazione burocratica del welfare sia oramai non solo impraticabile, ma anche compiutamente detestato. D’altra parte, queste nuove lotte sono sempre meno accostabili alle classiche “lotte sui servizi”, in quanto si collocano sempre più decisamente in una prospettiva che toglie qualsiasi possibilità di confinarle entro ambiti “settoriali”. Quando si estrae valore dalla finanziarizzazione del welfare, e l’intera produttività delle soggettività è convogliata dentro i meccanismi di credito/debito, le “lotte sui servizi” non sono solo più la prosecuzione della lotta sul salario, seppure allargata all’intera fabbrica sociale, ma compiono un vero e proprio salto intensivo: probabilmente, finiscono per essere la forma dell’unica azione politica concretamente praticabile nell’epoca della precarizzazione generalizzata, l’unico spazio politico che si apre all’interno dei dispositivi della compiuta sussunzione reale. La forma attuale della sussunzione reale, infatti, non offre altra possibilità di sganciamento di ritmi e tempi di vita, nessuna altra possibilità praticabile di rifiuto dei dispositivi di assoggettamento, orami estesi dal “lavoro” a tutta la vita in quanto produttiva, che non si collochi dentro strategie di riappropriazione del welfare. Le soggettività precarie, nel frattempo, hanno incorporato in sé potenzialità di autorganizzazione molto forti, le stesse, in fondo, di cui ha continuamente ha saputo nutrirsi il neoliberalismo. Ed esercitano continuamente, in modalità più o meno esplicite, più o meno organizzate, tentativi di fuga, di sottrazione, o di rottura nei confronti dei dispositivi proprietari che tendono a rinchiudere quelle potenzialità, ad appropriarsene con la continua pressione per rimodellare, rimettere in riga, selezionare le soggettività. Così, l’esercizio di pratiche destituenti sta insieme necessariamente a un altrettanto continuo tentativo di riappropriazione di beni e servizi. In questo senso, per esempio, le lotte sui beni comuni, quando si sono tradotte nelle lotte delle soggettività precarie metropolitane, hanno immediatamente reso esplicita quella tendenza alla rottura con gli equilibri proprietari “costituzionali” che il tema dei beni comuni porta in sé comunque “implicitamente” (Nivarra, 2013). Di conseguenza, la riappropriazione del welfare non è più semplicemente una delle possibili armi della lotta politica, uno tra i tanti punti di un eventuale programma: ma è la forma della possibilità stessa del darsi di una politica oggi. E, per converso, molte esperienze precarie hanno una forza e una carica politica che l’occhio allenato alle lotte “politiche”  tradizionali non è in grado di scorgere, e rischia magari di trascurare come irrimediabilmente impolitiche. Chi vuole oggi porsi il problema della politica, deve imparare che preziosi atti di sabotaggio e di riappropriazione si trovano in forme, modi, esperimenti completamente eterogenei, e per nulla assimilabili a quelli posti in essere del lavoratore/cittadino. Per questo, dentro le lotte delle soggettività precarie, è diventato progressivamente indistinguibile il piano del mutualismo dal piano dell’organizzazione politica: sovrapposizione di certo non esente da rischi, per la facilità con cui il mutualismo può essere agganciato e riassorbito nelle strategie neoliberali della sussidiarietà e dell’amministrazione neutralizzante delle stesse forme di autorganizzazione. Ma, per la riflessione sui possibili “modi di far politica”, questo dato va egualmente assunto fino in fondo. Non c’è, da un lato, il problema “strutturale”  del costruire organizzazione politica, e dall’altro, l’obiettivo “programmatico” di costruire un welfare finalmente adeguato a soggettività non uniformate, non disciplinabili, a differenze ricche di capacità produttive, innovative, autonome: organizzazione politica, riappropriazione dei servizi, invenzione del welfare del comune, sono, ora, un solo, indissolubile movimento. Quel che questo significa sulle modalità di conduzione delle lotte, sul senso della militanza “politica”, sul nesso stesso tra militanza e vita, siamo forse in grado per ora solo di intuirlo, ma è, probabilmente, il passaggio cruciale per  riuscire a passare dalle “lotte per i servizi” alla sperimentazione di una politica del comune.

  1. 4.     Diritti, usi e produzione di soggettività

 La riflessione giuridica tradizionale è evidentemente in estrema difficoltà in questi passaggi. Pure, grazie alle spinte del movimento dei beni comuni, abbiamo avuto negli ultimi anni spunti e innovazioni preziose. Che però bisognerà installare all’altezza di quella trasformazione complessiva che può condurci a una complessiva politica per il comune. Prezioso, per esempio, è stato in questi anni il ritorno di attenzione ai problemi e alle risorse degli usi, a lungo schiacciati dalle tradizioni formalistiche imperanti. Ma che senso può avere oggi il richiamo all’uso? E’ evidente che quando i giuristi ritornano alla riflessione sugli usi, poco possono trovare di utile nell’oggettivismo che segnava i richiami tradizionali alle consuetudini. Il ritorno degli usi, oggi, sta esattamente dentro l’impossibilità di contenere dentro la mediazione statuale e classicamente welfaristica la ricchezza potenziale delle pratiche messe in moto dalle soggettività ricche e dense delle nostre metropoli. Usi e pratiche, certo, forzano l’antico disegno astrattamente normativo, proprio come il welfare del comune prova a irrompere nella crisi del welfare centralizzato e organizzato “pubblicisticamente”.  Con qualche ironia, potremmo dire che, se l’attenzione tradizionale dei giuristi si rivolgeva agli usi in una dimensione temporale segnata dal passato, e custodita dalla consuetudine, qui l’unica consuetudine di cui queste soggettività fanno continua mostra è, al contrario, quella all’invenzione, alla trasformazione del presente, all’immaginazione delle possibilità aperte. E l’uso di cui parliamo non ha più nulla di oggettivabile: gli usi non sono altro che le pratiche di liberazione dagli assoggettamenti e di costruzione di nuove macchine soggettive. E’ in questo senso che abbiamo insistito, qualche volta, sul non rinchiudere il discorso dei beni comuni all’interno di una semantica dei “beni”, ma aprirlo al comune (al singolare)  inteso come attività, cooperazione sociale, produzione di affetti, di linguaggi, di socialità (Baronian-Vercellone, 2013).  Lo stesso alfabeto dei diritti attraversa questo processo di soggettivazione. Conserverà il nostro welfare il linguaggio dei diritti, la sua universalità? Più che in un’oziosa discussione, tutta astratta, tra universalismo dei diritti e particolarismo delle differenze, la questione sta dentro la produzione di quest’universalità. Che non si costituisce per nulla sul calco dell’immagine presupposta del “soggetto”, del “titolare” dei diritti: è l’intero linguaggio dei diritti fondamentali, invece, che è riscritto – nello stesso movimento di produzione delle istituzioni del comune – dentro la nuova produzione di soggettività. La forza esemplare che oggi assume la centralità del reddito di base sta esattamente qui: non solo nel suo aspetto strettamente rivendicativo, e retributivo, di riappropriazione del valore prodotto ed estorto, ma soprattutto per il modo in cui, all’interno del reclamare reddito, si intrecciano indissolubilmente i piani dell’universalità (diritto universale al reddito) e dell’incondizionatezza (diritto a vivere “senza condizioni”, a esprimere tutto il proprio potenziale attraverso la liberazione dai dispositivi di cattura della propria soggettività, diritto, in fondo, a vivere senza modellarsi sui modi, tempi e ritmi della vita personale trasformata in impresa). L’universalità del reddito – quale universalità della liberazione dai condizionamenti, della riaffermazione, in tutta la sua materialistica consistenza, dell’irrinunciabilità della libertà – è in fondo anche l’esempio migliore dell’universalismo, materialissimo e situato, del welfare del comune. Un welfare pienamente della persona, della singolarità e della differenza, che rompe lo scambio “sovrano” tra riconoscimento del proprio essere “buon cittadino” – patriota, buon padre di famiglia, onesto lavoratore, e, semmai, madre amorevole – su cui si fondava il welfare centralistico e che, allo stesso tempo, rende possibile la resistenza nei confronti dei nuovi dispositivi di assoggettamento, che tendono a trasformare in impresa la vita stessa. Un welfare che non proclama titolari astratti di diritti astrattamente fondamentali, ma che riporta tanto il tema dei diritti che quello della titolarità alla concretezza del continuo prodursi di soggettività, al continuo sviluppo, potenziarsi e modificarsi delle potenzialità soggettive. Diventa necessaria, alla luce dei possibili esperimenti di riappropriazione democratica della salute, della formazione, dei trasporti, dell’ambiente, una vera e propria riscrittura del contenuto dei diritti fondamentali alla luce della loro “titolarità” non più individuale, né collettiva, ma comune, e del loro esercizio pienamente democratico. Ancora una volta, dentro le nostre metropoli, oltre il vecchio nesso contrattuale tra prestazione e servizi, tra soggetto “titolare” e “riconoscimento” dei suoi diritti, avviene quello che ben sapeva Spinoza: che i diritti del comune sono uguali alla ricchezza della potenza che sanno esprimere le singolarità che quel comune compongono. A noi far vivere questa capacità di unire composizione delle soggettività e diritti dentro progetti di riappropriazione ed autorganizzazione dei servizi dove i diritti non siano più né negati, né “erogati”, ma prodotti dentro una nuova, democratica, “amministrazione” del comune.

Riferimenti

Laurent  Baronian – Carlo Vercellone, Moneta del comune e reddito sociale garantito, nei “materiali prepratori” (in uscita per “Terrains/Théories”, autunno 2013).

Sandro Chignola, a cura di, Il diritto del comune, ombre corte, Verona, 2012.

Maria Rosaria Marella, 2013, Pratiche del comune. Per una nuova idea di cittadinanza, in “Lettera internazionale”, ora nei “materiali preparatori”

Luca Nivarra, 2013, I beni comuni uni e trini e il capitalismo proprietario, nei “materiali preparatori”

Laboratorio Smaschieramenti, Spunti di riflessione dalle reti transfemministe/queer, nei “materiali preparatori”

Wolfgang Streek, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, tr. it. Feltrinelli, Milano 2013.

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Riprendo qui quanto sostenuto in un saggio dal titolo “La funzione sociale della proprietà: dalla strategia alla tattica” di prossima pubblicazione sulla “Rivista critica di diritto privato”

         1.  Un  aspetto sul quale vorrei soffermarmi è quello del rapporto tra beni comuni e Costituzione il quale oggi si presenta assai più problematico di quanto non apparisse allorché la c.d. Commissione Rodotà licenziò, nell’inverno del 2008, il suo articolato di legge delega per la riforma della disciplina codicistica dei beni pubblici, con ciò adempiendo al mandato che le era stato affidato dall’allora Ministro Guardasigilli Mastella.

            Quel testo è largamente pervaso da un ethos costituzionale e, anzi, numerose disposizioni della nostra legge sono richiamate in modo esplicito compreso, manco a dirlo, l’art. 42. La nozione e la disciplina dei beni comuni ivi delineate rappresentano, a ben vedere, la generalizzazione di un modello già sperimentato nella legislazione italiana con il Codice dei beni culturali e con la normativa in materia di beni paesistici ed ambientali. Si tratta di regole che istituiscono limiti piuttosto stringenti alle classiche prerogative proprietarie – esclusività dell’accesso e della funzione, disponibilità ad nutum – in vista della tutela di un interesse della collettività a condividere alcune utilità squisitamente idiosincratiche che i beni in questione sono in grado di assicurare. Il disegno di legge delega, appunto, generalizza quel modello avvalendosi di una tecnica abbastanza tradizionale – l’introduzione di una categoria astratta, connotata dal riferimento ai diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità (vere e proprie clausole generali), e accompagnata da un’elencazione di carattere esemplificativo e quindi, in quanto tale, non refrattaria ad un possibile allargamento a sottoclassi di beni non tipizzati – in pari tempo sancendo l’irrilevanza, ai fini dell’assoggettamento al regime proprio dei beni comuni, del titolo di proprietà, pubblica o privata.

            Dal punto di vista strettamente tecnico, questa soluzione desta qualche perplessità nella misura in cui il sovrapporsi delle due “aperture” – della categoria e dell’elenco – apre la strada alla discrezionalità del giudice: ciò che, come ovvio, appare in contrasto con la garanzia che alla proprietà come istituto assicura proprio la Costituzione. Infatti, altro è che sia il legislatore ad individuare una specifica, per quanto estesa, tipologia di beni (appunto, i beni culturali, ambientali, paesistici ecc.) in relazione alla quale vengono introdotte regole limitative del dominium; altro è che tali limiti vengano previsti in relazione ad un insieme di beni dai contorni piuttosto vaghi e poi concretizzati dal giudice. Insomma, se io acquisto un quadro che riveste un particolare valore artistico o un bosco, so che dovrò soggiacere ad una serie di limitazioni imposte dallo statuto giuridico cui soggiace la classe dei beni (preventivamente individuata dal legislatore) a cui appartiene il singolo bene da me appropriato. Ma se acquisto un isolotto sperduto della laguna veneta, almeno in apparenza privo di qualsiasi specifico pregio paesistico o ambientale, non riconducibile a nessuna delle tipologie enumerate dal disegno di legge delega, e un bel giorno un giudice progressista me lo dichiara bene comune, il discorso cambia e non di poco.

            Per queste stesse ragioni, apprezzabili sul piano tecnico, la proposta formulata dalla Commissione Rodotà appare certamente molto innovativa sotto il profilo politico e culturale; l’ingresso in seno al codice civile dei beni comuni, insieme con il superamento delle viete figure del demanio e del patrimonio pubblici (sostituiti dai “beni ad appartenenza pubblica necessaria”, dai “beni pubblici sociali” e dai “beni pubblici fruttiferi”) segnerebbe una autentica rottura con la tradizione e aprirebbe la strada ad un controllo diffuso sugli abusi della proprietà (anzi, forse per la prima volta, la controversa figura dell’abuso del diritto troverebbe un solido riscontro normativo).

            I beni comuni presentano però un altro volto, molto meno radicale e che, in un certo senso, si colloca perfino al di sotto della soglia critica della “funzione sociale”, almeno della “funzione sociale” intesa in senso antagonistico e non puramente ecologico (su questo tornerò più avanti). Come ho già detto, il disegno di legge delega generalizza un paradigma già ampiamente sperimentato, sia pure con intensità variabile a seconda dei casi, che è quello dello statuto della proprietà o, del tutto specularmente, dello statuto del bene. Si tratta di una prospettiva abbastanza nota (forse si potrebbe dire vecchia), sdoganata da Pugliatti con il suo celebre libro dell’inizio degli anni ’50 (La proprietà e le proprietà) frutto di un’elaborazione che veniva da lontano e che si era alimentata non tanto delle fumisterie dottrinarie dell’ala sinistra del fascismo (Spirito, Costamagna e compagnia bella) ma delle profonde trasformazioni del capitalismo, o meglio del definitivo superamento della sua fase protoliberale, a netta predominanza proprietaria, in favore di una figura, o forma, nella quale anche a livello della mediazione giuridica, assume finalmente una posizione centrale l’organizzazione dei fattori produttivi (l’impresa) e la proprietà diviene recessiva. Da questo punto di vista vi è un forte legame tra il codice civile “commercializzato” del ’42 – e la Costituzione laburista del ’48: infatti, il “lavoro” di cui parla l’art. 1 è un lavoro senza aggettivi e l’imprenditore, nella misura in cui organizza i fattori della produzione, ivi incluso il lavoro altrui, è certamente un lavoratore. Corollario di tutto questo è la laicizzazione del diritto di proprietà, ovvero il suo scomporsi in una pluralità di regimi – di cui è vistosa anticipazione, ancora una volta, nel codice civile – ciascuno dei quali obbedisce ad una logica che non è quella della proprietà quanto piuttosto quella della produzione (due soli esempi: il regime dei fondi rustici e la circolazione dell’azienda). Certo, trattandosi di un ordinamento capitalistico, è inconcepibile che la proprietà come istituto non venga riconosciuta e garantita (da qui l’art.832 c.c. e l’art. 42 Cost. o gli artt. 14 e 19 GG): questo, però, non è d’ostacolo al fatto che, volta per volta, il legislatore possa determinarne “i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale…”. In altri termini, la funzione sociale della proprietà altro non è che il concreto regime a cui una certa classe di beni viene sottoposta, è il suo statuto che, volta per volta, sarà più o meno rispettoso dei poteri e delle facoltà del proprietario, le conformerà o le comprimerà con intensità variabile, ma sempre secondo un disegno che è quello di assicurare la compatibilità del regime proprietario con le ragioni del sistema. La funzione sociale costituzionale è questo, e nulla più di questo: è una formula riassuntiva che traduce suggestivamente il plurale di conio pugliattiano (“le proprietà”): avremo, così, i fondi rustici, i fondi urbani, l’azienda, i beni paesistici, i beni culturali, i beni comuni (e non è certamente un caso che la dottrina giuridica ufficiale che ha voluto prestare attenzione al  disegno di legge Rodotà si sia affrettata a ravvisare nei beni comuni una piana applicazione del principio della funzione sociale un coerente sviluppo del modello “beni culturali/paesistici”, senza peraltro accorgersi dei rischi insiti nella messa in circolazione di una categoria generale ed astratta che incorpora il riferimento a ben due clausole generali).

            Bene. Ora però bisogna aggiungere qualcosa e dare conto dell’affermazione precedente secondo cui i beni comuni, da un certo punto di vista, si collocherebbero perfino al di sotto della soglia critica della funzione sociale. Questa affermazione può assumere un senso preciso ove solo si consideri che, sia pure sporadicamente e in modo del tutto residuale, le politiche di contenimento della rendita e di urbanizzazione della vocazione parassitaria della proprietà (di cui la formula della funzione sociale nel significato illustrato in precedenza rappresenta l’ellissi costituzionale) hanno assunto, negli anni in cui gli equilibri su cui si fondava il compromesso socialdemocratico erano più favorevoli allo schieramento riformista, le forme di un embrionale “diritto diseguale” nell’accezione marxiana del termine. Mi riferisco non tanto ai timidi tentativi, implacabilmente bocciati dalla Corte costituzionale, di riportare la misura dell’indennizzo al valore agricolo del bene, e neppure alla celebre legge Bucalossi che espiantava dal set dei poteri proprietari il c.d. ius aedificandi subordinandone l’esercizio ad una concessione onerosa, quanto, piuttosto, ed emblematicamente, alla legge sull’equo canone. Nel primo caso siamo in presenza di un intervento teso a modificare, in senso più favorevole allo stato, le condizioni economiche di uno scambio forzoso (una sorta di liability rule di impronta pubblicistica); nel secondo caso, di una misura a testata duplice, idonea ad incidere tanto sul valore d’uso quanto sul valore di scambio, del bene (nella specie: un fondo urbano). Entrambe le volte, però, la redistribuzione delle utilità sottratte al proprietario avviene secondo una logica di indistinto accrescimento di un parimenti non meglio identificato benessere collettivo (in definitiva, perfino il proprietario espropriato potrà beneficiare dell’autostrada realizzata passando su quello che una volta era il suo terreno; e perfino il proprietario costruttore potrà beneficiare di un’urbanizzazione ordinata ed efficiente). Insomma, policy tutte perfettamente integrate nel processo di emancipazione del capitale dal vincolo dominicale e, contemporaneamente, intese ad allargare le basi di consenso al sistema promuovendo un’immagine ecologica e, appunto, “sociale” della proprietà.

            Discorso in parte diverso deve farsi con riguardo alla legge sull’equo canone. Qui, infatti, i limiti posti alla proprietà (più precisamente: al potere di disporre del proprietario, tanto è vero che nella letteratura civilistica la disciplina in questione è stata sempre presentata più come un vincolo dell’autonomia contrattuale che non alla proprietà) sono funzionali ad una redistribuzione che avvantaggia figure sociali (i locatari) portatori di uno specifico bisogno (quello abitativo) assunto a stessa ragion d’essere della regola giuridica (ecco perché parlo di “diritto diseguale”: perché in questo caso la norma ha come destinatario non il soggetto astratto ma il soggetto individuato da una concreta mancanza cui il diritto si prefigge di rimediare). A me sembra evidente che questa sia una delle pochissime occasioni in cui la funzione sociale rispecchia, e incorpora, un orizzonte antagonistico, liberandosi così dall’ecumenismo tecnocapitalistico che, invece, come si è visto, contraddistingue le sue altre applicazioni.

            Dunque, semplificando al massimo, si può dire che si diano due modi di essere abbastanza diversi della funzione sociale. Il primo, ecologico, mette capo ad una redistribuzione non mirata e si riannoda ad entità vaghe ed impalpabili come l’interesse collettivo o, addirittura, il bene comune che poi, nella sostanza, altro non sono che il piano del capitale nella sua fase di massima estroflessione produttiva. Il secondo, antagonistico, mette capo ad una redistribuzione mirata e incarna una modalità di regolazione del conflitto sociale più avanzata, anche se sempre interna al sistema, nella misura in cui la scena rappresentata dalla mediazione giuridica, questa volta, non è una scena opaca sulla quale si muovono gli eterei manichini del diritto borghese (il soggetto, il contraente, il cittadino) ma una scena più limpida, sulla quale si muovono i portatori di specifici bisogni ed interessi, immediatamente riconosciuti come tali.

            Tornando alla questione sollevata in precedenza, mi sembra abbastanza evidente che i beni comuni incarnano molto bene il primo modo di essere della funzione sociale, non certamente il secondo. La società dei beni comuni è quella del capitalismo ben temperato, rispettoso dell’ambiente, dell’arte e della cultura e di altri valori ecologici, interessato ad una convivenza pacifica e ad una proprietà addomesticata. In questo senso, essi sono in perfetta sintonia con il dettato costituzionale, con la sua ispirazione originaria. In pari tempo, e questa è la contraddizione inemendabile che li stringe, quasi un paradosso, i beni comuni sono oltre e, verosimilmente, contro la Costituzione, nella quale la proprietà trova pur sempre un esplicito riconoscimento, là dove, come si è visto, il dispositivo giuridico essendo congegnato a partire da una categoria e da un’enumerazione aperte, vere e proprie praterie si spalancano ad un sindacato giurisdizionale diffuso; ma sono anche al di sotto di un’epifania episodica e residuale, ma non banale, della funzione sociale in cui quest’ultima è andata oltre l’ecologia e la convivenza civile per attingere un livello di mediazione giuridica meno opaco e disincarnato perché “diseguale”. Insomma, i beni comuni, nel loro rapporto con la Costituzione, si rivelano uni e trini: un’ambiguità densa di significati ed implicazioni, su cui adesso proverò a dire qualche cosa.

            2. Le contraddizioni che affliggono la costruzione giuridica dei beni comuni non sono casuali e neppure frutto di una tecnica sciatta. Al contrario, esse consentono di leggere in controluce le profonde trasformazioni sperimentate dal capitalismo nel suo passaggio dalla forma produttiva a quella finanziaria. Il capitalismo finanziario, infatti, è un capitalismo che si riconcilia con la proprietà, essendo fondato sulla rendita e sull’interesse. In altre parole, è un capitalismo proprietario. Questo spiega l’eccedenza costituzionale dei beni comuni, il loro andare oltre, sia pure in un modo non immediatamente percepibile, il vincolo proprietario istituito dalla Costituzione del ’48. Il lavoro della Commissione Rodotà si inquadra all’interno di una riflessione teorica che prende le mosse dall’esigenza di immaginare un uso del patrimonio pubblico alternativo a quello sperimentato negli ultimi vent’anni e finalizzato, sostanzialmente, a far cassa attraverso una svendita del medesimo, le c.d. privatizzazioni. In quella fase che, è bene ricordarlo, precede sia il referendum sui servizi pubblici locali celebratosi nel 2011, sia le “occupazioni” di spazi e luoghi dismessi (spesso strumentalmente) da una proprietà – pubblica e privata – assenteista, i giuristi “progressisti” (me compreso) presenti in seno alla Commissione  avevano ben chiaro che l’obiettivo da perseguire fosse quello di “invertire la rotta” e provare a porre un argine alla predazione capitalistica in atto ormai da tempo. Il limite, se così si può dire, della risposta approntata fu, per un verso, di ordine culturale e, per altro verso, di ordine politico. Di ordine culturale, perché il retroterra di idee e di dottrine della stragrande maggioranza dei commissari era quello dei gloriosi seventies e, dunque, dell’apogeo costituzionale, dopo il disgelo costituzionale; di ordine politico, perché l’elaborazione del disegno di legge delega avvenne in una sorta di vuoto pneumatico, in un frangente storico caratterizzato da una particolare debolezza di movimenti antagonisti e pratiche di conflitto. Se si mettono insieme questi due dati – l’ispirazione radicalmente antiprivatizzatrice e la relativa povertà (speriamo che nessuno si adonti) degli strumenti a disposizione – si spiega anche la conformazione per certi aspetti paradossale dei beni comuni che, è vero, raccolgono ed assecondano quell’ispirazione, con ciò andando oltre i confini segnati dalla Costituzione del ‘48, ma lo fanno continuando a guardare proprio alla funzione sociale, ovvero a quella che ho chiamato l’ellissi costituzionale di un disegno sistemico di urbanizzazione (non superamento) della proprietà perseguito da una forma di capitalismo che è ormai alle nostre spalle e al quale, per di più, erano ancora ben care  entità impalpabili ma ideologicamente seducenti come l’interesse collettivo ed il bene comune.

            A distanza di cinque anni il quadro è cambiato: certo, non nella misura necessaria a determinare, se non un rovesciamento, almeno un mutamento dei rapporti di forza. Tuttavia, l’esito imprevisto del referendum e il moltiplicarsi delle “occupazioni” sono venuti in soccorso delle armi della critica e fatto definitivamente chiarezza in ordine alla circostanza che oggi la posta in gioco non è più la funzione sociale (in nessuna delle due varianti di cui ho parlato) ma il superamento della proprietà. Infatti, è questo il terreno dello scontro imposto dall’ultima epifania del capitalismo ed è su questo terreno che, almeno a mio avviso, richiede l’abbandono della prospettiva costituzionale e la sperimentazione, dalle modalità e dagli esiti incertissimi, che prova oggi a muoversi la Costituente dei beni comuni, erede provveduta, almeno sul piano della consapevolezza storica, della Commissione Rodotà.

[English version: http://www.globalproject.info/it/in_movimento/toni-negri-building-coalitions-of-the-multitude-in-europe/15064]

[Versión española: http://www.politicaycomun.com/2013/09/por-la-construccion-de-una.html]

Scusate se la prendo da lontano. Vorrei infatti chiedermi prima di tutto che cosa vuol dire “far politica oggi” e risalire poi al tema Europa. Far politica sul terreno dell’autonomia, vale a dire assumendo il punto di vista del soggetto sovversivo e di conseguenza analizzando le figure e i modi di agire del proletariato precario-cognitivo. Ritrovo infatti i bisogni e i desideri di questo soggetto come dispositivo centrale, virtualmente egemonico, nell’analisi dei movimenti della moltitudine dominata e sfruttata nella sua lotta contro l’ordine capitalista.

Ci sono due argomenti, meglio, due topoi che vanno assunti affrontando questo tema. Il primo è oggettivo, bisogna cioè chiedersi che cosa significa porsi dentro lo sviluppo capitalistico nella fase critica dell’egemonia neoliberale. Potremmo anche, probabilmente, cominciare ad interrogarci sui “limiti del capitalismo”, togliendo tuttavia di mezzo preventivamente ogni previsione catastrofica comunque questa si presenti ed ogni nostalgia di una tradizione attestata da troppo tempo su questa illusione. Il contesto capitalistico è oggi caratterizzato dal dominio del capitale finanziario che sta consolidando la sua azione dopo una lunga transizione, che risale almeno alla seconda metà degli anni ’70. L’abbiamo ampiamente seguita, questa evoluzione, e spesso anticipata nel nostro lavoro collettivo: vediamone dunque semplicemente le conclusioni. Il capitale finanziario è egemone, non lo si può più definire come facevano Marx e Hilferding, poiché esso si è fatto capitale direttamente produttivo: cerca oggi la sua stabilizzazione esercitando attività estrattive sia nei confronti della natura e delle sue ricchezze, sia nei confronti del biopolitico-sociale (cioè del welfare). Quando parliamo di consolidamento del potere del capitale finanziario ne parliamo ipotizzando (ed è una ipotesi che si avvicina ormai ad una verifica conclusiva) che la trasformazione del capitalismo abbia comportato (tra l’altro – ma l’osservazione è tanto limitativa dell’analisi, quanto importante per concentrare quest’ultima su quanto ci interessa) – abbia dunque comportato una assai profonda trasformazione delle forme territoriali e delle strutture istituzionali nell’assetto globale degli Stati e delle nazioni nel “secolo breve”. Questa trasformazione comincia all’interno dei singoli mercati nazionali dove, in ciascuno di essi, la struttura produttiva capitalistica è riorganizzata dopo la prima Grande Guerra (rispondendo al trionfo della rivoluzione bolscevica), secondo moduli contrattuali keynesiani. Nel secondo dopoguerra e dopo le “ricostruzioni”, questo modulo di organizzazione sociale e di comando capitalista comincia ad essere fragilizzato e talora a saltare sotto la pressione operaia: è allora che comincia la rivoluzione neoliberale a partire dalla fine degli anni ’70 con una straordinaria accelerazione all’inizio del XXI secolo. Essa riorganizza innanzitutto lo Stato secondo modalità fiscali nella gestione della crisi e nella governance del debito pubblico. Il procedere della mondializzazione che interviene in quel periodo e l’affermazione globale dei “mercati finanziari” spostano il controllo delle possibilità debitorie dello Stato dal potere pubblico alle strutture che organizzano il privato, dall’equilibrio dell’amministrazione interna  dello Stato all’equilibrio costruito sotto il dominio dei “mercati” globali.

È a questo punto che si dà una definitiva frattura fra il nuovo ordine capitalistico globale e i soggetti che vivevano nel precedente ordinamento capitalistico dei singoli Stati-nazione – in quell’ordinamento “riformista” del capitale, cioè, che avendo introdotto keynesianamente il movimento operaio nel contratto sociale, ne disciplinava i comportamenti secondo regole cosiddette “democratiche”. Se nello Stato fiscale, presto pervenuto alla crisi, il debito statale aveva assunto quel ruolo di anticipazione della spesa che prima aveva avuto l’inflazione (in senso opposto, come strumento di devalorizzazione della spesa) e se presto la fiscalità non è più sufficiente a sostenere il debito promosso dallo Stato – se dunque la struttura del debito muta e il neoliberalismo, facendo del mercato la regola dello sviluppo e dei “mercati” la giustizia del pianeta, impone la privatizzazione globale del debito…. dato tutto questo, la crisi capitalistica si presenta oggi come impossibilità di far agire all’interno dello sviluppo stesso qualsiasi elemento di mediazione, qualunque  struttura contrattuale, insomma il keynesismo in tutte le diverse accezioni riformiste che esso possa eventualmente assumere. D’altra parte, questo sviluppo (se riguardato dal punto di vista delle lotte del soggetto sovversivo) ci restituisce un modulo assai consistente di lotta di classe. Da un lato tutti coloro che possono partecipare all’”interesse” (cioè al profitto monetario – alla partecipazione alla pratica globale dell’usura dei mercati privati e/o semipubblici) costruito sul mercato finanziario; dall’altro lato tutti coloro che considerano l’esercizio della loro forza-lavoro reso socialmente utile dal loro “stare insieme” e quindi dall’esigenza (bisogno e desiderio) di essere garantiti nel corso della loro vita non dal perdurare della barbarie del privato possesso ma dal possibile godimento dell’accesso al comune. E non c’è “nessuna classe media” fra queste due realtà etiche.

Il secondo presupposto è soggettivo, ne abbiamo accennato le caratteristiche etiche – ora si tratta di studiarne (anche in questo caso riassumendo un lavoro collettivamente compiuto) l’ontologia della produzione. In essa si ricompongono dunque le modificazioni intervenute nella composizione della classe lavoratrice. Essa non è più (come da molto tempo si sa) “operaia” in senso esclusivo, tanto meno può essere qualificata come centrale nei processi di valorizzazione – la dimensione immateriale, intellettuale, cooperativa e la rete (come tessuto di ogni attività produttiva)  sono diventati gli elementi centrali della valorizzazione produttiva. La forza-lavoro si è dunque radicalmente modificata. Nessuna nostalgia della vecchia classe operaia. Impegno, invece, a ritrovarne le stigmate nel continuum della “disindustrializzazione”, determinata (non tanto dal capitale finanziario quanto) dall’automazione industriale e dalla sua espansione a tutto il sistema dei servizi produttivi (sicché anche l’operaio industriale è oggi lavoratore immateriale). La radicalità di questa modificazione è estrema. Altrove abbiamo definito l’insieme della forza-lavoro nella sua dimensione di soggetto sfruttato nello sviluppo del capitale finanziario come un composto da individui “indebitati, mediatizzati, securizzati, rappresentati”. In questo quadro lo sfruttamento avviene assumendo la società come totalità, investe e sussume l’intera società. È uno sfruttamento estrattivo. La qualità estrattiva dello sfruttamento significa che l’analitica “temporale” (quella marxiana, per esempio) delle figure e delle quantità di pluslavoro e di plusvalore, dev’essere rivista e analizzata secondo nuovi criteri. È qui infatti che il capitale finanziario si segnala come potente agente di un’”estorsione” compatta e massificata di plusvalore, come mistificatore di ogni assemblaggio di lavoro cooperativo e infine – in tal modo – come forza estrattiva del comune. Nel concetto di “estrazione” si modifica quindi quello di “sfruttamento”. “Estrazione” significa appropriazione di plusvalore attraverso una continua scrematura dell’attività sociale, la riduzione delle singolarità che cooperano nella produzione sociale (e che così esprimono comune) ad una massa che ha perduto ogni controllo di se stessa ed ogni autodeterminazione, la trasformazione dell’imprenditorialità capitalista in una funzione ormai incapace di organizzare il lavoro, immersa nel gioco finanziario e solo attenta alle cedole azionarie. Il concetto marxiano di sfruttamento sembra così pateticamente lontano – nella sua insistenza sulla temporalità della giornata lavorativa e dello sfruttamento individuale che in essa si misura. Se non fosse che la massa esiste solo nella logica del capitale finanziario (come il popolo in quella dei sovrani). Mentre la vita sfruttata è singolare. Da questo punto di vista, dunque, le soggettività implicate in questo sviluppo del capitalismo, espropriate come massa, sfruttate come singolarità, avvertono che la frattura sociale, meglio, la scissione del concetto di capitale si è data in maniera ormai piena. Al punto in cui lo sviluppo capitalistico è stato spinto dall’azione neoliberale, una qualsiasi mediazione interna allo sviluppo capitalistico (anche se imposta dalla moltitudine dei lavoratori bisognosi, insomma comunque essa si presenti, qualsiasi sia la forma in cui le singolarità sono rinchiuse nella massa espropriata) – ogni mediazione, dunque, è stata rotta. Assistiamo all’azzeramento del politico, meglio, del valore della composizione politica del soggetto antagonista: in questa prospettiva “la politica” è solo considerata una mediazione – e questa non potrà certo darsi con gli “esclusi”.

Dobbiamo dunque concludere che la dialettica operaista che sempre teneva presente un rapporto antagonista tra sviluppo capitalistico e lotta di classe operaia e ad essa imputava ogni sviluppo, è terminata? È possibile, con tutta probabilità è avvenuto. Infatti la relazione delle singolarità che costituiscono moltitudine è divenuta del tutto intransitiva nel rapporto di capitale. Il neoliberalismo ci impone questa verità. La valorizzazione capitalista nasce infatti dal fatto che la moltitudine di singolarità è ridotta a massa – è resa “transitiva” in quanto capitale variabile ma non può più esprimersi come classe – neppure all’interno del capitale, come la dialettica “socialista” esigeva. Affermare questo non significa che la concezione marxiana dello sviluppo sia obsoleta o la metodologia operaista ormai desueta; significa solo che il metodo va innovato, che le “armi della critica” vanno adeguate alla nuova situazione complessiva e che “far politica oggi” è concetto che non può esser legittimato, per esempio, semplicemente dal ricorso all’inchiesta operaia – modulata sul couplet composizione tecnica e composizione politica – ma che i temi del potere e del contropotere, della guerra e della pace, del potere costituente e dell’insurrezione, insomma, del programma comunista, vanno riproposti – in prima linea.

Mi ripeto. Già da tempo è stato teorizzato che l’”uno si è diviso in due”. Questo significa che non c’è più misura fra capitale e soggetto sfruttato, antagonista, che non vi è più mediazione possibile. Vi può essere mediazione solo forzosa. Questo comporta crisi, inefficienze, limiti della forma politica del capitalismo oggi dominante, di quella “democratica” in particolare, sempre più evidenti. Se l’azione politica del primissimo e primo movimento operaio (tra l’’8-‘900) ha cercato alternativamente per la sua azione un modello riformista e/o uno insurrezionale; se la seconda grande epoca del movimento operaio – quella dell’operaio fordista – ha consolidato nella forma contrattuale (e riformista) il suo progetto, oggi non vi è più nulla di questo che possa essere nuovamente percorso. Alcuni autori hanno con grande intelligenza sottolineato che il capitalismo neoliberale ha perduto ogni caratteristica democratica da  quando le istituzioni  della democrazia non son più riuscite a trattare, ad incidere sulle questioni economiche – hanno cioè permesso al neoliberalismo di estrarle dalle regole della democrazia. È un altro modo di dire che l’”uno si è diviso in due”. La sovranità è stata allora tolta agli Stati-nazione per essere trasferita verso il potere globale dei “mercati”. Ma questa conclusione non conclude nulla, è essa stessa implicata nel processo della crisi e la estremizza piuttosto che risolverla. È ormai banalmente ripetuta dai più e finisce per mistificare l’impotenza dei soggetti e per vanificare le lotte contro il capitale finanziario.

Finora abbiamo visto come il concetto di composizione politica di classe operaia sia venuto meno, come sia stato azzerato dalla nuova figura dei movimenti finanziari e politici del capitale – e in ogni caso come esso non possa funzionare (la diciamo grossa) “ontologicamente”, e cioè nella realtà storica determinata: perché ormai privato di ogni transitività. “Come fare politica, oggi”, non significa dunque giocherellare fra composizione politica e tecnica ma ridefinire radicalmente che cos’è “politica”. Tra poco vedremo quale sia la fragilità dello stesso concetto di composizione tecnica. La metodologia classica dell’operaismo non funziona dunque più. Bisogna modificarla. E farlo tenendo presente che la nostra autocritica non significa che non ci possiamo più chiamare marxisti; forse significa che non ci chiameremo più post-operaisti; probabilmente ci diremo solo comunisti – alla nostra maniera, facendo del marxismo un dispositivo vivente per adeguarlo alla critica del nostro mondo. Per cominciare cioè ad uscire da quella condizione di azzeramento della politica.

Sulla questione del presupposto soggettivo dobbiamo quindi ora ritornare, armandoci di una nuova metodologia che lavori essenzialmente sulle maniere di far crescere, indipendentemente dal rapporto di capitale (non-transitivamente dunque), la nuova soggettività sociale sfruttata. In essa non saranno più riconoscibili composizione tecnica o composizione politica, conseguenti l’una dall’altra, ma piuttosto una composizione semplificata ed una consistenza reale che cercheremo ora qui di definire, descrivendo l’azione che è possibile, a questa soggettività, di produrre.

In primo luogo dobbiamo tener presente che quel soggetto separato, azzerato dal punto di vista politico, è comunque un soggetto che si è riappropriato di capitale fisso, in tutta la fase di trasformazione del capitalismo fra crisi dello Stato fiscale e consolidamento dello Stato del capitale finanziario. In che cosa consiste precisamente questa riappropriazione? Consiste specificatamente nel far proprie, nell’afferrare, nel rendere protesi corporee e mentali, linguistiche e/o affettive, cioè nel ricondurre alla propria singolarità alcune capacità che prima erano solo riconosciute proprie delle macchine con le quali si lavorava, e nell’incorporare queste caratteristiche macchiniche, farne attitudini e comportamenti primari dell’attività dei soggetti lavorativi. Nel distacco storico che si era affermato tra oggettività del comando (e del capitale costante) e soggettività della forza-lavoro (soggetta al capitale variabile) – si dà, da parte delle singolarità, una riconquista di capitale fisso, un’acquisizione irreversibile di elementi macchinici sottratti alla capacità valorizzante del capitale – per dirlo brutalmente, un furto continuato di elementi macchinici che arricchisce di capacità tecnica il soggetto, meglio, come si è detto che il soggetto lavorativo incorpora. Con ciò si mostra quanto il lavoro immateriale sia corporeo, della sua capacità di assorbire con rapidità e virtuosità stimoli e potenze macchiniche.

Ora, ogni riappropriazione è destituzione del comando capitalistico. Questo processo di appropriazione da parte dei lavoratori immateriali è infatti molto forte, efficace nel suo svilupparsi – esso determina crisi. Ma non si darebbe crisi se considerassimo che essa nasce spontaneamente dai processi di riappropriazione e di destituzione. Non è così. La crisi ha bisogno di uno scontro, di una realtà politica che si muova per la distruzione non più semplicemente del rapporto di sfruttamento ma della condizione forzosa che lo sostiene. In effetti quando si parla di riappropriazione da parte del soggetto antagonista, non si parla semplicemente della modificazione della qualità della forza-lavoro (che deriva dall’assorbimento di porzioni di capitale fisso), si parla essenzialmente della riappropriazione di quella cooperazione che nella ristrutturazione capitalista della produzione era stata incentivata e poi espropriata – e che rappresenta il dramma essenziale di questa fase critica. Quando si dice recupero di capitale fisso, riappropriazione – lungi dall’esprimersi in termini macchiati di economicismo – l’analisi entra piuttosto su quel terreno della cooperazione che è oggi regolato in termini biopolitici dal capitale: destituire il capitale di questa funzione significa recuperare alla forza-lavoro autonoma capacità di cooperazione. Ma poiché la società civile e la cooperazione produttiva sono oggi dominate dalle funzioni monetarie – e le funzioni monetarie fanno capo direttamente al capitale finanziario – riappropriazione di capitale fisso e destituzione del comando capitalistico sulla cooperazione ci portano immediatamente all’interno di quanto è oggi più decisivo nella struttura del comando capitalista: la sfera monetaria. Se qui si dessero significanti, sarebbero significanti che rivelano il comune. La moneta si incontra e si scontra con le caratteristiche comuni della cooperazione. E allora la resistenza, la lotta e l’autodeterminazione del soggetto lavorativo qui assumono immediatamente caratteristiche politiche, poiché si scontrano con le dimensioni finanziarie (monetarie) del controllo sociale. Il welfare è il terreno privilegiato di questo scontro.

In secondo luogo, oltre a destituire il comando sulla cooperazione e a incorporarsi parti di capitale fisso, la nuova forza-lavoro, ovvero quella classe politica antagonista, socialmente ricomposta nella cooperazione, si trova a costruire luoghi comuni. Forse li desidera, comunque vuole costruirli. Luogo comune: che cosa significa? Immediatamente, un senso di orientamento nel contesto proprio della mobilità e della flessibilità incorporate alla forza-lavoro (cooperante). E, in seconda battuta, che cosa sono dunque i luoghi comuni, meglio, gli insiemi istituzionali dentro ai quali il soggetto antagonista vuole riconoscersi? Si tratta essenzialmente di livelli strutturali dell’organizzazione dello stare insieme, spesso il contesto sociale della città, meglio della metropoli – come luogo di incontro e di costruzione comune di linguaggi e di affetti, come piena virtualità di associazioni produttive. La metropoli sta infatti diventando, sempre di più, il luogo dove la resistenza all’estrazione capitalista del plusvalore dall’attività comune ed allo sfruttamento delle singolarità moltitudinarie, è divenuta possibile – forse un luogo di desiderio. La metropoli è certo divenuta centrale nell’accumulazione capitalista perché lì, nella metropoli, l’intransitività del rapporto capitalista ha raggiunto il più alto livello di realizzazione e di espressione, e come tale va governato dal capitale. Ma d’altra parte la metropoli si è fatta eminentemente luogo di incontro e di riappropriazione proletarie. Ogni istanza di contro-potere non può prescindere da luoghi, da spazi nei quali svilupparsi, affermarsi, sostenersi. Se nel primo momento che abbiamo considerato (quello della riappropriazione di capitale fisso) la singolarità veniva nel medesimo tempo riconoscendosi nel comune – ed il comune (nel caso, l’insieme dei servizi di welfare) diveniva l’oggetto delle sue istanze di riappropriazione – se questo avviene nella metropoli, cioè a partire da moltitudini che vengono ricomponendosi e prendendo forma in luoghi comuni – lo scontro allora si definisce immediatamente come lotta di un proletariato moltitudinario contro il capitale finanziario. Qui l’azione moltitudinaria, volta a difendere, a ricostruire, ad appropriarsi del welfare, si incardina sulla riscoperta di soggettività attive, di quelle singolarità che costituiscono la moltitudine – perciò si esprime nella richiesta del diritto di cittadinanza – che è politicamente “diritto alla città”. Diritto cioè garanzia di godimento della città, di cooperazione nella città, di governo della città, di lavoro nella città. La questione del reddito garantito di ogni cittadino diviene quindi un elemento che integra questa costruzione del politico. E se la richiesta di reddito riconosce la funzione produttiva di ogni cittadino, non è tuttavia questa la cosa fondamentale: fondamentale è piuttosto che ogni singolarità (cioè ogni lavoratore ed ogni cittadino) trovi e fissi nella sua pretesa soggettiva al reddito, una domanda di potere politico adeguata alla costruzione della moltitudine. Reddito garantito e diritto alla città sono un solo obiettivo politico. Se nel primo luogo comune che abbiamo costruito, la singolarità moltitudinaria si realizzava nel comune (nel governo del welfare), qui il comune è moltitudinario e si esprime attraverso le singolarità (nel diritto soggettivo alla città, all’accesso al comune) – così si afferma la nuova maniera di far politica oggi.

Nel neoliberalismo, nello Stato consolidato della trasformazione del comando di capitale, il tessuto del comune è organizzato dalla moneta ed espropriato dalla Banca. È così che, procedendo dal basso, si propone per noi, per le nostre lotte di emancipazione sociale e di libertà, il tema Europa. Ricostruire l’orizzonte europeo significa dunque battersi per la riappropriazione del welfare e per l’ottenimento di un reddito di cittadinanza, eguale per tutti e più che decente, riconoscendo nella BCE il nemico da battere, il potere da spossessare. È qui che si da, a fronte degli attacchi dei “mercati” (quanto avvenuto nella crisi ce lo ha mostrato) un’occasione unica di spostare il discorso politico  dalle condizioni asfissianti del dibattito all’interno dei singoli Paesi-nazione ad una prospettiva rivoluzionaria. Ma di più – proprio se non si può tornare indietro (e la crisi lo ha dimostrato, e la sua soluzione lo affermerà ancora più duramente) l’Europa è un’occasione rivoluzionaria. Se non si può tornare indietro, occorre andare avanti – e per andare avanti c’è una sola strada: lottare, insistendo su welfare e reddito di cittadinanza, per rifondare quell’istanza democratica del comune che ci è stata strappata via dall’attuale governance europea, egemonizzata dal neoliberalismo. Il tema Europa si pone dunque direttamente contro la Banca, riconoscendo che la lotta moltitudinaria, la lotta del proletariato sociale contro la Banca non rinnega il processo di unificazione europea ed i risultati raggiunti (fra i quali la moneta unica) ma si pone piuttosto l’obiettivo del governo della moneta, della costruzione della moneta del comune. Questa è però solo una premessa, quasi un anticipo ideologico di un’azione comunista da riprogrammare.

Di nuovo chiediamoci dunque: perché l’Europa? Perché siamo “europeisti” anche dopo che del neoliberalismo abbiamo direttamente subito la repressione feroce, l’austerità orribile e ne abbiamo fatto l’oggetto del nostro odio? E dopo aver implicitamente riconosciuto che l’Europa rappresenta nel quadro istituzionale presente, il più completo esempio di consolidamento dello Stato neoliberale? All’interno della “sinistra” molti, la maggior parte di quelli che non aderiscono alla socialdemocrazia, ora (dopo aver a lungo lottato contro il processo di unificazione europea, duramente ammaestrati dalla crisi economica e avendo appreso che indietro non si torna) – ora, dunque pensano che la sola maniera di ricostruire l’Europa preveda la riformulazione del contratto costitutivo, da parte degli Stati-nazione europei, esigono dunque che questi si ricostruiscano come soggetti sovrani della contrattazione. Si tratterebbe di ritornare (temporaneamente?) agli Stati-nazione, di restaurare una sovranità nazionale (protetta dall’Europa dentro e contro la globalizzazione?) e così di riconquistare potere sulla moneta. E poi… poi si vedrà. Il sovranismo è duro a morire e ci sono ancora socialisti disponibili, fin dal 1914, a ripetersi nel difendere la sovranità nazionale oltre ogni vergognoso limite! Subordinatamente, in maniera più pacata, si sostiene la possibilità di riaprire un rapporto – quasi contrattuale – fra i vari Stati europei, quasi sovrani, dopo che essi abbiano riconquistato una maggiore autonomia sovrana – quelli che il fiscal compact e gli altri diabolici accordi monetari hanno eliminato:  insomma, di ricostruire l’Europa in due tempi. Uno, cancellazione degli accordi sulla BCE; due, ricomposizione attorno ad un accordo tipo Bretton Woods, dove a comandare sia un indipendente “Bancor” – moneta convenzionale che flessibilmente accompagni le diversità delle situazioni europee e guidi i movimenti di aggiustamento delle bilance e dei budget all’interno dei singoli paesi e fra tutti. Patetici progetti. Comunque ci riguardano solo parzialmente, come per definire uno sfondo. Per noi il problema non si risolve ritornando indietro: pensiamo infatti che l’Europa sia il contenente minimo per un’azione politica rivoluzionaria che si collochi nella globalizzazione. Lo spazio (proprio in seguito alla globalizzazione) è ritornato ad essere una dimensione politica essenziale, primaria. È solo costruendo e consolidando la forza di un ordinamento in uno spazio determinato fra soggetti che cooperano, che la legittimità (quella sovrana, certo, ma anche quella) rivoluzionaria, si afferma. Non c’è alternativa. L’Europa è questo spazio – dove il proletariato moltitudinario nel quale ci riconosciamo può insorgere, trasformando non lo spazio (anche quello, forse: ne parleranno altri) ma la struttura di potere che lo ordina. L’Europa e la moneta europea costituiscono un ambito di virtuale autonomia all’interno della mondializzazione. Senza l’Europa non vi è possibilità di governare, limitando la pressione immane dei mercati globali e dei poteri multinazionali. Europa è quella dimensione spaziale che rappresenta una possibilità di sopravvivenza politica e di azione autonoma delle moltitudini europee, a fronte della pressione delle forze sovrane, già assestate su dimensioni globali – configurantesi ormai come sezioni continentali del potere globale.

Quanto è avvenuto sulla scacchiera globale in quest’ultimo trentennio, dalla fine della guerra fredda, va fortemente sottolineato per chiarire che la proposta di una lotta che si proponga un progetto di democrazia radicale in Europa, è tutto tranne che un sogno. Se è vero, infatti, che la potenza dei mercati è immane, è altrettanto vero che il peso e i condizionamenti dell’alleanza e della subordinazione atlantica è divenuto, nella continuità, sempre più fragile e in prospettiva instabile. È dal declino della potenza americana che l’inizio del XXI secolo è stato caratterizzato – con due conseguenze maggiori. La prima è il conflitto latente fra USA e Cina – esso sta maturando ed ha una prima conseguenza che ci interessa: avere estraniato il potere americano dall’Europa e fatto registrare il forte indebolimento (da non sottovalutare) del potere americano, non solo in Europa ma sull’intera dimensione mediterranea. Gli USA non hanno mai voluto un’Europa unita, tranne come alleato durante la guerra fredda. Dopo la “caduta del muro” di Berlino hanno continuamente osteggiato l’unificazione e la Gran Bretagna ha sempre rappresentato il cavallo di Troia di questo sabotaggio. Ora la situazione è profondamente mutata e, all’indebolimento della leadership, si aggiunge per la Casa Bianca la necessità di sostenere più efficacemente gli interessi americani nel Pacifico e di costruire laggiù un fronte strategico per l’egemonia asiatica. Come si vede, la “provincializzazione di Europa” non porta solo guai! La seconda conseguenza è ben più importante: si lega allo sviluppo delle primavere arabe lungo il Mediterraneo e nel Medio Oriente (un vero 1848). Per ora sembra impossibile identificare una soluzione politica al conflitto fra moltitudini arabe e le strutture autoritarie (militari e/o plutocratiche) che le controllano e le stringono in una gabbia di miseria e ignoranza medievali. In quella situazione, la lotta di classe sta riprendendo i suoi diritti – naturalmente se di lotta di classe si parla nei termini in cui noi ne abbiamo fin qui parlato, come lotte di moltitudini di singolarità, come lotte che sono insieme di emancipazione dalla povertà e di liberazione dei soggetti. Il tema di un’Europa unita da un progetto di democrazia radicale-comunista trova nel movimento d’oltre Mediterraneo una sua base d’appoggio – anche il viceversa è da costruire.

In terzo luogo – o meglio, è questo il terzo presupposto che sta alla base del ragionamento sulla soggettività che abbiamo cominciato a sviluppare all’inizio di questo intervento (tanto tempo fa!) – si tratta di consolidare, anche noi, in istituzioni i movimenti fin qui descritti. Si tratta non solo di costruire contropoteri diffusi ma di coalizzarli per produrre potere costituente. Si tratta di ricomporre l’insieme delle forze plurali che lottano per il reddito e per la difesa/espansione del welfare, attorno ad un telos, ad una finalità comune. A noi sembra che quando si sia assistito alla lunga vicenda delle primavere arabe e delle insorgenze occupy (ed alle tragedie che stanno contrassegnando la pur indomabile – talora aperta, talora sotterranea – continuità delle prime ed al ristagno – sia pur talora potentemente riflessivo – che tocca le seconde) – bene, non si può allora non pensare – se ancora si possiede un minimo di responsabilità teorica, prima ancora che politica – alla necessità di un lavoro di costituzione di una forza che sappia – tutti insieme – affrontare il nemico. La consapevolezza di un passaggio strategico è stata probabilmente acquisita: sarà necessario costruire piattaforme che organizzino la continuità delle lotte e il loro progresso. Far divenire istituzione le lotte significa imprimere loro un telos, incorporato ad ogni momento organizzativo. Sia chiaro che dicendo questo non si intende parlare di “rifondazione” della “sinistra” (“rifondare” e “sinistra” sono state ridotte a parole di merda) né si allude a possibili rapporti con forze parlamentari della vecchia sinistra. Siamo comunisti, non abbiamo nulla a che fare con la socialdemocrazia nella quale riconosciamo una variante ideologica del dominio capitalista. Noi siamo un’altra cosa, e ci definiamo al di là del socialismo. Cominciamo dunque per ora a sviluppare in Europa coalizioni di forze in lotta, dentro l’Europa, contro la sua Costituzione e le politiche della Banca Centrale e cerchiamo di dare loro forma istituzionale. Come una volta dicevamo, nel costruire organizzazione: “chi non ha fatto inchiesta, non parla”, cominciamo a dire: “chi non ha costruito coalizione, in Europa non parli”. Questo è probabilmente un modo per far diventare tendenza, in Europa quelle forme nuove che la moltitudine insegna, di costruire ed occupare spazi liberati – perché moltitudine è moltitudine di soggettività che si ritrovano in uno spazio comune. Credo comunque che per qualificare la costruzione di coalizioni, in questa fase, sia sufficiente affermare un punto: la volontà di distruggere la proprietà privata, di dissolvere nel comune la proprietà pubblica e la sovranità che la colora, e di costruire e di gestire democraticamente il governo del comune.

Lo spazio europeo è allora, forse, un territorio privilegiato di sperimentazione moltitudinaria nella costruzione di istituzioni del comune. Lo dico con molta prudenza ma anche con molta speranza: perché è ben vero che l’Europa è stata provincializzata e che il proletariato europeo ha perduto la sua battaglia di emancipazione che per alcuni secoli aveva condotto contro l’impero neoliberale dal capitale…. e però gliene abbiamo dato tante ed abbiamo ancora la forza di dargliene.

Nel suo contributo alla preparazione della tavola rotonda sulla rete al seminario di Passignano, Roberta Pompili focalizza la discussione sulla rete attorno a delle questioni teoriche cruciali per la prospettiva post-operaista. In particolar modo, il suo intervento interroga la rete a partire da una tensione fondante tra i processi di cattura del valore e soggettivazione autonoma in un quadro più generale in cui i processi di accumulazione sono imprenscindibili dalla produzione di soggettività. A ciò aggiungiamo naturalmente in una prospettiva marxiana, il problema del rapporto tra capitale fisso (o saperi incarnati nelle macchine) e capitale variabile (forza lavoro), cioè della nuova configurazione del general intellect nel declinarsi della rete come modalità dominante di organizzazione della cattura del valore e nella costituzione di soggettivazione autonoma.

Nel mio contributo vorrei proporre di separare concettualmente tre modi di pensare alla rete, questo allo scopo di aggirare alcune difficoltà date appunto dalla versatilità e onnipresenza della rete in quanto topos nelle scienze sociali e naturali. Proporrei dunque di distinguere tra la rete in quanto tecnologia (Internet); la rete in quanto macchina (incontro tra computazione e telecomunicazione) e la rete in quanto modello (struttura geometrica astratta di tipo topologico). In queste tre prospettive è possibile trovare diversi modi di formulare la relazione tra capitale fisso e capitale variabile, e cattura del valore e processo di soggettivazione autonoma. (more…)