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1. Guardare all’Europa e alla crisi del dogma neoliberista dalla sponda sud, dall’orizzonte mediterraneo, è quanto qui cercherò di fare. Va da sé che dinanzi a questo orizzonte se ne dischiudono altri. Fra tutti: quello che interpella i movimenti europei se non i loro limiti, laddove la crisi finanziaria del 2007-08 e la recessione globale che ne è scaturita dovrebbero essere le condizioni ideali, da sempre desiderate, per costruire una società altra, dentro e oltre il comando e il dominio capitalistico. Per contro, ci troviamo in un vicolo cieco: dove le lotte sviluppatesi in varie realtà nazionali del Mediterraneo, seppur efficaci e radicali, non sono state in grado di superare l’ambito nazionale. Allo stesso modo, con una tensione certo diffusiva, gli appuntamenti dei movimenti europei, di fatto, sono stati il prodotto di iniziative e reti nazionali con proiezioni a livello europeo. E tuttavia non riescono a oltrepassarne i confini organizzativi. La logica inevitabilmente va rovesciata e decentralizzata. Come fare a partire dall’Europa per arrivare al nazionale? E poi: come provincializzare le lotte europee, quando “il comando finanziario si è centralizzato a livello europeo nella banca centrale”? Sandro Mezzadra indicava appunto come “un processo destituente/costituente europeo” possa costituire un “orizzonte di uscita dalla crisi con nuove politiche di welfare, reddito, e libertà di movimento”, a partire proprio da “una nuova relazione con l’est e il sud”. Hic Rhodus, hic salta: questa è la scommessa.

2. Quanto vado scrivendo non sarebbe stato possibile senza il confronto con le compagne e i compagni dello Zero81 di Napoli, i seminari della rete “Orizzonti meridiani” e le conversazioni con Giso Amendola e Sandro Mezzadra. In queste occasioni abbiamo tentato di interpellare, in maniera più consapevole che in passato, il Sud Europa come luogo discorsivo, topos storico-politico e spazio in cui sperimentare modelli di sviluppo e di governance dell’emergenza, demarcate da politiche neoliberiste in tutte le modulazioni possibili.

E’ stato il vento delle ribellioni del Maghreb e del Mashreq, da una parte, e l’eco delle rivolte greche e degli indignados spagnoli dall’altra, a sospingerci nel costituire luoghi e reti in cui tradurre quelle tensioni. Un “effetto sponda” che dal 2010 infiamma il Mediterraneo. Mentre si placa su una sponda, riappare su un’altra. Eccetto che in Italia, attenzione. La domanda di democrazia radicale, la difesa di uno spazio comune, la redistribuzione della ricchezza sono state le istanze di una composizione di queste rivolte molto simile a quella delle piazze europee contro l’austerity, vale a dire, una forza lavoro giovane, ad alta scolarizzazione e precaria o disoccupata, la cui mobilità e possibilità di fuga è continuamente ingabbiata dalla Fortezza Europa. Si badi che le politiche di austerity, omogenee nelle direttive, sulla base di una politica fiscale comune fondata sull’ideologia del “fiscal compact” di imposizione tedesca, provocano invece lo sviluppo di realtà economiche nazionali. Oltremodo vale qui la scommessa di capovolgere l’azione dal piano europeo al livello nazionale.

3. Con Gramsci sappiamo che il modo di leggere la realtà, il “senso comune” si istruisce all’interno di “formazioni sociali” ove “differenti articolazioni di istanze economiche, politiche e ideologiche” si “rispecchiano reciprocamente” (per dirla con Althusser, si “surdeterminano reciprocamente”). E dunque il Sud Europa diviene “oggetto”, calco per l’astrazione concettuale di termini quali civiltà, modernità, sviluppo. D’altro canto la crisi finanziaria non fa che rinfocolare le semplificazioni, gli stereotipi, le distanze, l’adozione di modelli binari e storicisti. E’ un eccellente misuratore del grado di populismo e nazionalismo il dibattito pubblico dei politici e del mainstream tedeschi. Vi possiamo osservare appunto quei dispositivi di specchi in cui si riflettono – come nota Marco Bascetta – da una parte sentimenti antitedeschi con posizioni che imputano “agli interessi particolari della politica economica tedesca e all’arroganza del governo di Berlino l’aggravarsi della crisi nell’area mediterranea e la pesantezza delle sue conseguenze sociali”; e dall’altra le accuse rivolte agli “spendaccioni meridionali, a coloro che vivono al di sopra dei propri mezzi che sono la principale causa della crisi dell’eurozona e della sua moneta, nonché di mettere le mani nelle tasche dei risparmiatori tedeschi” (Bascetta 2013). Ancor più nell’imminenza delle elezioni tedesche s’inverano questi meccanismi riconducibili a quel supplemento, sempre in eccesso rispetto agli stereotipi e ai cliché, che è l’orientalismo. Per dirla con Said: l’esame delle innumerevoli modalità con cui una parte del mondo ne immagina un’altra per dominarla, dando vita a un tipo di analisi culturale in chiave geografica, dove la frammentazione interna dell’Europa lascia affiorare un significante pienamente coloniale.

La carrellata di stereotipi e paternalismi verso i meridionali è tanto antica quanto ridondante. Eppure negli ultimi anni si va assistendo a un revival da parte dei “sacerdoti” dell’austerità: Elsa Fornero, nel rispondere a una precaria sul tema del reddito e degli ammortizzatori sociali, ha esordito che “l’Italia è un Paese ricco di contraddizioni, che ha il sole per 9 mesi l’anno e che con un reddito base la gente si adagerebbe, si sederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”.  Mentre Mario Monti ha incitato il Sud a “cambiare mentalità”. Sono entrambe esortazioni con una retorica che tende a marcare una mentalità superiore rispetto a una inferiore. Analogamente, il paternalismo montiano presta il destro a un’altra retorica, ormai scontata: quella di una visione dicotomica dell’Europa, la superiorità del Nord rispetto al Sud dell’Europa. Un Nord, guidato dalla Germania della Bundesbank, che tutto sommato tiene testa alla crisi, e i paesi dell’Europa mediterranea che questa crisi non la stanno solo subendo, ma ne sono considerati responsabili o corresponsabili. Sono i PIIGS: Portogallo, Italia, Irlanda[1], Spagna e Grecia, con quell’assonanza esplicita, più che casuale, con il termine inglese porci: i maiali d’Europa e dunque sporchi, ripugnanti, oziosi. Debito pubblico alle stelle, mancato rispetto dei parametri fiscali e monetari, scarsa produttività e blocco della crescita, tutto all’insegna dello sperpero e della cattiva gestione politico-finanziaria: “questa la sporcizia che si annida in Portogallo, Italia, Grecia e Spagna. La causa è da ricondurre all’indolenza mediterranea, al vivere al di sopra delle proprie possibilità, alla corruzione, alla mancanza di regole, all’assenza di quell’etica del rigore e degli affari, della morigeratezza e del lavoro che già Max Weber poneva come condizione sine qua non del capitalismo” (Curcio 2012).

Negli ultimi mesi, il dibattito pubblico tedesco è stato fomentato dall’incalzare delle formazioni anti-euro, così che discorsi e modelli hanno ripreso il proprio frame “igienizzante” se non terrorizzante nei confronti del Sud Europa: al “risanamento del debito” ha fatto da eco il divieto di acquisto di titoli italiani, spagnoli e greci quando non il pericolo di una “bomba ellenica” sull’economia tedesca, di corruzione e di eccessive spese a fronte delle regioni laboriose, oculate e virtuose del Nord Europa. E, d’altro canto, se non è che la costituzione politica dell’Europa vada sempre più modellando sulle scelte berlinesi, in una sorta di prussianesimo aggiornato, poco ci manca. Di certo, la politica europea è una plastica emanazione degli indirizzi dei mercati e della Troika, di quella che Etienne Balibar ha definito “dittatura commissaria” (Balibar 2013). In punta di fioretto è stata la posizione tenuta da IlSole24Ore nei mesi scorsi: prima, ha accusato la Bundesbank di avvantaggiarsi sul Sud Europa, usando come leva l’inflazione per svalutare l’euro; poi, ha versato lacrime amare dinanzi al miglioramento dell’occupazione tedesca anche grazie all’emigrazione italiana, “frutto di un lavoro ai fianchi” delle “aziende tedesche” che “da mesi corteggiano i professionisti italiani, gli operai specializzati, i tecnici e i ricercatori universitari” (Il Sole 24 Ore 2013). Eppure il pericolo di un nazionalismo tedesco e dell’avanzata del partito per l’uscita dall’Eurozona di Grecia, Cipro, Portogallo, Spagna e Italia ha fatto mutare la posizione del quotidiano di Confindustria e anche del governo Letta, a favore della linea intransigente e di un capitalismo italiano subalterno all’economia tedesca piuttosto che al modello statunitense.

L’archivio delle invettive potrebbe ampliarsi a dismisura contrappuntandosi fra tensioni paternalistiche verso il Sud Europa ed esempi virtuosi identificati nel modello di accumulazione tedesco. E’ pur vero, però, che l’uscita dalla crisi è assai discutibile che possa essere conseguita attraverso l’adeguamento a un modello precostituito. Ancor più̀ che le politiche neoliberiste non sonò state in grado non solo di prevenire, ma “neanche di arginare l’evoluzione della crisi e i suoi effetti più devastanti”. Così come l’inasprirsi delle politiche di austerità non interrompe la spirale del debito pubblico, la moltiplicazione della rendita e “la recessione di cui non si vede la fine, malgrado la ricorrente, e ricorrentemente smentita, annunciazione della ripresa.”

La funzione di questi discorsi, quindi, pare che serva a mantenere ben saldo il comando politico, benché eserciti il proprio potere su una polveriera, ricostituendo forme di controllo giuridico sul modello tedesco e favorendo la colonizzazione di nuovi terreni di accumulazione alle condizioni della dittatura finanziaria, per l’appunto. Nondimeno, come nota Bascetta, converrebbe guardare con attenzione al modello tedesco e all’orientalismo di cui si alimenta  e ancor di più alla sua imitazione nel resto d’Europa, esaminando le contraddizioni, i costi sociali, tracciando “la mappa dei perdenti e dei vincenti, degli esclusi e degli integrati, piuttosto che rimanere estasiati di fronte all’exemplum virtutis berlinese o strepitare contro la presunta aggressività genetica del ‘popolo germanico’ ”.

4. D’altro canto andrebbero indagate anche quelle forme che potremmo chiamare come “orientalismo al contrario”: vale a dire, quei meccanismi di auto-razzismo o di auto-ghettizzazione che nei linguaggi e nei discorsi pubblici vengono introdotti per identificare uno o più modelli (politico, economico, giuridico, sociale e culturale) quali esempi cui ispirarsi e, allo stesso tempo, quali modelli su cui lasciar specchiare le società del Sud Europa. Sono appunto quelle forme da cui attinge materiale il “dispositivo Saviano”. Clientele, ruberie, corruzione, parassitismo, “nullafacenza”, criminalità ecc. divengono descrizioni morali che le popolazioni meridionali hanno ormai fatto proprie, incarnandole come incubi atavici, aspetti consustanziali delle società del Sud. Come se questi aspetti non appartengano, invece, all’organizzazione del capitalismo finanziario e del processo politico stesso, volto a conservare lo stato di cose presenti, i rapporti di forza e le gerarchie sociali. Allargando lo spettro oltre al Sud Europa, la corruzione, l’intreccio politica-affari, i sistematici rapporti di scambio (politico ed economico) non sono anomalie o devianze ma strumenti di governo. Il che spiega, fra l’altro, il giustizialismo di Travaglio quando non il leit motiv dell’antipolitica di Grillo & Co. E, per altri versi, spiega la comparsa di “mantra” quali i “governi tecnici”, i “tecnici di alto profilo”, ossia l’azione del “governo-chirurgo sul cancro-popolazione”.

Propongo un’ipotesi in merito alle forme di auto-inferiorizzazione, lasciandomi aiutare dall’analisi di Gramsci sull’“intellettuale meridionale”: formatosi alla scuola crociana funge da “miglior agente del capitalismo industriale italiano”, esercitando “egemonia” proprio tra le “popolazioni” del Mezzogiorno, poiché da “burocrate” amministra il potere locale e da “giornalista” indirizza l’“opinione pubblica”. Scrive Gramsci: “Il ceto di intellettuali riceve un’aspra avversione per il contadino lavoratore, considerato come macchina da lavoro che deve esser smunta fino all’osso e che può essere sostituita facilmente data la superpopolazione lavoratrice: ricavano anche il sentimento atavico e istintivo della folle paura del contadino e delle sue violenze distruggitrici e quindi un abito di ipocrisia raffinata e una raffinatissima arte di ingannare e addomesticare le masse contadine… Il suo unico scopo è di conservare lo statu quo. Nel suo interno non esiste nessuna luce intellettuale, nessun programma, nessuna spinta a miglioramenti e progressi” (Gramsci 1974, pp. 150-153). Mi pare che questo tipo di mentalità e questo modello di intellettuale ancor oggi partecipi a pieno titolo della formazione del processo politico e del discorso pubblico nel Sud Italia.

5. All’analisi dei cliché delle rappresentazioni segue la critica dell’economia politica capitalistica. Qui, sia il metodo che le domande della ricerca di Luciano Ferrari Bravo e Alessandro Serafini (in Stato e sottosviluppo. Il caso del Mezzogiorno d’Italia) ci istradano proprio nell’analisi di tutta una serie di discorsi prodotti negli ultimi anni della crisi riguardo al Sud Europa. Vale a dire: se il Mezzogiorno e il sud Europa esistano e come realtà omogenee e come oggetto nelle forme di una “questione meridionale”; quali sono i modelli di sviluppo delle “politiche regionali comunitarie” e qual è stata la funzione dei “Fondi strutturali” negli ultimi venti anni progettati dall’Unione Europea.

In un articolo raccolto in un volume di prossima pubblicazione a cura di Orizzonti Meridiani, Ugo Rossi coglie perfettamente senso, funzioni e limiti della “politica regionale comunitaria”.  Vale leggere per intero quanto scrive:

“una spinta fondamentale all’emergente protagonismo dei paesi dell’Europa meridionale viene dalla costituzione dell’Unione Europea e in particolare dal rilancio della ‘politica regionale comunitaria’ dopo la riforma dei Fondi Strutturali voluta dal Commissario Jacques Delors alla fine degli anni Ottanta. Fino all’allargamento dell’Unione Europea ai paesi dell’Est, le regioni svantaggiate dell’Europa meridionale sono state le principali destinatarie dei fondi europei per lo sviluppo regionale. Per utilizzare la terminologia di Harvey, i Fondi Strutturali sono stati utilizzati per sostenere principalmente il circuito secondario del capitale (investimenti nell’ambiente fisico e in infrastrutture) e quello terziario (investimenti nell’economia della conoscenza). L’obiettivo all’origine del rilancio della politica regionale comunitaria era quello di perseguire il progetto di costituzione dell’Europa meridionale e delle altre regioni svantaggiate come mosaico di territori capaci di competere autonomamente nella globalizzazione. Il fine dei Fondi Strutturali, pertanto, non era e non è tuttora il riequilibrio economico-territoriale tra regioni ricche e regioni svantaggiate, come nelle politiche regionali di epoca keynesiana, ma il rafforzamento della competizione interregionale in un ambiente competitivo come quello della globalizzazione. Per realizzare quest’obiettivo, ai Fondi Strutturali è stato associato un processo di “governamentalizzazione” delle regioni destinatarie dei finanziamenti, che si sono trovate a essere iscritte in meccanismi sempre più sofisticati e standardizzati – seppur spesso fallaci nel funzionamento concreto – di valutazione e responsabilizzazione dell’azione di governo, in linea con i principi della governamentalità neoliberale. Nelle regioni economicamente più deboli, tale sistema ha alimentato la formazione di un nuovo ceto locale di amministratori e tecnocrati specializzati nell’intermediazione con le istituzioni comunitarie e le agenzie nazionali di sviluppo. A dispetto della mobilitazione di tale apparato di tecnocrati ed esperti di governance dello sviluppo regionale, peraltro il più delle volte di qualità mediocre e direttamente controllato dalla classe politica locale per finalità clientelari, le politiche comunitarie hanno evidenziato in genere un debole coinvolgimento dei cittadini. In tal senso, si può concludere facendo notare come il ventennio finora trascorso di -politica regionale comunitaria rappresenti un’occasione sprecata per il sostegno alla formazione di un senso di cittadinanza autenticamente europeo; un obiettivo incessantemente evocato, per lo più in chiave retorica o comunque idealistica, dalle élites europee, ma nei fatti sacrificato nel nome della competizione tra regioni e città” (Rossi, in corso di stampa).

6. Eppure la gestione della crisi ha spazzato via proprio quelle caratteristiche tipiche della governance che applicata in differenti campi – dall’economico al politico, dal sociale al manageriale – appariva come un toccasana delle relazioni politiche e negoziali, a livello periferico e subnazionale, improntate sui dogmi neoliberali per aderire alla complessità delle società contemporanee. L’articolazione delle sedi e la moltiplicazione degli interlocutori coinvolti nei processi decisionali si contrapponeva alla natura verticale e centralistica del governo dello stato. Ad esempio, la governance subnazionale rappresentata dai poteri sempre maggiori conferiti a regioni, province, comuni, municipi, con articolazione sempre più capillare sul territorio, oggi, sull’altare del “patto di stabilità” e del “fiscal compact” è sottoposto a un rigido controllo dall’alto, riallineandone così il comando alle strette decisioni verticistiche.

Poco male, poiché al netto delle misure di austerità gli enti locali vanno battendo altre direttrici per il proprio sostentamento: la dismissione e/o la cartolarizzazione del patrimonio pubblico, lasciando non tanto tautologicamente quanto materialmente, coincidere il pubblico con il privato ha chiuso un cerchio in cui la rendita e la finanza dettano legge. Nuove forme di estrattivismo che passano dai beni pubblici e dallo sfruttamento delle risorse comuni (ambiente, territorio, comunità, ecc.) rilasciano il loro amaro sapore di una accumulazione originaria sulla ricchezza sociale. In altri casi, tra disoccupazione, “sottosviluppo” e ingovernabilità, nelle regioni meridionali assistiamo alla riproposizione del laissez faire laissez passer verso il capitale industriale e/o le organizzazioni criminali per l’uso inquinante dei territori e lo sfruttamento della forza lavoro a basso costo. Tra gli altri: il caso Fiat di Melfi e Pomigliano; l’Ilva di Taranto; l’estrazione petrolifera in Basilicata; l’installazione di discariche e di impianti energetici inquinanti. Sono casi in cui il capitale industriale, finanziario ed estrattivo ha mano libera sulla società: un controllo e uno sfruttamento biopolitico della società o, in altri termini, una “sussunzione reale della società nel capitale” (M. Hardt, A. Negri, 1995).

7. La crisi intensifica l’uso di dispositivi di controllo e di dominio quali quelli dell’orientalismo, della razzializzazione, della essenzializzazione nei confronti delle regioni meridionali dell’Europa. E tuttavia un dispositivo è tale anche e soprattutto per la sua reversibilità, il capovolgere l’ordine discorsivo dominante. Laddove la governance ha ceduto alla verticalizzazione delle decisioni e nuove forme di accumulazione e di estrattivismo devastano il tessuto sociale, economico e ambientale, in una sorta di sfruttamento dei settori secondari e terziari, le mosse di sottrazione messe in campo dai movimenti segnalano altri modelli di sviluppo e una produzione di comune. Nel senso di singolarità che si legano in termini biopolitici e danno vita a nuovi legami organizzativi, fondati sulla prossimità e sul fare comunità, riappropriandosi dei beni pubblici, di quel patrimonio che viene dismesso e da cui si estraggono nuove accumulazioni. Insomma quel pubblico-privato tutto dentro la rendita e la finanza. La riappropriazione sul piano della riproduzione e della produzione di reddito dà vita a condotte e costruzione di altri modelli. Sono i casi dei movimenti del diritto all’abitare, della difesa dell’ambiente e dei beni comuni (ad esempio: il movimento contro la costruzione della centrale biogas nell’alto casertano; i comitati di cittadini per un altro modello di sviluppo di Taranto; il movimento No MUOS in Sicilia; le reti regionali per la salute e l’ambiente, ecc.).

Tuttavia occorre esercitare una politica della traduzione delle lotte lungo le varie sponde del Mediterraneo per rompere l’Europa neoliberista. L’incapacità di generalizzare il conflitto, di certo, è causata dalla gabbia nazionale che le organizzazioni di movimenti continuano ad adoperare. Forse varrebbe provincializzare il discorso europeo, cioè muovere dalle periferie per costruire reti fra i movimenti del Sud Europa intorno a una piattaforma puntuale: con nuove politiche di welfare, reddito e libertà di movimento. E, da qui, curvare i dispositivi di comando e puntare dritto ai regimi di austerità e alle politiche neoliberiste. Si badi: non basta più la solidarietà internazionalista. Andrebbe osata l’organizzazione di quell’“effetto sponda” che negli ultimi anni è riverberato nel Mediterraneo, senza scuotere però la sponda italiana, dove vigono forti le briglie di dimensioni organizzative con radici e particolarità nazionali, grumi di esperienze che ripropongono molto spesso strumenti non all’altezza dell’attacco del capitale finanziario. Anche queste andrebbero forzate, allargate, provincializzate, superando i limiti che, come ferite aperte, segnano l’organizzazione dei movimenti in Italia, magari cedendo talvolta a scorciatoie elettorali e altre volte a opzioni estemporanee dal sapore riformistico. Non vi sono espedienti: l’identità e la progettualità del piano transnazionale è una indicazione strategica che emerge dalle lotte contro la povertà e la precarietà, per la libertà di movimento, e dalla nuova composizione del lavoro.

L’organizzazione dell’“effetto sponda” nel Mediterraneo passa dall’esempio d’ibridazione e di organizzazione comune della piazza Taksim così come dalla domanda di democrazia radicale e di distribuzione della ricchezza delle lotte tunisine. E, non in ultimo, l’“effetto sponda” va illuminato per tempo, anticipando quanto andrà tragicamente verificandosi se alla minaccia di Obama ad Assad farà seguito l’intervento militare con l’appoggio al fronte ribelle, tanto frammentato quanto influenzato dal fondamentalismo, per cui all’orizzonte si prefigura una ben maggiore destabilizzazione della regione mediorientale. La possibile guerra in Siria non ha affatto una perimetrazione regionale. Occorre chiedersi, quindi, quali saranno le conseguenze nella geografia politica della crisi economica. Vero è che da una parte il precedente della Libia, tutt’altro che chiuso, dall’altra parte l’uso della crisi ad opera del capitale lungo le varie sponde del Mediterraneo per svalorizzare il lavoro, inasprire i meccanismi d’indebitamento e battere nuovi sentieri dell’accumulazione, ci impongono di guardare a un’Europa dei movimenti con la testa ben protesa verso sud.

Bibliografia

E. Balibar, Una sovranità chiamata debito, in “Il Manifesto”, 29 novembre 2012.

M. Bascetta, In Europa non tutti siamo berlinesi, in “Il Manifesto”, 15 agosto 2013.

S. Böll, K. von Hammerstein, Interview with Finance Minister Schäuble: ‘We Certainly Don’t Want to Divide Europe’, “Der Spiegel”, 25 luglio 2013 (http://www.spiegel.de/international/europe/finance-minister-schaeuble-euro-crisis-means-eu-structures-must-change-a-840640-2.html).

A. Cerretelli, Germania, spunta il nazionalismo, in “Il Sole 24 Ore”, 19 aprile 2013.

A. Curcio, “Un paradiso abitato da diavoli” … o da porci. Appunti su razzializzazione e lotte nel Mezzogiorno d’Italia, 2012 (http://www.uninomade.org/un-paradiso-abitato-da-diavoli-o-da-porci/).

D. Chakrabarty, Provincializzare l’Europa, Meltemi, Roma 2004.

L. Ferrari Bravo, A. Serafini, Stato e sottosviluppo. Il caso del Mezzogiorno italiano, Ombre Corte, Verona, 2007 (1972).

F. Festa, Orientalismo all’italiana. Una genealogia del razzismo antimeridionale al tempo della crisi, 2013 (http://www.carmillaonline.com/2013/06/25/orientalismo-allitaliana-una-genealogia-del-razzismo-antimeridionale-al-tempo-della-crisi-i-parte/)

A. Gramsci, Alcuni temi della quistione meridionale (1930), in La questione meridionale, a cura di F. De Felice e V. Parlato, Editori Riuniti, Roma, 1974.

M. Hardt, A. Negri, Il lavoro di Dioniso. Per la critica dello stato postmoderno, Manifestolibri, Roma, 1995.

Il Sole 24 Ore, In Germania aumenta l’occupazione (italiana), 1 agosto 2013.

V. Lops, Usare l’inflazione per svalutare l’euro? Ecco come la Germania si è avvantaggiata sul Sud Europa, in “Il Sole 24 Ore”, 18 giugno 2013.

Merkel: l’Italia è in una situazione atipica e difficile. In Germania il partito anti-euro guadagna consensi, in “Il Sole 24 Ore”, 22 aprile 2013.

S. Mezzadra, Avventure mediterranee della libertà, in Libeccio d’oltremare. Come il vento delle rivoluzione del Nord Africa può cambiare l’Occidente, a cura di A. Pirri, Ediesse, Roma, 2012.

U. Rossi, Ascesa e crisi dell’Europa meridionale nell’era neoliberale, in Briganti o emigranti. Sud e movimenti tra conricerca e studi subalterni, a cura di Orizzonti Meridiani, di prossima pubblicazione per i tipi di Ombre Corte.

E. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, Feltrinelli, Milano, 2002 (1991).


[1] Non proprio paese meridionale almeno geograficamente, l’Irlanda porta con sé una lunga storia di colonizzazione, razzializzazione e violenza. Utilissima lettura in proposito è P. Linebaugh, M. Rediker, I ribelli dell’Atlantico. La storia perduta di un’utopia libertaria, Feltrinelli, Milano, 2004.

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Riduzione soft del welfare state, lavoro flessibile e austerità. Così la Germania ha vinto la sfida della globalizzazione e vuol imporre il suo modello agli altri paesi. Qualche ipotesi sulla crisi a partire dal volume di Angelo Bolaffi «Cuore tedesco» Né ammirare, né denigrare. Un giudizio critico sul «Modell Deutschland» La geopolitica nasconde le magagne dell’eccellenza tedesca
Guardare alle vicende dell’Europa contemporanea e della crisi che la affligge con occhi tedeschi. Perchè no? È senz’altro un utile esercizio quello cui ci invita Angelo Bolaffi nel suo Cuore tedesco (Donzelli editore, pp 265, euro 18). Esercizio tanto più necessario, quello di comprendere le ragioni di Berlino e i rapporti tra la Germania e il resto d’Europa, quanto più in diversi paesi dell’Unione vanno diffondendosi sentimenti antigermanici, non di rado combinati con posizioni astiosamente antieuropee, grondanti risentimenti e pregiudizi che ricalcano stereotipi spesso ancora più antichi dell’eredità catastrofica della seconda guerra mondiale. Sentimenti che vanno inoltre ad alimentare formazioni populiste e neonazionaliste in preoccupante espansione. A onor del vero, tuttavia, soprattutto nell’imminenza delle elezioni tedesche che si svolgeranno tra poche settimane, esponenti politici e diversi media germanici non mancano di ricambiare, quanto a stereotipi e giudizi tagliati con l’accetta non sempre scevri dai toni del populismo, i malumori dell’Europa mediterranea. Due indebite semplificazioni finiscono così col fronteggiarsi sulla scena pubblica europea, conquistandosi numerosi accoliti. Da una parte la posizione che imputa agli interessi particolari della politica economica tedesca e all’arroganza del governo di Berlino l’aggravarsi della crisi nell’area mediterranea e la pesantezza delle sue conseguenze sociali, dall’altra l’accusa rivolta agli «spendaccioni meridionali», quelli che «vivono al di sopra dei propri mezzi», di essere la principale causa della crisi dell’eurozona e della sua moneta comune, nonché di mettere le mani nelle tasche dei risparmiatori tedeschi.
Da questo secondo punto di vista Bolaffi evita, tuttavia, di prendere un’opportuna distanza. In definitiva la forza stessa dell’economia tedesca starebbe a dimostrare che alla fine dei conti Berlino ha avuto ragione, che la Germania ha capito e agito la «sfida della globalizzazione» prima e meglio degli altri. Ma per continuare a sostenerla ha bisogno dell’Europa (in mancanza della quale tutti gli stati che la compongono, Germania compresa, sarebbero condannati all’irrilevanza), ma di una Europa che della competizione globale abbia interamente assunto lo spirito e compiuto tutte le rinunce e i sacrifici necessari ad approntare gli strumenti in grado di fronteggiarla sull’esempio tedesco. L’ottica assunta è essenzialmente quella geopolitica, la quale, come ogni grand’angolo eccessivo, distorce e offusca gli elementi che rappresenta. E, nello stesso tempo, non riesce mai ad abbracciare l’intera scena.
Il punto di svolta nel rapporto tra l’Europa e la Germania, nonché dell’idea e della funzione stessa dell’Unione europea, è, c’è poco da discuterne, il 1989 e la riunificazione tedesca che avrebbe seguito con sorprendente rapidità la caduta del muro. Nondimeno, senza indulgere alle ricorrenti baruffe sulle scansioni e i passaggi della storia, si può affermare che già prima della caduta del muro di Berlino la guerra fredda avesse decretato un vincitore e un vinto e a quel punto il resto era più o meno scritto. Almeno a partire dal disastro sovietico in Afghanistan che, non a caso, ha funzionato da incubatrice del conflitto che di lì a breve avrebbe sostituito quello tra i due blocchi, per essere battezzato con il nome tanto roboante quanto improprio di «scontro di civiltà». Un conflitto tutt’altro che irrilevante per il vecchio continente e non solo per la sua sponda mediterranea. La «provincializzazione» dell’Europa non è iniziata ieri.
Con la fine della guerra fredda, dunque, e con la sottrazione dei paesi dell’est alla lunga dominazione sovietica, l’unione europea, con il suo ombrello atlantico, cessava di essere l’unico e obbligato garante della pace e della libertà che le nuove condizioni non mettevano più a repentaglio, mentre la moneta unica, fabbricata in gran fretta e a scapito dei suoi presupposti sociali e politici, vincolava nuovamente la Germania riunificata ai partner europei calmandone timori e diffidenze. A questo punto il nuovo scopo dell’Unione diventava quello di raggiungere un grado di potenza tale da consentirle di competere con successo sullo scacchiere globale. E a tal fine, sostiene Bolaffi, la Germania, ripresasi dalla sua iniziale debolezza e dallo sforzo della riunificazione, ridimensionando il welfare e rimondulando a favore dei profitti i rapporti tra capitale e lavoro, imponendo ad ogni costo la stabilità monetaria e la sacralità della rendita finanziaria, avrebbe raggiunto un livello di eccellenza competitiva che ne avrebbe fatto il «modello» meritevole di essere imitato da tutti i paesi europei. Un modello diverso dal neoliberismo anglosassone, che vuole la concorrenza affidata alle sole forze spontanee del mercato, ma in linea di discendenza con quell’«ordoliberalismo» tedesco che, invece, intendeva fornire artificialmente alla competitività le condizioni ottimali. Per ottenere le quali non si doveva esitare a comprimere i diritti e le garanzie del lavoro, ad accrescere il potere di ricatto sulle scelte dei singoli e il controllo sulla produttività delle loro vite, non molto diversamente dai liberisti d’oltremanica, intenti a trasformare il loro welfare in un workfare.
Berlino non è l’Atene di Pericle, seppure abbia saputo attrarre cospicui flussi di produzione immateriale al prezzo di una «gentrificazione» che ha fatto le sue vittime. Le troppe briglie imposte al conflitto sociale, nel nome di una cogestione decisamente asimmetrica, finiscono col colpire duramente il benessere di molti. Tanto più che, almeno per il momento, le opportunità della competizione non sembrano in grado di mantenere la promessa di compensare la sempre più accentuata rinuncia alle politiche redistributive di stampo socialdemocratico e la restrizione dello stato sociale. La concentrazione della ricchezza è un fenomeno globale che non risparmia la Germania.
Che l’uscita dalla crisi possa essere conseguita attraverso l’adeguamento generale a un «modello» precostituito è assai discutibile. Tanto più che nemmeno la grande famiglia delle politiche neoliberiste in tutte le sue modulazioni possibili è stata in grado non solo di prevenire, ma neanche di arginare l’evoluzione della crisi e i suoi effetti più devastanti. Francoforte non è lontana da Londra e da New York e le ragioni della rendita finanziaria parlano lo stesso linguaggio e dettano legge con la medesima forza indisponibile a qualsivoglia compromesso. Tra le sponde del Reno e quelle del Tamigi si impone una logica non molto diversa. Il processo di accumulazione bloccato sui terreni più consueti ne sperimenta sempre di nuovi, colonizzandoli alle proprie condizioni. Che senso ha, allora, prendersela con Martin Lutero o con il ben noto terrore dei tedeschi per lo spettro dell’inflazione? Ma anche con la cedevolezza meridionale di fronte alla domanda sociale dei troppi esclusi o emarginati? Laddove all’inasprirsi delle politiche di austerità fa da beffardo contrappunto la crescita del debito pubblico, la moltiplicazione della rendita e una recessione di cui non si vede la fine, malgrado la ricorrente, e ricorrentemente smentita, annunciazione della ripresa. Del resto, i ripetuti errori compiuti nel tempo dai sacerdoti della cosìddetta Troika, in non poca parte per ragioni squisitamente ideologiche, sono ormai visibili a tutti
La Germania resta, nondimeno, il cuore della questione europea, il paese più popoloso e sviluppato del vecchio continente, indissolubilmente intrecciato con la sua drammatica storia e con ogni ragionevole proiezione nel futuro. Pensare l’Europa prescindendo da questo non ha molto senso. Ma dobbiamo necessariamente identificare la Germania con il Modell Deutschland, e cioè con la concezione dello sviluppo economico e della stabilità finanziaria che oggi vi prevale? E anche laddove quel modello non presentasse in sé alcun inconveniente, fino a che punto sarebbe esportabile in paesi con una storia economica, un tessuto produttivo e una pratica delle relazioni sociali decisamente differenti? Peggio ancora sarebbe poi prendere a modello per il rafforzamento dell’unione europea a guida germanica lo schema severamente pedagogico adottato da Bonn per integrare i territori della ex Repubblica democratica tedesca.
Il problema è che il punto di vista geopolitico ragiona per generalizzazioni e per modelli, non molto diversamente dalla «grande politica» dei vecchi stati nazionali. Le potenze politico-economiche emergenti, Cina, Russia, Brasile, India, sono prese in considerazione solo quanto al poderoso tasso di crescita che le contraddistingue e dunque come blocchi omogenei che rivestono un certo peso sullo scacchiere globale e dispongono della corrispondente capacità competitiva. Mai, invece, quanto alle furiose contraddizioni che le attraversano e le incertezze che gravano sul loro futuro. Basti citare il numero e l’intensità dei conflitti sociali in Cina, di cui raramente ci perviene notizia, o le recenti insorgenze brasiliane contro le «grandi opere» sportive finanziate a scapito della spesa sociale. Ne consegue, nel pensiero dominante, che per fare fronte a questa concorrenza l’Europa e i singoli paesi che la compongono dovrebbero realizzare al proprio interno l’omogeneità immaginaria imputata agli altri grandi attori dello scacchiere globale. Inutile dire che questa aspirazione si realizza attraverso l’incremento di un meccanismo messo al bando dal novero del nominabile: quello dello sfruttamento. Nonché attraverso la repressione di ogni forma non immediatamente integrabile di conflittualità sociale.
Così, per quanto riguarda il Modell Deutschland, e ancora di più la sua imitazione nel resto d’Europa, converrebbe esaminarne le contraddizioni, i costi sociali, tracciare la mappa dei perdenti e dei vincenti, degli esclusi e degli integrati, piuttosto che rimanere estasiati di fronte all’exemplum virtutis berlinese o strepitare contro la presunta aggressività genetica del «popolo germanico».
Può darsi invece che il «tramonto dell’occidente» europeo appartenga a quei grandi corsi e ricorsi storici di natura fatidica, dal vagabondare dello «spirito del mondo», dal conto che un pianeta spietatamente sfruttato avrebbe prima o poi presentato al vecchio continente. Ma, in questo caso, non ci sarebbe molto da fare, converrebbe godersi il crepuscolo senza agitarsi, accomodandosi in una pittoresca periferia da pensionati della storia o da guardiani di uno straordinario museo.
  1. Chi abbia memoria degli ultimi vent’anni di mobilitazione per i diritti dei migranti non avrà difficoltà a riconoscerlo: uno spazio europeo delle lotte è esistito dal principio come tracciato di mobilitazioni antirazziste, contro i centri di detenzione, contro quella che, allora, veniva chiamata la Fortress Europe. Sin dalla metà degli anni novanta, nelle occupazioni dei sans papiers, nelle sollevazioni delle banlieues francesi prima e nelle periferie inglesi poi, nell’autorganizzazione dei migranti a Genova e in altri luoghi, nel consolidarsi delle reti europee contro i centri di detenzione per i clandestini e nelle azioni volte a denunciarne e contrastarne la barbarie, ciò che veniva posta al centro dell’attenzione, da parte di militanti ed attivisti, era la consapevolezza che la mobilità dei migranti disegnava una propria, differente, spazialità e che le linee di questa spazialità incrociavano, destabilizzavano e revocavano da subito, immediatamente, il sistema di segni (gerarchie, confini, localizzazioni) sui quali l’Unione europea veniva costruendo la propria idea di cittadinanza. Il migrante, a differenza delle retoriche allora imperanti, non era un soggetto in transito la cui esistenza potesse essere discrezionalmente trattenuta sul limite (il limite tra un ingresso ed un espulsione, innanzitutto…), né il residuo sul quale l’idea stessa di cittadinanza potesse continuare ad esercitare la propria potenza di formalizzazione. Il migrante si muoveva e si muove, revoca nella sua propria esistenza il sistema di localizzazioni sul quale l’Europa costruisce la propria sfera di cittadinanza, si mostra irriducibile ai dislivelli imposti dai differenti regimi di sfruttamento sui quali essa fa scivolare il proprio progetto di integrazione dei mercati. Prima di tutto, dei differenti mercati del lavoro. (more…)

1. Si può ben capire che in Italia, ogniqualvolta Grillo o Casaleggio evocano scenari di rivolta e disordine sociale, un brivido di terrore percorra le classi dirigenti. La rivolta, infatti, qui non c’è (ancora) stata. Un’infinità di lotte (sul lavoro e sull’abitare, sulla salute e sul reddito) ha scandito in questi cinque anni il ritmo della crisi, intrecciandosi con il dilagare della povertà e della sofferenza sociale. Non sono mancati momenti di parziale ricomposizione, ad esempio attorno al movimento NOTAV, alle lotte universitarie, alla vertenza FIAT. Ma non vi è stato un momento di generalizzazione espansiva della mobilitazione, per molti motivi, tra cui figura senz’altro il sovrapporsi di crisi economica e crisi politica nell’interminabile agonia del berlusconismo. Non è stato così altrove: sia pure in forme diverse Spagna, Portogallo e Grecia, ma anche Slovenia e Bulgaria sono state teatro di formidabili movimenti contro la crisi, capaci di rideterminare complessivamente (secondo una dinamica che abbiamo visto all’opera negli ultimi mesi in Turchia e in Brasile) il quadro politico e sociale, di innovare in profondità la grammatica delle rivendicazioni, la fenomenologia dei comportamenti politici e la composizione soggettiva dei movimenti. (more…)

Intervista a cura di Raia Apostolova e Mathias Fiedler, recording ed editing a cura di Ahmad Moradi (CEU – Central European University)

Sai molto bene dove abbiamo trovato la nostra lotta di classe:
negli storici francesi che raccontavano la lotta delle razze.
Lettera di K. Marx a J. Weydemeyer, 5 marzo 1852

Dopo il brigantaggio queste terre hanno ritrovato una loro funebre pace; ma ogni tanto, in qualche paese, i contadini, che non possono trovare nessuna espressione nello Stato, e nessuna difesa nelle leggi, si levano per la morte, bruciano il municipio o la caserma dei carabinieri, uccidono i signori, e poi partono, rassegnati, per le prigioni.
C. Levi, Cristo si è fermato a Eboli

…la maldicenza insiste, batte la lingua sul tamburo,
fino a dire che un nano è una carogna di sicuro,
perché ha il cuore troppo troppo vicino al buco del culo.
F. De André, Un giudice

1. “Un piano del terrore: la ‘ndrangheta dietro a Prieti?”. Questo è il titolo ad effetto di una notizia girata in rete il 13 giugno scorso. Va da sé che il testo segua lo scoop, trovando conferma nelle parole di un “ex ‘ndranghetista di spicco”, che ipotizzi, anzi, ne è certo, che ad armare la mano di Luigi Pietri, ormai noto come l’“attentatore di Palazzo Chigi”, vi sia una “‘ndrina’ di Rosarno”. Seppur non voglia sostituirsi “all’attività investigativa”, da professionista del mestiere sa che “nessuna persona per bene, nessuna persona che non sappia di godere della ‘ndrangheta potrebbe anche solo pensare di partire da Rosarno e fare un atto del genere. Significherebbe condannare a morte non solo se stessi, ma anche la propria famiglia”. E prosegue: “a Rosarno ci sono clan molto propensi a ricorrere alla violenza e ad atti eclatanti”, uno di questi quindi avrebbe adoperato “un disoccupato, magari mentalmente instabile” e con il “vizio della cocaina”, per inaugurare “una stagione di destabilizzazione” o lanciare “un segnale a tutta la politica” (V. Valentini 2013). Lungi dai “luoghi comuni”, l’intervistato indispettito risponde: “Non è assolutamente vero. La Calabria è piena di persone per bene, onesti lavoratori. E lo stesso vale per Rosarno.” Proviamo a porre la cosa in altro modo, cancellando da questo discorso Rosarno e la Calabria, per così dire, il significante dell’articolo. E poi chiediamoci: se Luigi Prieti fosse nato e partito da qualsiasi altra regione d’Italia situata al Nord (secondo le coordinate di quella “geografia immaginaria” di Edward Said), questo sensazionalismo avrebbe avuto senso? La dimensione geografica, culturale, locale, sarebbe stata tirata in ballo? (more…)

(articolo pubblicato su “il Manifesto” del 4 maggio 2013)

E’ ancora una volta, allarme generale! La vecchia «coppia» franco-tedesca, motore o freno a seconda dei pareri, è sull’orlo dell’implosione. Va detto ai nostri vicini quel che si meritano, anche se stanno per diventare i nostri padroni, o dobbiamo iniziare a pensare per noi, ad accettare i compromessi che dovrebbero evitare il peggio? Credo che sarebbe meglio capire che cosa stia succedendo rispetto all’ensemble europeo, le cui componenti, tutte, insieme si sgretoleranno o si salveranno. La costruzione europea si è bloccata sull’ostacolo del bilancio. Per l’opinione pubblica, è screditata. Ciononostante esiste un sistema politico unico, né nazionale né davvero federale, ma che accumula gli effetti negativi di ogni livello e che ormai comanda tutto. Risulta chiaro, osservando le recenti evoluzioni d’Italia e Francia.
L’Italia sta pagando, con un’ingovernabilità apparentemente irreversibile, la somma degli anni del berlusconismo e della «rivoluzione dall’alto» che sotto le ingiunzioni di Bruxelles e Francoforte ha portato al governo una squadra di tecnocrati strettamente legati alla grande banca internazionale. Cerca di cavarsela, con un’evoluzione dal parlamentarismo al presidenzialismo, ma il tentativo si compie attraverso un’unione nazionale fittizia, orfana di qualunque base popolare. La Francia, che le istituzioni della V Repubblica si dice salvaguardino dall’instabilità, ne subisce anche l’altra faccia.

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