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Sabato 7 settembre ore 21

Gli Anarcogastronauticijc propongono i racconti del 6° amore: storie brevi dedicate all’amore “innaturale” liberamente tratte dai racconti della letteratura cinese.  Secondo Confucio(28 settembre 551 a.C. – 479 a.C.) cinque sono gli amori legittimi ovvero funzionali al suo ideale di ordine delle: cose.
1 per la patria
2 per il padre
3 per la moglie
4 per i figli
5 per i fratelli.
tutti gli altri amori vengono considerati “non legittimi”
La cultura cinese proprio a partire da V sec. A.C. e fino al XIX sec. si è dedicata a descrivere questi amori, assai in uso non solo nelle classi sociali privilegiate. Il lavoro proposto è composto da tre racconti tra quelli compresi nella antologia dal titolo “La manica tagliata” di Ameng di Wu, pseudonimo di uno scrittore cinese di fine ottocento che raccoglie le storie dedicate a questo tema. Il tessuto letterario è scarno poiché il fascino del racconto era tradizionalmente affidato alla abilità del narratore che allietava il pubblico delle locande con questi temi licenziosi.

Un’analisi utile al presente suggerisce di individuare un percorso di ricomposizione e generalizzazione delle lotte sul terreno europeo[1]. Dovremo immaginarci questo passaggio politico dentro un quadro capitalistico definitivamente e irrevocabilmente globale, attraversato dalla variabile indipendente delle insorgenze che dal biennio 2010/2011 hanno segnato il campo di forze e la nuova geografia dei contropoteri. Insorgenze e rivolte che a guardare Brasile[2] e Turchia paiono non essersi affatto interrotte. Si deve non solo partire dal proprio ambiente e contesto quanto poi produrre lo sforzo di individuare nessi comuni e liaison fondamentali (in Europa e in un mondo pienamente globalizzato) per un agire politico della trasformazione reale, per una produzione radicale di movimento. Si dirà a Passignano per un sovvertimento materiale della governance europea, per un’incarnazione pienamente biopolitica del nostro presente[3].

Se lo spazio del comune va ricercato nei bisogni, nelle trasformazioni e nelle nuove composizioni di classe, nei mutamenti sociali delle relazioni, nelle stesse forme di vita, gli epocali avvicendamenti dell’ultima crisi economica depositano un enorme squilibrio nel rapporto di forze: è in atto in sostanza un’asimmetrica guerra civile non dichiarata tra il biopotere finanziario e le moltitudini.

(more…)

1. In questi giorni si possono registrare ripetute significative espressioni dell’attività normativa/giurisdizionale rese nel concreto spiegarsi del capitale finanziario (con la precisazione che, d’ora innanzi, si parlerà per comodità di capitale tout court non riuscendo a ravvisare diversa figura di dominio).

Si tratta della prossima istituzione di un redemption fund [(e non è un omaggio a Bob Marley) una prima e precisa illustrazione dello strumento, atto a ridurre il debito dei paesi europei si può trovare su Global Project], della determinazione di sottoporre alla BCE la risoluzione delle crisi delle banche private e della decisione di un Tribunale statunitense che ha rimesso in discussione il debito sovrano argentino non tanto e non soltanto quanto al soggetto attore, quanto a tutti  quanti ebbero a sottoscrivere accordi con il governo di quel paese in chiave “transattiva”.

Ebbene, il diritto (da chi e come posto è tutto da chiarire) si mostra sempre più come braccio armato del capitale (ben più e meglio dei nostrani stipendiati in assetto antisommossa); attività legislativa (in un caso) e potere giudiziario rimasticano istituti e concetti autoreferenziali per preservare l’ordine disordinato del potere finanziario onde consolidare debiti e regolare la sorte di intere nazioni.

Ma allora, perché (provare a) parlare di diritto in chiave costituente (ed è poi possibile)? Cercare motivazioni nella rivendicazione formale, richiedere e pretendere altrove da sé la concessione, il riconoscimento?

2. Di recente, Sandro Chignola, nella introduzione a il diritto del comune, avviava l’esposizione con un “dato fenomenologico” il lessico del diritto e dei diritti si è andato diffondendo e generalizzando negli ultimi decenni. Si chiedeva poi il perché di un rinnovato interesse per il diritto da parte dei movimenti, significativamente ponendo la contraddizione con il disinteresse/odio che gli stessi ne avevano nel corso dei precedenti decenni.

La circostanza, senz’altro vera, deve essere indagata e qualificata in quanto tale mutazione di sensibilità avviene (proprio come là si avvertiva), e avviene proprio per questo (e l’opera menzionata bene lo dimostra), nel momento in cui il diritto (privato e pubblico) mostra come non mai le corde, eroso dal progressivo sfilacciarsi della sovranità, esacerbato dall’insorgenza di “nuovi diritti” (meglio, direi, di nuove forme di vita) neppure immaginabili nel passato anche recente.

Evidentemente la crisi dello stato è crisi del diritto, cosiccome la crisi dello stato è crisi del soggetto di diritto (e quindi della proprietà), revocato in dubbio dalla crisi sistemica del capitale ormai assurto a capitale-crisi.

I dualismi [(ma forse, come per i cappotti, si potrebbe parlare di diritto double face) diritto pubblico/privato, oggettivo/soggettivo] perdono di consistenza di fronte allo spiegarsi del capitalismo finanziario/cognitivo e all’affermazione (del tutto astratta quanto a rappresentazione normativa, assolutamente reale nello spiegarsi della vita precarizzata) del precario-impresa.

3. Lo parabola del diritto soggettivo si è mossa lungo un’asse storicamente determinatasi: da attributo “intrinseco” del soggetto (attraverso l’emersione dell’azione quale diritto soggettivo per antonomasia) a riconoscimento “oggettivo”, laddove il soggetto gode(va) di quei diritti che (gli) sono riconosciuti dall’ordinamento statale.

In ogni caso, lo stato, tanto nella versione “liberale” quanto in quella “laburistica”, risulta(va) ente “organizzatore di servizi generali” [proprio su questo punto vien fuori il piccolo borghese per il quale lo Stato è ‘comunque’ qualcosa che sta al di fuori o al di sopra delle classi (Lenin, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, Editori Riuniti, pag. 54)].

Per tutto lo spiegarsi del capitalismo (mercantile e poi) industriale vi è un continuo palleggiarsi la supremazia tra le figure del negozio e quella dello stato.

Per due secoli, con ciclica regolarità si piange(va) la morte del contratto (quando l’autonomia contrattuale veniva, asseritamente, compressa attraverso l’inserimento di clausole -o l’espunzione di parti della convezione- onde perseguire una indefinita utilità sociale, quando non l’edificazione o il corretto funzionamento dello stato socialista o dello stato, in quanto tale, e il codice Mussolini-Grandi abbonda di richiami all’interesse nazionale) ovvero la morte dello stato, laddove incapace di confrontare la propria alterità con l’incipiente globalizzazione (ovviamente nulla a che vedere con la morte della patria -magari!- che in prossimità dell’8 settembre si evoca con una lacrimuccia). Talvolta si elideva la determinazione legale degli accordi a favore di una loro assoluta soggezione alla volontà delle parti, talvolta si spingeva, attraverso la legge, la dismissione delle convenzioni.

Dal tramonto del capitalismo “industriale” ad ogni buon conto, “l’accordo” (la “scommessa” verrebbe a dirsi, come per il caso di taluni prodotti derivati) tra individui-(non più, ed è questo il paradosso) proprietari (ma creditori, o per dirla con una nota pubblicità di carta di credito, i “titolari”) assume preminenza assoluta, ed è il legislatore (anche lo stato, quindi) a spingere in tal senso.

L’incapacità del capitalismo industriale a generare profitto (e la grande stagione di lotte degli anni immediatamente precedenti, non si dimentichi) è il motore della rivincita del negozio; rivincita, però a caro prezzo, laddove anche il contratto (e la grande protetta, la proprietà) perde ogni connotato suo proprio.

4. La liberalizzazione del sistema bancario, la dematerializzazione dei titoli di credito, il venir meno del limite alla tutela della speculazione con il riconoscimento della legittimità dei derivati, il ricorso a cartolarizzazioni nelle quali il titolo obbligazionario è sempre più estraneo al credito cartolarizzato -ove esistente- (e l’adozione da parte della Commissione Europea di modalità per la valorizzazione del debito degli stati membri di strumenti frutto dell’elaborazione privatistica di natura speculativo-finanziaria, la dice lunga sull’ascendente che lo statuto dell’impresa ha sulla manipolazione delle vite), il riconoscimento legislativo delle agenzie di rating che assurgono a parametro di verifica e valutazione, quindi, statale, la soggezione dei tassi di interesse a società private propongono una visione del mercato quale in grado di autoregolamentarsi.

Addirittura si auspica la dismissione della giustizia statale (e quindi al senso primigenio del diritto soggettivo che si risolveva nell’azione) a fronte di un sistema conciliativo/di mediazione spinto dalla commissione europea e da un legislatore italiano sempre più in affanno (qui la novità non sta tanto nel mezzo prescelto, quanto nella circostanza che per la prima volta l’opzione è data non da finalità deflazionistiche ma dalla “confessata” superiorità dell’accordo rispetto al giudizio).

5.  Anche la crisi in cui il capitale si dibatte, non smuove questa vague (non più nouvelle o riconducibile ad un post).

Ogni tentativo di regolazione del mercato si scontra con l’impossibilità di misure sensate e idonee a raggiungere l’obiettivo -fittiziamente- postosi.

Significativo è l’approdo formalistico (amministrativo, verrebbe a dirsi, a conferma dello stato avanzato di dissoluzione dello stato e del diritto, come meglio di seguito) della legislazione, segnatamente, finanziaria.

Il legislatore, lungi dall’entrare nel merito dell’agire del capitale, cerca di realizzare il contratto “perfetto” attraverso l’imposizione “dell’astratta conoscibilità” del (al contrario, assolutamente) concreto spiegarsi del rapporto dedotto; rapporto che, peraltro, non corre tra le parti, ma altrove.

E’ qui che si snoda il comando del capitale, immediatamente costituente.

E’ qui che si deve collocare l’insorgenza precaria all’interno del generarsi dell’effetto finanziario altro rispetto alla regolazione pubblica/privata.

-II-

1. Non si vuole affermare che tutto si sia dissolto nel mare putrido della finanza; si badi, esistono sempre lo stato, il diritto, il mercato, l’impresa, i lavoratori, ma tutto è differente da un passato anche recente: uguali denominazioni per un mondo diverso, completamente immerso nello (e gestito dallo) statuto dell’impresa.

Insomma, c’è sempre un giudice (mai come oggi, forse) a Berlino, ma esso veste i panni di un generico quanto onnipresente mercato, che scandisce la vita (e in questo, il senso del giudizio è immutato) di precari indebitati, giudicando secondo lo statuto dell’impresa.

Ma v’è di più.

L’esito della decisione non consegue ad una verifica circa la rispondenza o meno dell’agire a tale statuto (e già sarebbe procedura inumana), unicamente tendendo a favorire l’immediata captazione della ricchezza prodotta dalle singolarità.

Il giudizio è attualmente riduzione dei comportamenti umani alla legge del valore; attraverso il “diritto” (mostruosamente degenerato, a volere riconoscere al diritto medesimo una passata valenza progressiva) la finanza (che si regge sul negozio) perviene alla costante appropriazione del comune prodotto dagli uomini.

Quella che i giornali enfaticamente e quotidianamente registrano come erosione dei capitali delle società quotate (quando si parla, a capocchia, di milioni “bruciati dalla borsa”) è in realtà distruzione del comune e appropriazione della ricchezza creata dalla cooperazione.

Resta, per dirla con Salvatore Satta, il mistero del processo, la soggezione (prospettata quale) eterna della singolarità al giudizio che si regge su una serie di atti inclusivi/esclusivi da parte di un magistrato immaginario che si rifà a concetti decostruiti per spezzare la cooperazione sociale ed soggiogarlo alla legge del valore.

2. Tale situazione, non è forse inutile sia affrontata attraverso la rilettura di quanto dedotto nell’epoca in cui la dissoluzione dello stato venne per la prima volta tenuta in considerazione poiché, si sperava, argomento di attualità.

Ovviamente diverso era lo stato (pienamente capitalista nel suo divenire socialista grazie al binomio soviet/elettrificazione, un po’ i Burgnich-Facchetti della mia infanzia) come differente era la speranza di chi tali considerazioni svolgeva (la dissoluzione dello stato -e del diritto- nel comunismo).

Peraltro -dato che lo stato si è effettivamente dissolto nel mercato, come del resto lì si è disperso il feroce nemico di allora, glorioso strano soldato che sul petto non aveva medaglie ma una stella rossa; operaio d’acciaio, ridotto a partita IVA, compulsato nel gestire la propria ditta individuale indebitata- le parole dettate nei lontani anni venti possono costituire valido supporto all’odierna indagine.

Nell’attuale inverno del precariato si può quindi utilmente condividere lo “sbigottimento costituente” che avvolse i giuristi rivoluzionari (anche su questo si può rimandare, con sereno animo liberale, al mistero del processo di Salvatore Satta).

-III-

1- Pasukanis, con la propria Teoria generale del diritto è quello che più si spinse avanti.

Già la prefazione alla seconda edizione (cfr. pg 83 dell’edizione esaminata, Teorie sovietiche del diritto, Giuffrè, 1964) contiene più di uno spunto per comprendere lo svilupparsi dell’attuale crisi del diritto e l’impossibilità di indagare il precario impresa alla luce del diritto esistente.

Ogni doglianza del precario impresa che proceda dall’utilizzo del diritto dato appare lancia spuntata; ogni rivendicazione dovrà assumere la soggezione delle singolarità allo statuto dell’impresa e istituire, anche attraverso misure riconducibili alla (auto)normazione (amministrazione?), il comune degli uomini.

2- Lo sviluppo dei rapporti mercantili monetari sospinge in avanti questa evoluzione. La sfera della circolazione, ricompresa nella formula M-D, D-D, svolge un ruolo preminente. Il diritto commerciale, rispetto al diritto civile, assolve alla stessa funzione alla quale assolve il diritto civile rispetto a tutti gli altri settori, gli indica, cioè, la via dello sviluppo. Pertanto, da un lato il diritto commerciale è il settore specifico che ha rilevanza soltanto per le persone che han fatto loro professione la trasformazione della merce nella forma di denaro e viceversa (in tal modo si pone l’attualità, laddove tale “professione” è ormai comune a -ed esclusiva di- ciascuno) dall’altro, esso è lo stesso diritto civile nella sua dinamica, nel suo movimento verso gli schemi più puri da cui scompare ogni traccia di organicismo, verso gli schemi in cui il soggetto giuridico opera nella forma compiuta come necessario e inevitabile completamento della merce.

Il principio, dunque del soggetto giuridico e gli schemi su di esso fondati, che alla giurisprudenza borghese si presentano come aprioristici schemi della volontà umana (impressione che perdura, evidentemente nell’attuale fiorire di blog a sottofondo giuridico dove i protagonisti appaiono copie stantie e fuori tempo massimo di Doris Day nel film attenti alle vedove,  più che schiavi indebitati, come in effetti sono) derivano con assoluta necessità dalle condizioni dell’economia mercantile monetaria….

La considerazione sempre valida -anche se, ovviamente da attualizzare- è quindi che appare chiaro che non soltanto i vari dispositivi tecnici dell’apparato dello stato sorgono sul terreno del mercato, ma che tra le stesse categorie dell’economia mercantile monetaria e la forma giuridica esiste un nesso indissolubile. In una società in cui esiste il denaro, in cui quindi il lavoro privato individuale diviene sociale soltanto con la mediazione dell’equivalente generale, si hanno già le condizioni per la forma giuridica con le sue contraddizioni tra soggetto e oggetto, privato e pubblico…la costituzione dello stato politico, dice Marx, e la dissoluzione della società civile negli individui indipendenti, il cui rapporto è il diritto, così come il rapporto degli uomini degli stati e delle arti era il privilegio, si adempie in un medesimo atto.

Ma se il lavoro è immediatamente sociale e le contraddizioni tra soggetto e oggetto sono venute meno in quanto il soggetto è esso stesso produzione, non vi è più necessità della “mediazione giuridica” [il movimento più o meno libero da ostacoli della produzione e della riproduzione sociale, che nella società mercantile si compie formalmente tramite una serie di contratti privati: ecco il fine pratico della mediazione giuridica” (pg. 85 op. cit.)], che assume oggi gli innovativi (e mostruosi) connotati di una verifica unilaterale e fittizia circa la rispondenza del soggetto (non più possessore di merci, ma impresa in concorrenza) allo statuto dell’impresa.

3- Nell’introduzione dell’opera in esame (pg 103) si offre un primo riscontro a quelle che abbiamo affermato essere le -discutibili, a mio avviso, se non in chiave di negazione- ragioni del rinnovato interesse per il diritto da parte dei movimenti, al contempo ponendo l’evidenza dell’attuale crisi del diritto.

Pasukanis ripudia l’avvento di un diritto proletario (sovietico) e pone nel comunismo la dissoluzione del diritto e del suo falso nostromo.

Rivendicando al diritto proletario nuovi concetti ordinatori questo orientamento sembra essere rivoluzionario par excellence. In effetti però, esso proclama la immortalità della forma giuridica giacchè tende a sottrarre questa questa forma a quelle condizioni storiche che ne determinarono la piena fioritura e a dichiararla capace di un perpetuo rinnovamento.

Ecco la critica che va mossa agli sponsor dei beni comuni; non si tratta di sottrarre all’autonomia privata la gestione e la proprietà di (taluni) beni di utilità generale e generare uno statuto comunque pubblicistico, quanto di liberare la produzione del comune: questo non può farsi con il diritto, salvo non immaginare il diritto come diretta emanazione -amministrativa- delle moltitudini.

Pasukanis ci avverte: la scomparsa delle categorie del diritto borghese non significa affatto la loro sostituzione con nuove categorie di un diritto proletario (comune, verrebbe in ora a dirsi) così come la scomparsa delle categorie del valore, del capitale, del profitto, ecc non significherà la comparsa di nuove categorie proletarie del valore, del capitale, della rendita e via dicendo. In quelle condizioni la scomparsa delle categorie del diritto borghese significherà l’estinzione del diritto in generale, vale a dire la graduale scomparsa del momento giuridico nei rapporti umani.

Il comune, per la via dell’affermazione della moneta del comune, transitoriamente con la pretesa di una rendita universale di base, non abbisogna di normazione “dall’alto” (sia lo stato, siano consorterie di saggi) ovvero di dedurre categorie “adeguate” ma di liberazione che bene potrà auto-gestirsi.

4- Il momento giuridico, la mediazione giuridica perdono di efficacia nell’assoluta libertà da ostacoli nella produzione e nella riproduzione sociale, che non si compie più formalmente ma in modo concreto e sostanziale. La serie di contratti privati trascende ora la regolazione dei rapporti e quindi il fine pratico della mediazione giuridica per divenire momento di violenza giustificativa dell’accumulazione e della riproduzione del capitale attraverso la distruzione del comune.

  Pasukanis prosegue: per un epoca di transizione, come indicò Marx nella Critica del programma di Gotha, è caratteristico il fatto che i rapporti tra gli uomini restano per un determinato periodo necessariamente rinchiusi entro “l’angusto orizzonte del diritto borghese” (ed è lecito e doveroso ritenere tale orizzonte enormemente dilatatosi e pervenuto ad assorbire la vita delle singolarità precarie); ed è interessante analizzare in che cosa consista secondo Marx quell’angusto orizzonte. Egli presuppone un sistema sociale in cui i mezzi di produzione appartengano a tutta la società e in cui i produttori non si scambiano i loro prodotti; uno stato, quindi, più avanzato di quello in cui viviamo con la NEP (ma non di quello attuale dove la produzione di vita a mezzo di vita informa ogni nostra espressione). Il rapporto di mercato è dunque già sostituito da un rapporto di organizzazione (e le convulsioni gestionali -amministrativistiche- dell’attuale legislazione ne sono chiara eco), sicché il -lavoro trasformato in prodotti non appare qui come valore di questi prodotti, come una proprietà oggettiva da essi posseduta, poiché ora in contrapposizione alla società capitalistica i lavori individuali non funzionano più come parti costitutive del lavoro complessivo attraverso un processo indiretto ma in modo diretto. Ma persino con la completa eliminazione del mercato e dello scambio mercantile. la nuova società comunista, secondo Marx deve “per un certo periodo di tempo portare ancora sotto ogni rapporto economico, morale, spirituale le macchie della vecchia società dal cui seno essa è uscita.Ciò si manifesta nel principio della distribuzione secondo il quale ogni produttore riceve dalla società uno scontrino da cui risulta che egli ha prestato tanto lavoro e con questo scontrino egli ritira dal fondo sociale tanti mezzi di consumo quanto costa il lavoro corrispondente….data la forma del rapporto di equivalente è data la forma del diritto… l’estinzione del diritto … si verifica… quando sarà superata la forma del rapporto di equivalente”.

5- Ma allora, perpetuare il diritto è perpetuare la legge del valore?

L’esito distributivo, in ora, non può prescindere dalla persistenza del ridetto angusto orizzonte borghese ma al contempo deve ritenere la produzione che infaticabilmente le moltitudini realizzano.

Se, e qui ci avviciniamo alla nocciolo della questione posta in apertura, se  il capitale capta la ricchezza attraverso il contratto d’impresa, tale forma di “espressione”, unica che consenta il riconoscimento tra produttori di vita (e non più possessori di merci) deve essere tenuta ferma e avviata alla dissoluzione.

Occorre, sotto le spoglie del precario impresa indebitata, avanzare richiesta di una rendita universale e di riconoscimento della moneta del comune.

-IV-

1. Occorre prendere atto che l’economia politica marxista insegna che il capitale è un rapporto sociale (pg. 120 op. cit.).

Anche il diritto lo è.

La società capitalistica è (era) prima di tutto una società di possessori di merci (proviamo oggi a pignorare uno dei tanti Paperoni che affliggono le nostre dormite sulle spiagge e vedremo come proprietà e possesso abbiano perso ogni portata ricognitiva). Ciò significa che i rapporti sociali degli uomini nel processo di produzione vi assumono una forma cosale entro i prodotti del lavoro che si riferiscono l’uno all’altro come valori. La merce è un oggetto in cui la concreta molteplicità delle proprietà utili diviene soltanto il mero involucro cosale della proprietà astratta del valore, la quale di manifesta come capacità di commutarsi in altre merci secondo una proporzione determinata. E tale qualità si presenta come inerente alle cose stesse in forza di una sorta di legge naturale che opera alle spalle degli uomini in modo completamente indipendente dalla loro volontà.

Potrebbe ora dirsi che la società del capitalismo cognitivo-finanziario è società di soggetti immediatamente e in sé produttivi, dove la proprietà del valore non è più astratta ma concreta e integrata nell’uomo, mero involucro di sé stesso e della propria capacità produttiva.

Quello che non appartiene alla singolarità (e ne è la forza costituente) è la capacità di commutarsi in “altre merci secondo una proporzione determinata” di qui la necessità della persistente mediazione del diritto (quale rapporto tra imprese).

Ma se la merce acquista valore indipendentemente dalla volontà del soggetto che la produce, la realizzazione del valore del processo dello scambio presuppone invece un atto consapevole di volontà da parte del possessore della merce (il rapporto appare ora invertito; lo scambio -meglio la concorrenza, unico parametro di giudizio- avviene ora immediatamente, per il solo fatto dell’esistenza, attraverso la continua captazione del comune portato nel lavoro intellettuale) o come dice Marx “le merci non possono andarsene da sole al mercato e non possono scambiarsi da sole, dobbiamo dunque cercare i loro tutori, i possessori di merci. Le merci sono cose, quindi non possono resistere all’uomo, se esse non sono ben disposte, egli può usare la forza; in altre parole può prenderle” (il precario impresa, però si; di qui la necessità per il capitale di forzare il rapporto di scambio, transitando verso la predisposizione di un regime di concorrenza che realizzi l’apprensione del comune; al contempo le moltitudini dovranno operare concretamente per evitare tale captazione, meglio superando la forma impresa, pervenendo alla dissoluzione di ogni contesto di giudizio, dismettendo il merito e la valutazione, annichilendo ogni tentativo di due diligence che quotidianamente il capitale ci impone, come singolarità e come cittadini).

Dunque la connessione sociale degli uomini nel processo di produzione oggettivata nei prodotti del lavoro, in guisa da assumere la forma di una regolarità spontanea, esige per la sua realizzazione un particolare rapporto tra gli uomini in quanto dispongono dei prodotti, come soggetti cioè “la cui volontà domina nelle cose”, “la circostanza che i beni economici contengono lavoro è una proprietà ad essi inerente; il fatto che essi possano essere scambiati è un’altra proprietà dipendente soltanto dalla volontà dei possessori la quale suppone soltanto che essi vengano appropriati e alienati” (Hilferding, Bohm-Bawerk vals Marx-kritik …..almeno sapessi quello che scrivo…). Perciò allo stesso tempo che il prodotto del lavoro acquista la proprietà di merce e diviene portatore di valore, l’uomo acquista la proprietà di soggetto giuridico e diviene portatore di un diritto.

2. L’uomo impresa immediatamente portatore di valore deve essere coartato nella volontà per poter essere captato.

“La persona, la cui volontà è dichiarata determinante, è soggetto di diritto” (Windscheid, Pandektenrecht, I, 49), ci ricorda Pasukanis; ma qui ed ora, il rapporto di scambio non risulta sufficiente al riconoscimento di una soggettività costituente che da un lato esiste indipendentemente dal riconoscimento medesimo, dall’altra non “tocca” il capitale che della produzione oggettivata nei prodotti del lavoro non sa più che farsene.  La volontà che non determina più nulla. Non si va più al mercato con il carretto, non ci si presenta più al padrone con le nostre braccia muscolose e sporche di grasso; si nuota nel capitale in attesa che questo si appropri della nostra vita.

In pari tempo, la vita sociale si scinde da un lato in un insieme di rapporti oggettivati di formazione spontanea (tali sono tutti i rapporti economici): livello dei prezzi, saggio del plusvalore, saggio del profitto etc) di rapporti cioè, nei quali più uomini non ci dicono più di quello che ci dicono le cose, e, dall’altra parte, in rapporti nei quali l’uomo non si determina altrimenti che per la sua contrapposizione alla propria cosa vale a dire come soggetto, e cioè in rapporti giuridici. Sono queste due forme fondamentali che si differenziano tra loro in linea di principio e che sono tuttavia contestualmente connesse nel modo più stretto e si condizionano reciprocamente  (pgg. 156 ss.).

Attraverso lo scambio di merci il possessore di merci si riconosceva e acquistava la qualità di soggetto di diritto.

Ora, il precario impresa indebitata attraverso l’esistenza e l’indebitamento deve reclamare la qualità di soggetto partecipante al processo produttivo e riconoscersi ed essere riconosciuto attraverso lo statuto dell’impresa.

Il problema quindi, permane nel riconoscimento; ma la vita messa al lavoro non può essere collocata nel sistema dello scambio. Soltanto la vita(lità) dell’uomo impresa attraverso il già esistente statuto del’impresa (l’angusto orizzonte borghese che si riaffaccia) può trovare soggettivazione e al contempo  riconoscimento.

3. La forma specifica della regolamentazione giuridica capitalistica nasceva dalla forma di merce. Il diritto risultava, quindi regolamentazione astratta del rapporto tra possessori di merci.

Questo andava bene sia nella costituzione dell’individuo che in quella del lavoro, quando la forza lavoro, divenuta merce poteva essere scambiata (contrattualizzata nella forma “tipica” della vendita).

Il lavoratore, attraverso questa astrazione, poteva essere riconosciuto dal diritto e divenire soggetto di diritto.

Tale riconoscimento è attualmente irrilevante poiché non consente la considerazione della soggettività e occulta la produzione sociale da parte delle singolarità.

Il capitale deve procedere continuamente alla distruzione del comune, meglio pervertirlo nella valorizzazione, e ciò attraverso la riduzione dell’uomo ad impresa. Le singolarità, al contempo, non possono prescindere da tale riconoscimento attraverso lo statuto dell’impresa risultando inidonei gli strumenti (anche giuridici) che per tutto il capitalismo industriale ne avevano consentito la sopravvivenza.

Attraverso l’adozione dello statuto di impresa, la produzione di vita può trovare, forse, tutela maggiore di quella rinvenente dalla evocazione di nuovi diritti, direttamente assumendo la propria esistenza (produttiva) quale completamente immersa nel sistema finanziario che in tal modo, sempre forse, potrà essere scardinato.

Giovedì 5 settembre – ore 21 – Laboratorio politico-letterario: precarietà, nocività, illegalità nelle narrazioni del lavoro.

Tre autori, tre storie, tre mondi. I metalmeccanici degli anni Sessanta-Settanta, operai massa sottoposti alla nocività del lavoro; il mondo dei contrabbandieri, dei frontalieri che sul lago di Como hanno costituito una comunità di irregolari, con propri stili, proprie regole, propri valori; e il mondo dei precari – nello specifico, della comunicazione – nella metropoli degli anni zero.

Bellosi, Prunetti e Scarabelli narrano di vite precarie e incerte, nelle quali si tratta di adattarsi a suonare lo spartito del Comando, o di inventare un ritmo sincopato, alternando pause e accellerazioni; di come il potere si insinui nelle nude vite, nei corpi fisici, pretendendo di plasmare quelle e questi secondo le grammatiche del valore di scambio e della mercificazione dell’umano. Ma anche, di resistenze, in tempi, modi e luoghi diversi: dell’illegalità come resistenza contrapposta all’illegalità e alla nocività del Comando, dell’insubordinazione, ora consapevole, ora istintiva, dei governati.

In tutti e tre i casi si può parlare a giusta ragione di “epiche senza eroi”, modulate attraverso tre registri narrativi distinti: la ricostruzione (auto)biografica della vita di dell’operaio Prunetti morto d’amianto da parte di suo figlio Alberto, precario cognitivo e contadino al tempo stesso; il quadro lirico, degno del cinema di Olmi, di un mondo passato che ha qualcosa da insegnare al grigiore del tempo presente; la velocità di lotta e di fuga delle vite sussunte dal capitale nell’epoca della finanziarizzazione.

La scommessa è quella di mettere a confronto queste differenze per far emergere la rete di lacci narrativi e biografici che lega insieme queste storie, e ne indica altre possibili.

Le narrazioni che si confronteranno sono:

Cecco Bellosi, Con i piedi nel lago. Il lago e le sue storie, Milieu Edizioni, 2013

Alberto Prunetti, Amianto. Una storia operaia, Agenzia X, 2012

Andrea Scarabelli, La velocità di Lotta, Agenzia X, 2013

coordina la serata Girolamo De Michele, uno che scrive

Qui di seguito, una serie di link utili alla conoscenza dei libri (che saranno disponibili al banco libri di Passignano):

1. Cecco Bellosi, Con i piedi nel lago. Il lago e le sue storie

http://www.carmillaonline.com/2013/07/18/cecco-bellosi-con-i-piedi-nel-lago/

http://www.youtube.com/watch?v=cfTd1V2_v7E (video di Cecco)
http://archiviostorico.corriere.it/2013/giugno/09/epopea_dei_laghee_ribelli_nella_co_0_20130609_4ebcb10e-d0c6-11e2-b2e9-abea67448d1a.shtml

http://www.micciacorta.it/home/naviga-tra-le-categorie/25-libri/11889-con-i-piedi-nellacqua.html

2. Alberto Prunetti, Amianto. Una storia operaia

http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=11255

http://www.lindiceonline.com/index.php/l-indice/56-l-indice/febbraio-2013/375-il-mastice-della-scrittura

http://www.sherwood.it/articolo/3358/amianto-una-storia-operaia-alberto-prunetti
http://www.carmillaonline.com/2013/02/22/lettera-di-un-padre-su-amianto-di-alberto-prunetti/

3. Andrea Scarabelli, La velocità di Lotta

http://www.carmillaonline.com/2013/06/26/la-dis-integrazione-di-lotta/

http://www.doppiozero.com/materiali/recensioni/la-velocita-di-lotta
http://www.finzionimagazine.it/libri/brioches/andrea-scarabelli-la-velocita-di-lotta/

 

  1. Una interpretazione non luttuosa della crisi

Nel recente passato, la nostra riflessione collettiva ha ottenuto qualche risultato analitico non disprezzabile nel cartografare i processi di trasformazione costituzionale. Abbiamo saputo guardare dentro i processi di decostituzionalizzazione, dentro la perdita di forza formativa e normativa della mediazione costituzionale del Novecento, e, allo stesso tempo, indagare le pratiche, gli usi, gli esperimenti che si fanno largo all’interno di quei processi. Di certo, non abbiamo inventato noi la critica del diritto: forse, però, siamo riusciti a non infilarci nella ampia schiera di chi ha fatto della meditazione infinita sulla “fine del diritto” una sorta di ultimo rifugio per celebrare malinconicamente la perduta autonomia del diritto e dei giuristi, proprio nello stesso momento in cui se ne proclama la crisi. Abbiamo preferito – per usare una bella espressione che il collettivo Smaschieramenti, nel suo intervento, ci ha ricordato, estraendola dalla genealogia delle lotte queer – esercitare, piuttosto che il mestiere di custodi del rimpianto, una sana “arte del fallimento” (Smaschieramenti, 2013). Anche perché di quelle tradizioni di cui si canta continuamente la fine, ricordiamo più le infamie che i fasti. In modo piuttosto brutale: la tradizione del diritto pubblico, al cui esaurimento guardano i mille discorsi sulla fine del diritto e sulla decostituzionalizzazione, è stata la matrice tenace di quella costante riduzione all’Uno, all’unità sovrana, di cui la scienza giuridica si è fatta a lungo custode; mentre, dentro il diritto privato, pur storicamente meno influenzato dal dogma statualistico, si è costruita la centralità della proprietà nell’esperienza giuridica moderna.

Piuttosto che chiosare all’infinito l’esaurirsi di queste tradizioni, sarebbe necessario, una buona volta, prendere atto che i processi di decostituzionalizzazione hanno evidenziato definitivamente l’impossibilità di difendere qualsiasi “metodo giuridico” come ultima cittadella fortificata. Ci siamo confrontati utilmente con chi – per esempio, “postfunzionalisti” come Gunther Teubner – ha condiviso con noi sia la diagnosi sull’esaurimento delle geometrie costituzionali della modernità, sia la sana attitudine al rifiuto del rimpianto (Chignola, 2012). Ma dentro quei processi, abbiamo provato a vedere qualcosa d’altro che la possibilità di una qualche nuova possibile regolazione dei rapporti reciproci tra sistemi sociali. Non ci siamo posti il problema di ridare il “giusto” posto al diritto, di “limitare” la voracità del sistema economico, di restituire un seppur riformato e ben temprato scettro al sistema politico. Sia perché l’intensità della trasformazione del capitalismo finanziario ci costringe evidentemente a prendere congedo non solo dalle mediazioni classiche del welfare statuale, ma anche da ogni illusione di poter in qualche modo amministrare la crisi con una più o meno innovativa azione di risistemazione dei confini; sia, soprattutto, perché indaghiamo i dispositivi giuridico-amministrativi sempre tenendo fermo un punto, davvero poco praticato dai giuristi, anche quelli più avvertiti e sensibili alle trasformazioni del postmoderno: che ogni dispositivo normativo funziona, incide, mette in forma, produce ed è prodotto da trasformazioni della soggettività.

La crisi degli ordini costituzionali , la crisi della mediazione welfarisitica, è incomprensibile senza affondare lo sguardo nella crisi e trasformazione della crisi delle figure soggettive che la sorreggevano. Ma allora, proprio in virtù di questa scelta di metodo, dentro quelle trasformazioni soggettive, abbiamo potuto sempre individuare dispositivi di produzione in grado, potenzialmente, di rovesciare il senso degli stessi processi di decostituzionalizzazione, di spingere la nostra ricerca oltre la diagnostica del frammento o l’ingegneria della crisi. Da questo sguardo materialmente impiantato nelle trasformazioni soggettive, la crisi del costituzionalismo classico non ci è mai apparsa semplicemente crisi degli antichi ordini, ma anche tensione e occasione per leggere nuove sperimentazioni, nuove combinazioni, nuovi concatenamenti. Nuove macchinazioni. E proprio in quelle trasformazioni soggettive così spesso esorcizzate dalla scienza giuridica (ma non sempre: qualche interlocutore  quantomeno sul piano della registrazione delle radicali trasformazioni della soggettività, comincia a spuntare anche nel campo dei giuristi!), si radica la ricerca sulle istituzioni del comune, su un nuovo e diverso welfare, oltre la crisi radicale e le sinistre nostalgie per le antiche mediazioni e le figure soggettive che reggevano il welfare burocratico e centralizzato degli stati nazionali. Solo questo metodo, che piega l’analisi oggettiva delle trasformazioni dei dispositivi all’impianto soggettivo che le anima, ci può permettere di affrontare i processi di decostituzionalizzazione, il mare del “post-moderno” della crisi del diritto, senza trasformarci in mistici della Fine o in cinici amministratori del Frammento.

  1. 2.     Della costituzione

Vediamo allora di proporre, animati dall’attenzione alle trasformazioni delle soggettività e dal rifiuto delle interpretazioni luttuose della crisi, qualche problema di fondo che la nostra discussione deve necessariamente affrontare. In primo luogo, come stare dentro le trasformazioni della “costituzione” europea e delle costituzioni nazionali. Il quadro contemporaneo di queste trasformazioni rende molto esplicite alcune linee di tendenza radicate in una durata piuttosto lunga, ma alle quali la crisi ha impresso un’accelerazione radicale. Il dibattito italiano sulla riforma della costituzione ha forse il merito di rendere tutto questo piuttosto esplicito, grazie anche alla sua buona dose di rozzezza. L’imposizione degli adeguamenti della carta costituzionale alle necessità del comando finanziario della crisi segue con monotona precisione, infatti, strade già ampiamente tracciate nei processi sovranazionali: accentramento degli equilibri costituzionali sulle funzioni esecutive, risposta alla crisi della rappresentanza attraverso forme di governo semipresidenziale o presidenziale, costituzionalizzazione sempre più stringente dei vincoli di bilancio, “autonomia” del governo della moneta e così via. L’antico “conservatorismo” costituzionale di una parte della sinistra non ha impiegato troppo tempo a convertirsi al nuovo riformismo internazionale delle nostrane larghe intese: sono tendenze, in fondo, che non da oggi la socialdemocrazia europea concepisce come inevitabili. Piuttosto, a fare un qualche attrito contro questo nuovo attivismo “riformatore”, permane una certa “forza simbolica” delle carte costituzionali nazionali (Marella, 2013), a cominciare da quella italiana: ne è testimonianza – comprensibilissima – la ripresa di mobilitazione sul tema della “difesa della costituzione”, che vede coinvolti ampi settori, per esempio, dei movimenti dei beni comuni.  Ma s’affaccia qui la questione cruciale dei piani, dei luoghi, dei soggetti, entro cui una resistenza produttiva a queste trasformazioni può radicarsi, ed avere possibilità di una risposta all’altezza della sfida di questo neoriformismo costituzionale. In primo luogo, e riprendo ancora un’espressione di Maria Rosaria Marella: la “soggettivazione attraverso il lavoro” , l’architrave della mediazione costituzionale classica, si è esaurita. Nessuna opposizione alla “rivoluzione dall’alto” costituzionale può eludere questo piano: allo smantellamento del disegno costituzionale tradizionale, non è pensabile opporre una resistenza che non faccia profondamente i conti con l’esaurirsi di quell’idea di cittadinanza, modellata sul nesso cittadino/lavoratore/maschio/eterosessuale, che fondava non poco della “forza normativa” del costituzionalismo tradizionale, e che è stata completamente spiazzata innanzitutto dalle lotte che, dagli anni Sessanta in poi, hanno fatto emergere un’eterogeneità soggettiva radicalmente irriducibile a quella figura di “cittadino”. L’opposizione al neoriformismo costituzionale può avere qualche senso, e qualche forza, solo se si radica, in modo radicalmente indissolubile,  dentro la battaglia per un nuovo welfare, che rielabori una sua effettiva “universalità”, finalmente all’altezza di quella ricchezza di differenze e singolarità. Altrimenti, nessuna difesa della costituzione può sperare di convocare a sé soggettività che già affrontano, nella loro esistenza quotidiana, lotte di resistenza contro dispositivi di assoggettamento e di messa al lavoro radicate su un piano completamente altro rispetto alla mediazione costituzionale classica. Inoltre, se quella mediazione ci lascia indifesi – per quanto ci si possa mobilitare “simbolicamente” a sua difesa – sul piano dei soggetti, allo stesso modo è spiazzata sul piano degli spazi, dei confini entro i quali una resistenza al neoriformismo costituzionale potrebbe essere pensabile. Davanti agli effetti della “rivoluzione dall’alto”, si alzano da più parti voci che – reagendo alla dimensione evidentemente sovranazionale di quei processi – immaginano la praticabilità del piano nazionale come piano di ricostruzione di meccanismi democratici (ad esempio, di recente, Streek, 2013). Eppure, nei processi di riscrittura degli equilibri costituzionali, sono proprio le costituzioni nazionali a risultare, non da ora,  già sottoposte a un rilevante svuotamento di senso, all’interno di una radicale trasformazione di spazi e di confini. Nessuna riattivazione di spazi democratici è immaginabile a partire dall’idea che la crisi delle rappresentanze nazionali sia l’effetto dell’attacco della “rivoluzione dall’alto”, e non piuttosto il campo già dissestato su cui quella “rivoluzione” muove la sua paradossale capacità costituente. Semmai, lo scetticismo di molti sulla possibilità effettiva di un nuovo costituzionalismo sovranazionale, andrebbe ricondotto al problema di fondo: la capacità di incidere, immaginare, produrre processi europei di riappropriazione democratica si gioca sull’essere consapevoli, fino in fondo, che il nuovo spazio nel quale questi processi potrebbero darsi non è uno spazio già dato e predefinito, non è un presupposto, come poteva essere il territorio per l’antica dottrina del diritto pubblico statuale. Uno spazio europeo eventualmente “praticabile” per l’invenzione di processi, campagne, azioni con intenzione e portata costituente è esso stesso un prodotto, la creazione di una possibile azione costituente, della capacità o meno delle lotte di uscire dalla nostalgia, rassicurante ma perdente, degli antichi confini e di giocare la scommessa politica della loro generalizzazione.

  1. 3.     Politica è riappropriazione del welfare

L’avversario, al solito, può insegnare molto se lo si affronta nei suoi punti di forza. E la forza del neoliberalismo è che ha investito a fondo sulla produzione di soggettività, sapendo gestire, e anche captare attivamente, l’impossibilità di una gestione centralizzata e omogeneizzante di usi e pratiche. Si è ampiamente nutrito di soggettività mobili e indisciplinate, ricatturandole poi attraverso le modalità feroci di rigerarchizzazione e selezione che ben conosciamo, e non disdegnando di tornare a utilizzare, nei nuovi contesti, anche gli antichi attrezzi “disciplinari” e identitari quando potevano venire utili: a cominciare dalla mai tramontanta esaltazione dei valori della famiglia, dai rinnovati dispositivi di  razzializzazione e genderizzazione, dagli antichi mostri della Patria e della Nazione. Ma, proprio ora che la crisi non produce altra via d’uscita che la prosecuzione autoritaria del neoliberalismo stesso, si apre la possibilità di far un buon uso sovversivo dello stesso fallimento del welfare. Le lotte più innovative degli ultimi anni si collocano, non a caso, sul terreno degli esperimenti di riappropriazione democratica del welfare: persino quando sembrano parlare il linguaggio della nostalgia del “pubblico”, nei fatti sono animate da una tensione all’autogestione e all’autorganizzazione che mostra come il terreno della centralizzazione burocratica del welfare sia oramai non solo impraticabile, ma anche compiutamente detestato. D’altra parte, queste nuove lotte sono sempre meno accostabili alle classiche “lotte sui servizi”, in quanto si collocano sempre più decisamente in una prospettiva che toglie qualsiasi possibilità di confinarle entro ambiti “settoriali”. Quando si estrae valore dalla finanziarizzazione del welfare, e l’intera produttività delle soggettività è convogliata dentro i meccanismi di credito/debito, le “lotte sui servizi” non sono solo più la prosecuzione della lotta sul salario, seppure allargata all’intera fabbrica sociale, ma compiono un vero e proprio salto intensivo: probabilmente, finiscono per essere la forma dell’unica azione politica concretamente praticabile nell’epoca della precarizzazione generalizzata, l’unico spazio politico che si apre all’interno dei dispositivi della compiuta sussunzione reale. La forma attuale della sussunzione reale, infatti, non offre altra possibilità di sganciamento di ritmi e tempi di vita, nessuna altra possibilità praticabile di rifiuto dei dispositivi di assoggettamento, orami estesi dal “lavoro” a tutta la vita in quanto produttiva, che non si collochi dentro strategie di riappropriazione del welfare. Le soggettività precarie, nel frattempo, hanno incorporato in sé potenzialità di autorganizzazione molto forti, le stesse, in fondo, di cui ha continuamente ha saputo nutrirsi il neoliberalismo. Ed esercitano continuamente, in modalità più o meno esplicite, più o meno organizzate, tentativi di fuga, di sottrazione, o di rottura nei confronti dei dispositivi proprietari che tendono a rinchiudere quelle potenzialità, ad appropriarsene con la continua pressione per rimodellare, rimettere in riga, selezionare le soggettività. Così, l’esercizio di pratiche destituenti sta insieme necessariamente a un altrettanto continuo tentativo di riappropriazione di beni e servizi. In questo senso, per esempio, le lotte sui beni comuni, quando si sono tradotte nelle lotte delle soggettività precarie metropolitane, hanno immediatamente reso esplicita quella tendenza alla rottura con gli equilibri proprietari “costituzionali” che il tema dei beni comuni porta in sé comunque “implicitamente” (Nivarra, 2013). Di conseguenza, la riappropriazione del welfare non è più semplicemente una delle possibili armi della lotta politica, uno tra i tanti punti di un eventuale programma: ma è la forma della possibilità stessa del darsi di una politica oggi. E, per converso, molte esperienze precarie hanno una forza e una carica politica che l’occhio allenato alle lotte “politiche”  tradizionali non è in grado di scorgere, e rischia magari di trascurare come irrimediabilmente impolitiche. Chi vuole oggi porsi il problema della politica, deve imparare che preziosi atti di sabotaggio e di riappropriazione si trovano in forme, modi, esperimenti completamente eterogenei, e per nulla assimilabili a quelli posti in essere del lavoratore/cittadino. Per questo, dentro le lotte delle soggettività precarie, è diventato progressivamente indistinguibile il piano del mutualismo dal piano dell’organizzazione politica: sovrapposizione di certo non esente da rischi, per la facilità con cui il mutualismo può essere agganciato e riassorbito nelle strategie neoliberali della sussidiarietà e dell’amministrazione neutralizzante delle stesse forme di autorganizzazione. Ma, per la riflessione sui possibili “modi di far politica”, questo dato va egualmente assunto fino in fondo. Non c’è, da un lato, il problema “strutturale”  del costruire organizzazione politica, e dall’altro, l’obiettivo “programmatico” di costruire un welfare finalmente adeguato a soggettività non uniformate, non disciplinabili, a differenze ricche di capacità produttive, innovative, autonome: organizzazione politica, riappropriazione dei servizi, invenzione del welfare del comune, sono, ora, un solo, indissolubile movimento. Quel che questo significa sulle modalità di conduzione delle lotte, sul senso della militanza “politica”, sul nesso stesso tra militanza e vita, siamo forse in grado per ora solo di intuirlo, ma è, probabilmente, il passaggio cruciale per  riuscire a passare dalle “lotte per i servizi” alla sperimentazione di una politica del comune.

  1. 4.     Diritti, usi e produzione di soggettività

 La riflessione giuridica tradizionale è evidentemente in estrema difficoltà in questi passaggi. Pure, grazie alle spinte del movimento dei beni comuni, abbiamo avuto negli ultimi anni spunti e innovazioni preziose. Che però bisognerà installare all’altezza di quella trasformazione complessiva che può condurci a una complessiva politica per il comune. Prezioso, per esempio, è stato in questi anni il ritorno di attenzione ai problemi e alle risorse degli usi, a lungo schiacciati dalle tradizioni formalistiche imperanti. Ma che senso può avere oggi il richiamo all’uso? E’ evidente che quando i giuristi ritornano alla riflessione sugli usi, poco possono trovare di utile nell’oggettivismo che segnava i richiami tradizionali alle consuetudini. Il ritorno degli usi, oggi, sta esattamente dentro l’impossibilità di contenere dentro la mediazione statuale e classicamente welfaristica la ricchezza potenziale delle pratiche messe in moto dalle soggettività ricche e dense delle nostre metropoli. Usi e pratiche, certo, forzano l’antico disegno astrattamente normativo, proprio come il welfare del comune prova a irrompere nella crisi del welfare centralizzato e organizzato “pubblicisticamente”.  Con qualche ironia, potremmo dire che, se l’attenzione tradizionale dei giuristi si rivolgeva agli usi in una dimensione temporale segnata dal passato, e custodita dalla consuetudine, qui l’unica consuetudine di cui queste soggettività fanno continua mostra è, al contrario, quella all’invenzione, alla trasformazione del presente, all’immaginazione delle possibilità aperte. E l’uso di cui parliamo non ha più nulla di oggettivabile: gli usi non sono altro che le pratiche di liberazione dagli assoggettamenti e di costruzione di nuove macchine soggettive. E’ in questo senso che abbiamo insistito, qualche volta, sul non rinchiudere il discorso dei beni comuni all’interno di una semantica dei “beni”, ma aprirlo al comune (al singolare)  inteso come attività, cooperazione sociale, produzione di affetti, di linguaggi, di socialità (Baronian-Vercellone, 2013).  Lo stesso alfabeto dei diritti attraversa questo processo di soggettivazione. Conserverà il nostro welfare il linguaggio dei diritti, la sua universalità? Più che in un’oziosa discussione, tutta astratta, tra universalismo dei diritti e particolarismo delle differenze, la questione sta dentro la produzione di quest’universalità. Che non si costituisce per nulla sul calco dell’immagine presupposta del “soggetto”, del “titolare” dei diritti: è l’intero linguaggio dei diritti fondamentali, invece, che è riscritto – nello stesso movimento di produzione delle istituzioni del comune – dentro la nuova produzione di soggettività. La forza esemplare che oggi assume la centralità del reddito di base sta esattamente qui: non solo nel suo aspetto strettamente rivendicativo, e retributivo, di riappropriazione del valore prodotto ed estorto, ma soprattutto per il modo in cui, all’interno del reclamare reddito, si intrecciano indissolubilmente i piani dell’universalità (diritto universale al reddito) e dell’incondizionatezza (diritto a vivere “senza condizioni”, a esprimere tutto il proprio potenziale attraverso la liberazione dai dispositivi di cattura della propria soggettività, diritto, in fondo, a vivere senza modellarsi sui modi, tempi e ritmi della vita personale trasformata in impresa). L’universalità del reddito – quale universalità della liberazione dai condizionamenti, della riaffermazione, in tutta la sua materialistica consistenza, dell’irrinunciabilità della libertà – è in fondo anche l’esempio migliore dell’universalismo, materialissimo e situato, del welfare del comune. Un welfare pienamente della persona, della singolarità e della differenza, che rompe lo scambio “sovrano” tra riconoscimento del proprio essere “buon cittadino” – patriota, buon padre di famiglia, onesto lavoratore, e, semmai, madre amorevole – su cui si fondava il welfare centralistico e che, allo stesso tempo, rende possibile la resistenza nei confronti dei nuovi dispositivi di assoggettamento, che tendono a trasformare in impresa la vita stessa. Un welfare che non proclama titolari astratti di diritti astrattamente fondamentali, ma che riporta tanto il tema dei diritti che quello della titolarità alla concretezza del continuo prodursi di soggettività, al continuo sviluppo, potenziarsi e modificarsi delle potenzialità soggettive. Diventa necessaria, alla luce dei possibili esperimenti di riappropriazione democratica della salute, della formazione, dei trasporti, dell’ambiente, una vera e propria riscrittura del contenuto dei diritti fondamentali alla luce della loro “titolarità” non più individuale, né collettiva, ma comune, e del loro esercizio pienamente democratico. Ancora una volta, dentro le nostre metropoli, oltre il vecchio nesso contrattuale tra prestazione e servizi, tra soggetto “titolare” e “riconoscimento” dei suoi diritti, avviene quello che ben sapeva Spinoza: che i diritti del comune sono uguali alla ricchezza della potenza che sanno esprimere le singolarità che quel comune compongono. A noi far vivere questa capacità di unire composizione delle soggettività e diritti dentro progetti di riappropriazione ed autorganizzazione dei servizi dove i diritti non siano più né negati, né “erogati”, ma prodotti dentro una nuova, democratica, “amministrazione” del comune.

Riferimenti

Laurent  Baronian – Carlo Vercellone, Moneta del comune e reddito sociale garantito, nei “materiali prepratori” (in uscita per “Terrains/Théories”, autunno 2013).

Sandro Chignola, a cura di, Il diritto del comune, ombre corte, Verona, 2012.

Maria Rosaria Marella, 2013, Pratiche del comune. Per una nuova idea di cittadinanza, in “Lettera internazionale”, ora nei “materiali preparatori”

Luca Nivarra, 2013, I beni comuni uni e trini e il capitalismo proprietario, nei “materiali preparatori”

Laboratorio Smaschieramenti, Spunti di riflessione dalle reti transfemministe/queer, nei “materiali preparatori”

Wolfgang Streek, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, tr. it. Feltrinelli, Milano 2013.

Riprendo qui quanto sostenuto in un saggio dal titolo “La funzione sociale della proprietà: dalla strategia alla tattica” di prossima pubblicazione sulla “Rivista critica di diritto privato”

         1.  Un  aspetto sul quale vorrei soffermarmi è quello del rapporto tra beni comuni e Costituzione il quale oggi si presenta assai più problematico di quanto non apparisse allorché la c.d. Commissione Rodotà licenziò, nell’inverno del 2008, il suo articolato di legge delega per la riforma della disciplina codicistica dei beni pubblici, con ciò adempiendo al mandato che le era stato affidato dall’allora Ministro Guardasigilli Mastella.

            Quel testo è largamente pervaso da un ethos costituzionale e, anzi, numerose disposizioni della nostra legge sono richiamate in modo esplicito compreso, manco a dirlo, l’art. 42. La nozione e la disciplina dei beni comuni ivi delineate rappresentano, a ben vedere, la generalizzazione di un modello già sperimentato nella legislazione italiana con il Codice dei beni culturali e con la normativa in materia di beni paesistici ed ambientali. Si tratta di regole che istituiscono limiti piuttosto stringenti alle classiche prerogative proprietarie – esclusività dell’accesso e della funzione, disponibilità ad nutum – in vista della tutela di un interesse della collettività a condividere alcune utilità squisitamente idiosincratiche che i beni in questione sono in grado di assicurare. Il disegno di legge delega, appunto, generalizza quel modello avvalendosi di una tecnica abbastanza tradizionale – l’introduzione di una categoria astratta, connotata dal riferimento ai diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità (vere e proprie clausole generali), e accompagnata da un’elencazione di carattere esemplificativo e quindi, in quanto tale, non refrattaria ad un possibile allargamento a sottoclassi di beni non tipizzati – in pari tempo sancendo l’irrilevanza, ai fini dell’assoggettamento al regime proprio dei beni comuni, del titolo di proprietà, pubblica o privata.

            Dal punto di vista strettamente tecnico, questa soluzione desta qualche perplessità nella misura in cui il sovrapporsi delle due “aperture” – della categoria e dell’elenco – apre la strada alla discrezionalità del giudice: ciò che, come ovvio, appare in contrasto con la garanzia che alla proprietà come istituto assicura proprio la Costituzione. Infatti, altro è che sia il legislatore ad individuare una specifica, per quanto estesa, tipologia di beni (appunto, i beni culturali, ambientali, paesistici ecc.) in relazione alla quale vengono introdotte regole limitative del dominium; altro è che tali limiti vengano previsti in relazione ad un insieme di beni dai contorni piuttosto vaghi e poi concretizzati dal giudice. Insomma, se io acquisto un quadro che riveste un particolare valore artistico o un bosco, so che dovrò soggiacere ad una serie di limitazioni imposte dallo statuto giuridico cui soggiace la classe dei beni (preventivamente individuata dal legislatore) a cui appartiene il singolo bene da me appropriato. Ma se acquisto un isolotto sperduto della laguna veneta, almeno in apparenza privo di qualsiasi specifico pregio paesistico o ambientale, non riconducibile a nessuna delle tipologie enumerate dal disegno di legge delega, e un bel giorno un giudice progressista me lo dichiara bene comune, il discorso cambia e non di poco.

            Per queste stesse ragioni, apprezzabili sul piano tecnico, la proposta formulata dalla Commissione Rodotà appare certamente molto innovativa sotto il profilo politico e culturale; l’ingresso in seno al codice civile dei beni comuni, insieme con il superamento delle viete figure del demanio e del patrimonio pubblici (sostituiti dai “beni ad appartenenza pubblica necessaria”, dai “beni pubblici sociali” e dai “beni pubblici fruttiferi”) segnerebbe una autentica rottura con la tradizione e aprirebbe la strada ad un controllo diffuso sugli abusi della proprietà (anzi, forse per la prima volta, la controversa figura dell’abuso del diritto troverebbe un solido riscontro normativo).

            I beni comuni presentano però un altro volto, molto meno radicale e che, in un certo senso, si colloca perfino al di sotto della soglia critica della “funzione sociale”, almeno della “funzione sociale” intesa in senso antagonistico e non puramente ecologico (su questo tornerò più avanti). Come ho già detto, il disegno di legge delega generalizza un paradigma già ampiamente sperimentato, sia pure con intensità variabile a seconda dei casi, che è quello dello statuto della proprietà o, del tutto specularmente, dello statuto del bene. Si tratta di una prospettiva abbastanza nota (forse si potrebbe dire vecchia), sdoganata da Pugliatti con il suo celebre libro dell’inizio degli anni ’50 (La proprietà e le proprietà) frutto di un’elaborazione che veniva da lontano e che si era alimentata non tanto delle fumisterie dottrinarie dell’ala sinistra del fascismo (Spirito, Costamagna e compagnia bella) ma delle profonde trasformazioni del capitalismo, o meglio del definitivo superamento della sua fase protoliberale, a netta predominanza proprietaria, in favore di una figura, o forma, nella quale anche a livello della mediazione giuridica, assume finalmente una posizione centrale l’organizzazione dei fattori produttivi (l’impresa) e la proprietà diviene recessiva. Da questo punto di vista vi è un forte legame tra il codice civile “commercializzato” del ’42 – e la Costituzione laburista del ’48: infatti, il “lavoro” di cui parla l’art. 1 è un lavoro senza aggettivi e l’imprenditore, nella misura in cui organizza i fattori della produzione, ivi incluso il lavoro altrui, è certamente un lavoratore. Corollario di tutto questo è la laicizzazione del diritto di proprietà, ovvero il suo scomporsi in una pluralità di regimi – di cui è vistosa anticipazione, ancora una volta, nel codice civile – ciascuno dei quali obbedisce ad una logica che non è quella della proprietà quanto piuttosto quella della produzione (due soli esempi: il regime dei fondi rustici e la circolazione dell’azienda). Certo, trattandosi di un ordinamento capitalistico, è inconcepibile che la proprietà come istituto non venga riconosciuta e garantita (da qui l’art.832 c.c. e l’art. 42 Cost. o gli artt. 14 e 19 GG): questo, però, non è d’ostacolo al fatto che, volta per volta, il legislatore possa determinarne “i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale…”. In altri termini, la funzione sociale della proprietà altro non è che il concreto regime a cui una certa classe di beni viene sottoposta, è il suo statuto che, volta per volta, sarà più o meno rispettoso dei poteri e delle facoltà del proprietario, le conformerà o le comprimerà con intensità variabile, ma sempre secondo un disegno che è quello di assicurare la compatibilità del regime proprietario con le ragioni del sistema. La funzione sociale costituzionale è questo, e nulla più di questo: è una formula riassuntiva che traduce suggestivamente il plurale di conio pugliattiano (“le proprietà”): avremo, così, i fondi rustici, i fondi urbani, l’azienda, i beni paesistici, i beni culturali, i beni comuni (e non è certamente un caso che la dottrina giuridica ufficiale che ha voluto prestare attenzione al  disegno di legge Rodotà si sia affrettata a ravvisare nei beni comuni una piana applicazione del principio della funzione sociale un coerente sviluppo del modello “beni culturali/paesistici”, senza peraltro accorgersi dei rischi insiti nella messa in circolazione di una categoria generale ed astratta che incorpora il riferimento a ben due clausole generali).

            Bene. Ora però bisogna aggiungere qualcosa e dare conto dell’affermazione precedente secondo cui i beni comuni, da un certo punto di vista, si collocherebbero perfino al di sotto della soglia critica della funzione sociale. Questa affermazione può assumere un senso preciso ove solo si consideri che, sia pure sporadicamente e in modo del tutto residuale, le politiche di contenimento della rendita e di urbanizzazione della vocazione parassitaria della proprietà (di cui la formula della funzione sociale nel significato illustrato in precedenza rappresenta l’ellissi costituzionale) hanno assunto, negli anni in cui gli equilibri su cui si fondava il compromesso socialdemocratico erano più favorevoli allo schieramento riformista, le forme di un embrionale “diritto diseguale” nell’accezione marxiana del termine. Mi riferisco non tanto ai timidi tentativi, implacabilmente bocciati dalla Corte costituzionale, di riportare la misura dell’indennizzo al valore agricolo del bene, e neppure alla celebre legge Bucalossi che espiantava dal set dei poteri proprietari il c.d. ius aedificandi subordinandone l’esercizio ad una concessione onerosa, quanto, piuttosto, ed emblematicamente, alla legge sull’equo canone. Nel primo caso siamo in presenza di un intervento teso a modificare, in senso più favorevole allo stato, le condizioni economiche di uno scambio forzoso (una sorta di liability rule di impronta pubblicistica); nel secondo caso, di una misura a testata duplice, idonea ad incidere tanto sul valore d’uso quanto sul valore di scambio, del bene (nella specie: un fondo urbano). Entrambe le volte, però, la redistribuzione delle utilità sottratte al proprietario avviene secondo una logica di indistinto accrescimento di un parimenti non meglio identificato benessere collettivo (in definitiva, perfino il proprietario espropriato potrà beneficiare dell’autostrada realizzata passando su quello che una volta era il suo terreno; e perfino il proprietario costruttore potrà beneficiare di un’urbanizzazione ordinata ed efficiente). Insomma, policy tutte perfettamente integrate nel processo di emancipazione del capitale dal vincolo dominicale e, contemporaneamente, intese ad allargare le basi di consenso al sistema promuovendo un’immagine ecologica e, appunto, “sociale” della proprietà.

            Discorso in parte diverso deve farsi con riguardo alla legge sull’equo canone. Qui, infatti, i limiti posti alla proprietà (più precisamente: al potere di disporre del proprietario, tanto è vero che nella letteratura civilistica la disciplina in questione è stata sempre presentata più come un vincolo dell’autonomia contrattuale che non alla proprietà) sono funzionali ad una redistribuzione che avvantaggia figure sociali (i locatari) portatori di uno specifico bisogno (quello abitativo) assunto a stessa ragion d’essere della regola giuridica (ecco perché parlo di “diritto diseguale”: perché in questo caso la norma ha come destinatario non il soggetto astratto ma il soggetto individuato da una concreta mancanza cui il diritto si prefigge di rimediare). A me sembra evidente che questa sia una delle pochissime occasioni in cui la funzione sociale rispecchia, e incorpora, un orizzonte antagonistico, liberandosi così dall’ecumenismo tecnocapitalistico che, invece, come si è visto, contraddistingue le sue altre applicazioni.

            Dunque, semplificando al massimo, si può dire che si diano due modi di essere abbastanza diversi della funzione sociale. Il primo, ecologico, mette capo ad una redistribuzione non mirata e si riannoda ad entità vaghe ed impalpabili come l’interesse collettivo o, addirittura, il bene comune che poi, nella sostanza, altro non sono che il piano del capitale nella sua fase di massima estroflessione produttiva. Il secondo, antagonistico, mette capo ad una redistribuzione mirata e incarna una modalità di regolazione del conflitto sociale più avanzata, anche se sempre interna al sistema, nella misura in cui la scena rappresentata dalla mediazione giuridica, questa volta, non è una scena opaca sulla quale si muovono gli eterei manichini del diritto borghese (il soggetto, il contraente, il cittadino) ma una scena più limpida, sulla quale si muovono i portatori di specifici bisogni ed interessi, immediatamente riconosciuti come tali.

            Tornando alla questione sollevata in precedenza, mi sembra abbastanza evidente che i beni comuni incarnano molto bene il primo modo di essere della funzione sociale, non certamente il secondo. La società dei beni comuni è quella del capitalismo ben temperato, rispettoso dell’ambiente, dell’arte e della cultura e di altri valori ecologici, interessato ad una convivenza pacifica e ad una proprietà addomesticata. In questo senso, essi sono in perfetta sintonia con il dettato costituzionale, con la sua ispirazione originaria. In pari tempo, e questa è la contraddizione inemendabile che li stringe, quasi un paradosso, i beni comuni sono oltre e, verosimilmente, contro la Costituzione, nella quale la proprietà trova pur sempre un esplicito riconoscimento, là dove, come si è visto, il dispositivo giuridico essendo congegnato a partire da una categoria e da un’enumerazione aperte, vere e proprie praterie si spalancano ad un sindacato giurisdizionale diffuso; ma sono anche al di sotto di un’epifania episodica e residuale, ma non banale, della funzione sociale in cui quest’ultima è andata oltre l’ecologia e la convivenza civile per attingere un livello di mediazione giuridica meno opaco e disincarnato perché “diseguale”. Insomma, i beni comuni, nel loro rapporto con la Costituzione, si rivelano uni e trini: un’ambiguità densa di significati ed implicazioni, su cui adesso proverò a dire qualche cosa.

            2. Le contraddizioni che affliggono la costruzione giuridica dei beni comuni non sono casuali e neppure frutto di una tecnica sciatta. Al contrario, esse consentono di leggere in controluce le profonde trasformazioni sperimentate dal capitalismo nel suo passaggio dalla forma produttiva a quella finanziaria. Il capitalismo finanziario, infatti, è un capitalismo che si riconcilia con la proprietà, essendo fondato sulla rendita e sull’interesse. In altre parole, è un capitalismo proprietario. Questo spiega l’eccedenza costituzionale dei beni comuni, il loro andare oltre, sia pure in un modo non immediatamente percepibile, il vincolo proprietario istituito dalla Costituzione del ’48. Il lavoro della Commissione Rodotà si inquadra all’interno di una riflessione teorica che prende le mosse dall’esigenza di immaginare un uso del patrimonio pubblico alternativo a quello sperimentato negli ultimi vent’anni e finalizzato, sostanzialmente, a far cassa attraverso una svendita del medesimo, le c.d. privatizzazioni. In quella fase che, è bene ricordarlo, precede sia il referendum sui servizi pubblici locali celebratosi nel 2011, sia le “occupazioni” di spazi e luoghi dismessi (spesso strumentalmente) da una proprietà – pubblica e privata – assenteista, i giuristi “progressisti” (me compreso) presenti in seno alla Commissione  avevano ben chiaro che l’obiettivo da perseguire fosse quello di “invertire la rotta” e provare a porre un argine alla predazione capitalistica in atto ormai da tempo. Il limite, se così si può dire, della risposta approntata fu, per un verso, di ordine culturale e, per altro verso, di ordine politico. Di ordine culturale, perché il retroterra di idee e di dottrine della stragrande maggioranza dei commissari era quello dei gloriosi seventies e, dunque, dell’apogeo costituzionale, dopo il disgelo costituzionale; di ordine politico, perché l’elaborazione del disegno di legge delega avvenne in una sorta di vuoto pneumatico, in un frangente storico caratterizzato da una particolare debolezza di movimenti antagonisti e pratiche di conflitto. Se si mettono insieme questi due dati – l’ispirazione radicalmente antiprivatizzatrice e la relativa povertà (speriamo che nessuno si adonti) degli strumenti a disposizione – si spiega anche la conformazione per certi aspetti paradossale dei beni comuni che, è vero, raccolgono ed assecondano quell’ispirazione, con ciò andando oltre i confini segnati dalla Costituzione del ‘48, ma lo fanno continuando a guardare proprio alla funzione sociale, ovvero a quella che ho chiamato l’ellissi costituzionale di un disegno sistemico di urbanizzazione (non superamento) della proprietà perseguito da una forma di capitalismo che è ormai alle nostre spalle e al quale, per di più, erano ancora ben care  entità impalpabili ma ideologicamente seducenti come l’interesse collettivo ed il bene comune.

            A distanza di cinque anni il quadro è cambiato: certo, non nella misura necessaria a determinare, se non un rovesciamento, almeno un mutamento dei rapporti di forza. Tuttavia, l’esito imprevisto del referendum e il moltiplicarsi delle “occupazioni” sono venuti in soccorso delle armi della critica e fatto definitivamente chiarezza in ordine alla circostanza che oggi la posta in gioco non è più la funzione sociale (in nessuna delle due varianti di cui ho parlato) ma il superamento della proprietà. Infatti, è questo il terreno dello scontro imposto dall’ultima epifania del capitalismo ed è su questo terreno che, almeno a mio avviso, richiede l’abbandono della prospettiva costituzionale e la sperimentazione, dalle modalità e dagli esiti incertissimi, che prova oggi a muoversi la Costituente dei beni comuni, erede provveduta, almeno sul piano della consapevolezza storica, della Commissione Rodotà.

[English version: http://www.globalproject.info/it/in_movimento/toni-negri-building-coalitions-of-the-multitude-in-europe/15064]

[Versión española: http://www.politicaycomun.com/2013/09/por-la-construccion-de-una.html]

Scusate se la prendo da lontano. Vorrei infatti chiedermi prima di tutto che cosa vuol dire “far politica oggi” e risalire poi al tema Europa. Far politica sul terreno dell’autonomia, vale a dire assumendo il punto di vista del soggetto sovversivo e di conseguenza analizzando le figure e i modi di agire del proletariato precario-cognitivo. Ritrovo infatti i bisogni e i desideri di questo soggetto come dispositivo centrale, virtualmente egemonico, nell’analisi dei movimenti della moltitudine dominata e sfruttata nella sua lotta contro l’ordine capitalista.

Ci sono due argomenti, meglio, due topoi che vanno assunti affrontando questo tema. Il primo è oggettivo, bisogna cioè chiedersi che cosa significa porsi dentro lo sviluppo capitalistico nella fase critica dell’egemonia neoliberale. Potremmo anche, probabilmente, cominciare ad interrogarci sui “limiti del capitalismo”, togliendo tuttavia di mezzo preventivamente ogni previsione catastrofica comunque questa si presenti ed ogni nostalgia di una tradizione attestata da troppo tempo su questa illusione. Il contesto capitalistico è oggi caratterizzato dal dominio del capitale finanziario che sta consolidando la sua azione dopo una lunga transizione, che risale almeno alla seconda metà degli anni ’70. L’abbiamo ampiamente seguita, questa evoluzione, e spesso anticipata nel nostro lavoro collettivo: vediamone dunque semplicemente le conclusioni. Il capitale finanziario è egemone, non lo si può più definire come facevano Marx e Hilferding, poiché esso si è fatto capitale direttamente produttivo: cerca oggi la sua stabilizzazione esercitando attività estrattive sia nei confronti della natura e delle sue ricchezze, sia nei confronti del biopolitico-sociale (cioè del welfare). Quando parliamo di consolidamento del potere del capitale finanziario ne parliamo ipotizzando (ed è una ipotesi che si avvicina ormai ad una verifica conclusiva) che la trasformazione del capitalismo abbia comportato (tra l’altro – ma l’osservazione è tanto limitativa dell’analisi, quanto importante per concentrare quest’ultima su quanto ci interessa) – abbia dunque comportato una assai profonda trasformazione delle forme territoriali e delle strutture istituzionali nell’assetto globale degli Stati e delle nazioni nel “secolo breve”. Questa trasformazione comincia all’interno dei singoli mercati nazionali dove, in ciascuno di essi, la struttura produttiva capitalistica è riorganizzata dopo la prima Grande Guerra (rispondendo al trionfo della rivoluzione bolscevica), secondo moduli contrattuali keynesiani. Nel secondo dopoguerra e dopo le “ricostruzioni”, questo modulo di organizzazione sociale e di comando capitalista comincia ad essere fragilizzato e talora a saltare sotto la pressione operaia: è allora che comincia la rivoluzione neoliberale a partire dalla fine degli anni ’70 con una straordinaria accelerazione all’inizio del XXI secolo. Essa riorganizza innanzitutto lo Stato secondo modalità fiscali nella gestione della crisi e nella governance del debito pubblico. Il procedere della mondializzazione che interviene in quel periodo e l’affermazione globale dei “mercati finanziari” spostano il controllo delle possibilità debitorie dello Stato dal potere pubblico alle strutture che organizzano il privato, dall’equilibrio dell’amministrazione interna  dello Stato all’equilibrio costruito sotto il dominio dei “mercati” globali.

È a questo punto che si dà una definitiva frattura fra il nuovo ordine capitalistico globale e i soggetti che vivevano nel precedente ordinamento capitalistico dei singoli Stati-nazione – in quell’ordinamento “riformista” del capitale, cioè, che avendo introdotto keynesianamente il movimento operaio nel contratto sociale, ne disciplinava i comportamenti secondo regole cosiddette “democratiche”. Se nello Stato fiscale, presto pervenuto alla crisi, il debito statale aveva assunto quel ruolo di anticipazione della spesa che prima aveva avuto l’inflazione (in senso opposto, come strumento di devalorizzazione della spesa) e se presto la fiscalità non è più sufficiente a sostenere il debito promosso dallo Stato – se dunque la struttura del debito muta e il neoliberalismo, facendo del mercato la regola dello sviluppo e dei “mercati” la giustizia del pianeta, impone la privatizzazione globale del debito…. dato tutto questo, la crisi capitalistica si presenta oggi come impossibilità di far agire all’interno dello sviluppo stesso qualsiasi elemento di mediazione, qualunque  struttura contrattuale, insomma il keynesismo in tutte le diverse accezioni riformiste che esso possa eventualmente assumere. D’altra parte, questo sviluppo (se riguardato dal punto di vista delle lotte del soggetto sovversivo) ci restituisce un modulo assai consistente di lotta di classe. Da un lato tutti coloro che possono partecipare all’”interesse” (cioè al profitto monetario – alla partecipazione alla pratica globale dell’usura dei mercati privati e/o semipubblici) costruito sul mercato finanziario; dall’altro lato tutti coloro che considerano l’esercizio della loro forza-lavoro reso socialmente utile dal loro “stare insieme” e quindi dall’esigenza (bisogno e desiderio) di essere garantiti nel corso della loro vita non dal perdurare della barbarie del privato possesso ma dal possibile godimento dell’accesso al comune. E non c’è “nessuna classe media” fra queste due realtà etiche.

Il secondo presupposto è soggettivo, ne abbiamo accennato le caratteristiche etiche – ora si tratta di studiarne (anche in questo caso riassumendo un lavoro collettivamente compiuto) l’ontologia della produzione. In essa si ricompongono dunque le modificazioni intervenute nella composizione della classe lavoratrice. Essa non è più (come da molto tempo si sa) “operaia” in senso esclusivo, tanto meno può essere qualificata come centrale nei processi di valorizzazione – la dimensione immateriale, intellettuale, cooperativa e la rete (come tessuto di ogni attività produttiva)  sono diventati gli elementi centrali della valorizzazione produttiva. La forza-lavoro si è dunque radicalmente modificata. Nessuna nostalgia della vecchia classe operaia. Impegno, invece, a ritrovarne le stigmate nel continuum della “disindustrializzazione”, determinata (non tanto dal capitale finanziario quanto) dall’automazione industriale e dalla sua espansione a tutto il sistema dei servizi produttivi (sicché anche l’operaio industriale è oggi lavoratore immateriale). La radicalità di questa modificazione è estrema. Altrove abbiamo definito l’insieme della forza-lavoro nella sua dimensione di soggetto sfruttato nello sviluppo del capitale finanziario come un composto da individui “indebitati, mediatizzati, securizzati, rappresentati”. In questo quadro lo sfruttamento avviene assumendo la società come totalità, investe e sussume l’intera società. È uno sfruttamento estrattivo. La qualità estrattiva dello sfruttamento significa che l’analitica “temporale” (quella marxiana, per esempio) delle figure e delle quantità di pluslavoro e di plusvalore, dev’essere rivista e analizzata secondo nuovi criteri. È qui infatti che il capitale finanziario si segnala come potente agente di un’”estorsione” compatta e massificata di plusvalore, come mistificatore di ogni assemblaggio di lavoro cooperativo e infine – in tal modo – come forza estrattiva del comune. Nel concetto di “estrazione” si modifica quindi quello di “sfruttamento”. “Estrazione” significa appropriazione di plusvalore attraverso una continua scrematura dell’attività sociale, la riduzione delle singolarità che cooperano nella produzione sociale (e che così esprimono comune) ad una massa che ha perduto ogni controllo di se stessa ed ogni autodeterminazione, la trasformazione dell’imprenditorialità capitalista in una funzione ormai incapace di organizzare il lavoro, immersa nel gioco finanziario e solo attenta alle cedole azionarie. Il concetto marxiano di sfruttamento sembra così pateticamente lontano – nella sua insistenza sulla temporalità della giornata lavorativa e dello sfruttamento individuale che in essa si misura. Se non fosse che la massa esiste solo nella logica del capitale finanziario (come il popolo in quella dei sovrani). Mentre la vita sfruttata è singolare. Da questo punto di vista, dunque, le soggettività implicate in questo sviluppo del capitalismo, espropriate come massa, sfruttate come singolarità, avvertono che la frattura sociale, meglio, la scissione del concetto di capitale si è data in maniera ormai piena. Al punto in cui lo sviluppo capitalistico è stato spinto dall’azione neoliberale, una qualsiasi mediazione interna allo sviluppo capitalistico (anche se imposta dalla moltitudine dei lavoratori bisognosi, insomma comunque essa si presenti, qualsiasi sia la forma in cui le singolarità sono rinchiuse nella massa espropriata) – ogni mediazione, dunque, è stata rotta. Assistiamo all’azzeramento del politico, meglio, del valore della composizione politica del soggetto antagonista: in questa prospettiva “la politica” è solo considerata una mediazione – e questa non potrà certo darsi con gli “esclusi”.

Dobbiamo dunque concludere che la dialettica operaista che sempre teneva presente un rapporto antagonista tra sviluppo capitalistico e lotta di classe operaia e ad essa imputava ogni sviluppo, è terminata? È possibile, con tutta probabilità è avvenuto. Infatti la relazione delle singolarità che costituiscono moltitudine è divenuta del tutto intransitiva nel rapporto di capitale. Il neoliberalismo ci impone questa verità. La valorizzazione capitalista nasce infatti dal fatto che la moltitudine di singolarità è ridotta a massa – è resa “transitiva” in quanto capitale variabile ma non può più esprimersi come classe – neppure all’interno del capitale, come la dialettica “socialista” esigeva. Affermare questo non significa che la concezione marxiana dello sviluppo sia obsoleta o la metodologia operaista ormai desueta; significa solo che il metodo va innovato, che le “armi della critica” vanno adeguate alla nuova situazione complessiva e che “far politica oggi” è concetto che non può esser legittimato, per esempio, semplicemente dal ricorso all’inchiesta operaia – modulata sul couplet composizione tecnica e composizione politica – ma che i temi del potere e del contropotere, della guerra e della pace, del potere costituente e dell’insurrezione, insomma, del programma comunista, vanno riproposti – in prima linea.

Mi ripeto. Già da tempo è stato teorizzato che l’”uno si è diviso in due”. Questo significa che non c’è più misura fra capitale e soggetto sfruttato, antagonista, che non vi è più mediazione possibile. Vi può essere mediazione solo forzosa. Questo comporta crisi, inefficienze, limiti della forma politica del capitalismo oggi dominante, di quella “democratica” in particolare, sempre più evidenti. Se l’azione politica del primissimo e primo movimento operaio (tra l’’8-‘900) ha cercato alternativamente per la sua azione un modello riformista e/o uno insurrezionale; se la seconda grande epoca del movimento operaio – quella dell’operaio fordista – ha consolidato nella forma contrattuale (e riformista) il suo progetto, oggi non vi è più nulla di questo che possa essere nuovamente percorso. Alcuni autori hanno con grande intelligenza sottolineato che il capitalismo neoliberale ha perduto ogni caratteristica democratica da  quando le istituzioni  della democrazia non son più riuscite a trattare, ad incidere sulle questioni economiche – hanno cioè permesso al neoliberalismo di estrarle dalle regole della democrazia. È un altro modo di dire che l’”uno si è diviso in due”. La sovranità è stata allora tolta agli Stati-nazione per essere trasferita verso il potere globale dei “mercati”. Ma questa conclusione non conclude nulla, è essa stessa implicata nel processo della crisi e la estremizza piuttosto che risolverla. È ormai banalmente ripetuta dai più e finisce per mistificare l’impotenza dei soggetti e per vanificare le lotte contro il capitale finanziario.

Finora abbiamo visto come il concetto di composizione politica di classe operaia sia venuto meno, come sia stato azzerato dalla nuova figura dei movimenti finanziari e politici del capitale – e in ogni caso come esso non possa funzionare (la diciamo grossa) “ontologicamente”, e cioè nella realtà storica determinata: perché ormai privato di ogni transitività. “Come fare politica, oggi”, non significa dunque giocherellare fra composizione politica e tecnica ma ridefinire radicalmente che cos’è “politica”. Tra poco vedremo quale sia la fragilità dello stesso concetto di composizione tecnica. La metodologia classica dell’operaismo non funziona dunque più. Bisogna modificarla. E farlo tenendo presente che la nostra autocritica non significa che non ci possiamo più chiamare marxisti; forse significa che non ci chiameremo più post-operaisti; probabilmente ci diremo solo comunisti – alla nostra maniera, facendo del marxismo un dispositivo vivente per adeguarlo alla critica del nostro mondo. Per cominciare cioè ad uscire da quella condizione di azzeramento della politica.

Sulla questione del presupposto soggettivo dobbiamo quindi ora ritornare, armandoci di una nuova metodologia che lavori essenzialmente sulle maniere di far crescere, indipendentemente dal rapporto di capitale (non-transitivamente dunque), la nuova soggettività sociale sfruttata. In essa non saranno più riconoscibili composizione tecnica o composizione politica, conseguenti l’una dall’altra, ma piuttosto una composizione semplificata ed una consistenza reale che cercheremo ora qui di definire, descrivendo l’azione che è possibile, a questa soggettività, di produrre.

In primo luogo dobbiamo tener presente che quel soggetto separato, azzerato dal punto di vista politico, è comunque un soggetto che si è riappropriato di capitale fisso, in tutta la fase di trasformazione del capitalismo fra crisi dello Stato fiscale e consolidamento dello Stato del capitale finanziario. In che cosa consiste precisamente questa riappropriazione? Consiste specificatamente nel far proprie, nell’afferrare, nel rendere protesi corporee e mentali, linguistiche e/o affettive, cioè nel ricondurre alla propria singolarità alcune capacità che prima erano solo riconosciute proprie delle macchine con le quali si lavorava, e nell’incorporare queste caratteristiche macchiniche, farne attitudini e comportamenti primari dell’attività dei soggetti lavorativi. Nel distacco storico che si era affermato tra oggettività del comando (e del capitale costante) e soggettività della forza-lavoro (soggetta al capitale variabile) – si dà, da parte delle singolarità, una riconquista di capitale fisso, un’acquisizione irreversibile di elementi macchinici sottratti alla capacità valorizzante del capitale – per dirlo brutalmente, un furto continuato di elementi macchinici che arricchisce di capacità tecnica il soggetto, meglio, come si è detto che il soggetto lavorativo incorpora. Con ciò si mostra quanto il lavoro immateriale sia corporeo, della sua capacità di assorbire con rapidità e virtuosità stimoli e potenze macchiniche.

Ora, ogni riappropriazione è destituzione del comando capitalistico. Questo processo di appropriazione da parte dei lavoratori immateriali è infatti molto forte, efficace nel suo svilupparsi – esso determina crisi. Ma non si darebbe crisi se considerassimo che essa nasce spontaneamente dai processi di riappropriazione e di destituzione. Non è così. La crisi ha bisogno di uno scontro, di una realtà politica che si muova per la distruzione non più semplicemente del rapporto di sfruttamento ma della condizione forzosa che lo sostiene. In effetti quando si parla di riappropriazione da parte del soggetto antagonista, non si parla semplicemente della modificazione della qualità della forza-lavoro (che deriva dall’assorbimento di porzioni di capitale fisso), si parla essenzialmente della riappropriazione di quella cooperazione che nella ristrutturazione capitalista della produzione era stata incentivata e poi espropriata – e che rappresenta il dramma essenziale di questa fase critica. Quando si dice recupero di capitale fisso, riappropriazione – lungi dall’esprimersi in termini macchiati di economicismo – l’analisi entra piuttosto su quel terreno della cooperazione che è oggi regolato in termini biopolitici dal capitale: destituire il capitale di questa funzione significa recuperare alla forza-lavoro autonoma capacità di cooperazione. Ma poiché la società civile e la cooperazione produttiva sono oggi dominate dalle funzioni monetarie – e le funzioni monetarie fanno capo direttamente al capitale finanziario – riappropriazione di capitale fisso e destituzione del comando capitalistico sulla cooperazione ci portano immediatamente all’interno di quanto è oggi più decisivo nella struttura del comando capitalista: la sfera monetaria. Se qui si dessero significanti, sarebbero significanti che rivelano il comune. La moneta si incontra e si scontra con le caratteristiche comuni della cooperazione. E allora la resistenza, la lotta e l’autodeterminazione del soggetto lavorativo qui assumono immediatamente caratteristiche politiche, poiché si scontrano con le dimensioni finanziarie (monetarie) del controllo sociale. Il welfare è il terreno privilegiato di questo scontro.

In secondo luogo, oltre a destituire il comando sulla cooperazione e a incorporarsi parti di capitale fisso, la nuova forza-lavoro, ovvero quella classe politica antagonista, socialmente ricomposta nella cooperazione, si trova a costruire luoghi comuni. Forse li desidera, comunque vuole costruirli. Luogo comune: che cosa significa? Immediatamente, un senso di orientamento nel contesto proprio della mobilità e della flessibilità incorporate alla forza-lavoro (cooperante). E, in seconda battuta, che cosa sono dunque i luoghi comuni, meglio, gli insiemi istituzionali dentro ai quali il soggetto antagonista vuole riconoscersi? Si tratta essenzialmente di livelli strutturali dell’organizzazione dello stare insieme, spesso il contesto sociale della città, meglio della metropoli – come luogo di incontro e di costruzione comune di linguaggi e di affetti, come piena virtualità di associazioni produttive. La metropoli sta infatti diventando, sempre di più, il luogo dove la resistenza all’estrazione capitalista del plusvalore dall’attività comune ed allo sfruttamento delle singolarità moltitudinarie, è divenuta possibile – forse un luogo di desiderio. La metropoli è certo divenuta centrale nell’accumulazione capitalista perché lì, nella metropoli, l’intransitività del rapporto capitalista ha raggiunto il più alto livello di realizzazione e di espressione, e come tale va governato dal capitale. Ma d’altra parte la metropoli si è fatta eminentemente luogo di incontro e di riappropriazione proletarie. Ogni istanza di contro-potere non può prescindere da luoghi, da spazi nei quali svilupparsi, affermarsi, sostenersi. Se nel primo momento che abbiamo considerato (quello della riappropriazione di capitale fisso) la singolarità veniva nel medesimo tempo riconoscendosi nel comune – ed il comune (nel caso, l’insieme dei servizi di welfare) diveniva l’oggetto delle sue istanze di riappropriazione – se questo avviene nella metropoli, cioè a partire da moltitudini che vengono ricomponendosi e prendendo forma in luoghi comuni – lo scontro allora si definisce immediatamente come lotta di un proletariato moltitudinario contro il capitale finanziario. Qui l’azione moltitudinaria, volta a difendere, a ricostruire, ad appropriarsi del welfare, si incardina sulla riscoperta di soggettività attive, di quelle singolarità che costituiscono la moltitudine – perciò si esprime nella richiesta del diritto di cittadinanza – che è politicamente “diritto alla città”. Diritto cioè garanzia di godimento della città, di cooperazione nella città, di governo della città, di lavoro nella città. La questione del reddito garantito di ogni cittadino diviene quindi un elemento che integra questa costruzione del politico. E se la richiesta di reddito riconosce la funzione produttiva di ogni cittadino, non è tuttavia questa la cosa fondamentale: fondamentale è piuttosto che ogni singolarità (cioè ogni lavoratore ed ogni cittadino) trovi e fissi nella sua pretesa soggettiva al reddito, una domanda di potere politico adeguata alla costruzione della moltitudine. Reddito garantito e diritto alla città sono un solo obiettivo politico. Se nel primo luogo comune che abbiamo costruito, la singolarità moltitudinaria si realizzava nel comune (nel governo del welfare), qui il comune è moltitudinario e si esprime attraverso le singolarità (nel diritto soggettivo alla città, all’accesso al comune) – così si afferma la nuova maniera di far politica oggi.

Nel neoliberalismo, nello Stato consolidato della trasformazione del comando di capitale, il tessuto del comune è organizzato dalla moneta ed espropriato dalla Banca. È così che, procedendo dal basso, si propone per noi, per le nostre lotte di emancipazione sociale e di libertà, il tema Europa. Ricostruire l’orizzonte europeo significa dunque battersi per la riappropriazione del welfare e per l’ottenimento di un reddito di cittadinanza, eguale per tutti e più che decente, riconoscendo nella BCE il nemico da battere, il potere da spossessare. È qui che si da, a fronte degli attacchi dei “mercati” (quanto avvenuto nella crisi ce lo ha mostrato) un’occasione unica di spostare il discorso politico  dalle condizioni asfissianti del dibattito all’interno dei singoli Paesi-nazione ad una prospettiva rivoluzionaria. Ma di più – proprio se non si può tornare indietro (e la crisi lo ha dimostrato, e la sua soluzione lo affermerà ancora più duramente) l’Europa è un’occasione rivoluzionaria. Se non si può tornare indietro, occorre andare avanti – e per andare avanti c’è una sola strada: lottare, insistendo su welfare e reddito di cittadinanza, per rifondare quell’istanza democratica del comune che ci è stata strappata via dall’attuale governance europea, egemonizzata dal neoliberalismo. Il tema Europa si pone dunque direttamente contro la Banca, riconoscendo che la lotta moltitudinaria, la lotta del proletariato sociale contro la Banca non rinnega il processo di unificazione europea ed i risultati raggiunti (fra i quali la moneta unica) ma si pone piuttosto l’obiettivo del governo della moneta, della costruzione della moneta del comune. Questa è però solo una premessa, quasi un anticipo ideologico di un’azione comunista da riprogrammare.

Di nuovo chiediamoci dunque: perché l’Europa? Perché siamo “europeisti” anche dopo che del neoliberalismo abbiamo direttamente subito la repressione feroce, l’austerità orribile e ne abbiamo fatto l’oggetto del nostro odio? E dopo aver implicitamente riconosciuto che l’Europa rappresenta nel quadro istituzionale presente, il più completo esempio di consolidamento dello Stato neoliberale? All’interno della “sinistra” molti, la maggior parte di quelli che non aderiscono alla socialdemocrazia, ora (dopo aver a lungo lottato contro il processo di unificazione europea, duramente ammaestrati dalla crisi economica e avendo appreso che indietro non si torna) – ora, dunque pensano che la sola maniera di ricostruire l’Europa preveda la riformulazione del contratto costitutivo, da parte degli Stati-nazione europei, esigono dunque che questi si ricostruiscano come soggetti sovrani della contrattazione. Si tratterebbe di ritornare (temporaneamente?) agli Stati-nazione, di restaurare una sovranità nazionale (protetta dall’Europa dentro e contro la globalizzazione?) e così di riconquistare potere sulla moneta. E poi… poi si vedrà. Il sovranismo è duro a morire e ci sono ancora socialisti disponibili, fin dal 1914, a ripetersi nel difendere la sovranità nazionale oltre ogni vergognoso limite! Subordinatamente, in maniera più pacata, si sostiene la possibilità di riaprire un rapporto – quasi contrattuale – fra i vari Stati europei, quasi sovrani, dopo che essi abbiano riconquistato una maggiore autonomia sovrana – quelli che il fiscal compact e gli altri diabolici accordi monetari hanno eliminato:  insomma, di ricostruire l’Europa in due tempi. Uno, cancellazione degli accordi sulla BCE; due, ricomposizione attorno ad un accordo tipo Bretton Woods, dove a comandare sia un indipendente “Bancor” – moneta convenzionale che flessibilmente accompagni le diversità delle situazioni europee e guidi i movimenti di aggiustamento delle bilance e dei budget all’interno dei singoli paesi e fra tutti. Patetici progetti. Comunque ci riguardano solo parzialmente, come per definire uno sfondo. Per noi il problema non si risolve ritornando indietro: pensiamo infatti che l’Europa sia il contenente minimo per un’azione politica rivoluzionaria che si collochi nella globalizzazione. Lo spazio (proprio in seguito alla globalizzazione) è ritornato ad essere una dimensione politica essenziale, primaria. È solo costruendo e consolidando la forza di un ordinamento in uno spazio determinato fra soggetti che cooperano, che la legittimità (quella sovrana, certo, ma anche quella) rivoluzionaria, si afferma. Non c’è alternativa. L’Europa è questo spazio – dove il proletariato moltitudinario nel quale ci riconosciamo può insorgere, trasformando non lo spazio (anche quello, forse: ne parleranno altri) ma la struttura di potere che lo ordina. L’Europa e la moneta europea costituiscono un ambito di virtuale autonomia all’interno della mondializzazione. Senza l’Europa non vi è possibilità di governare, limitando la pressione immane dei mercati globali e dei poteri multinazionali. Europa è quella dimensione spaziale che rappresenta una possibilità di sopravvivenza politica e di azione autonoma delle moltitudini europee, a fronte della pressione delle forze sovrane, già assestate su dimensioni globali – configurantesi ormai come sezioni continentali del potere globale.

Quanto è avvenuto sulla scacchiera globale in quest’ultimo trentennio, dalla fine della guerra fredda, va fortemente sottolineato per chiarire che la proposta di una lotta che si proponga un progetto di democrazia radicale in Europa, è tutto tranne che un sogno. Se è vero, infatti, che la potenza dei mercati è immane, è altrettanto vero che il peso e i condizionamenti dell’alleanza e della subordinazione atlantica è divenuto, nella continuità, sempre più fragile e in prospettiva instabile. È dal declino della potenza americana che l’inizio del XXI secolo è stato caratterizzato – con due conseguenze maggiori. La prima è il conflitto latente fra USA e Cina – esso sta maturando ed ha una prima conseguenza che ci interessa: avere estraniato il potere americano dall’Europa e fatto registrare il forte indebolimento (da non sottovalutare) del potere americano, non solo in Europa ma sull’intera dimensione mediterranea. Gli USA non hanno mai voluto un’Europa unita, tranne come alleato durante la guerra fredda. Dopo la “caduta del muro” di Berlino hanno continuamente osteggiato l’unificazione e la Gran Bretagna ha sempre rappresentato il cavallo di Troia di questo sabotaggio. Ora la situazione è profondamente mutata e, all’indebolimento della leadership, si aggiunge per la Casa Bianca la necessità di sostenere più efficacemente gli interessi americani nel Pacifico e di costruire laggiù un fronte strategico per l’egemonia asiatica. Come si vede, la “provincializzazione di Europa” non porta solo guai! La seconda conseguenza è ben più importante: si lega allo sviluppo delle primavere arabe lungo il Mediterraneo e nel Medio Oriente (un vero 1848). Per ora sembra impossibile identificare una soluzione politica al conflitto fra moltitudini arabe e le strutture autoritarie (militari e/o plutocratiche) che le controllano e le stringono in una gabbia di miseria e ignoranza medievali. In quella situazione, la lotta di classe sta riprendendo i suoi diritti – naturalmente se di lotta di classe si parla nei termini in cui noi ne abbiamo fin qui parlato, come lotte di moltitudini di singolarità, come lotte che sono insieme di emancipazione dalla povertà e di liberazione dei soggetti. Il tema di un’Europa unita da un progetto di democrazia radicale-comunista trova nel movimento d’oltre Mediterraneo una sua base d’appoggio – anche il viceversa è da costruire.

In terzo luogo – o meglio, è questo il terzo presupposto che sta alla base del ragionamento sulla soggettività che abbiamo cominciato a sviluppare all’inizio di questo intervento (tanto tempo fa!) – si tratta di consolidare, anche noi, in istituzioni i movimenti fin qui descritti. Si tratta non solo di costruire contropoteri diffusi ma di coalizzarli per produrre potere costituente. Si tratta di ricomporre l’insieme delle forze plurali che lottano per il reddito e per la difesa/espansione del welfare, attorno ad un telos, ad una finalità comune. A noi sembra che quando si sia assistito alla lunga vicenda delle primavere arabe e delle insorgenze occupy (ed alle tragedie che stanno contrassegnando la pur indomabile – talora aperta, talora sotterranea – continuità delle prime ed al ristagno – sia pur talora potentemente riflessivo – che tocca le seconde) – bene, non si può allora non pensare – se ancora si possiede un minimo di responsabilità teorica, prima ancora che politica – alla necessità di un lavoro di costituzione di una forza che sappia – tutti insieme – affrontare il nemico. La consapevolezza di un passaggio strategico è stata probabilmente acquisita: sarà necessario costruire piattaforme che organizzino la continuità delle lotte e il loro progresso. Far divenire istituzione le lotte significa imprimere loro un telos, incorporato ad ogni momento organizzativo. Sia chiaro che dicendo questo non si intende parlare di “rifondazione” della “sinistra” (“rifondare” e “sinistra” sono state ridotte a parole di merda) né si allude a possibili rapporti con forze parlamentari della vecchia sinistra. Siamo comunisti, non abbiamo nulla a che fare con la socialdemocrazia nella quale riconosciamo una variante ideologica del dominio capitalista. Noi siamo un’altra cosa, e ci definiamo al di là del socialismo. Cominciamo dunque per ora a sviluppare in Europa coalizioni di forze in lotta, dentro l’Europa, contro la sua Costituzione e le politiche della Banca Centrale e cerchiamo di dare loro forma istituzionale. Come una volta dicevamo, nel costruire organizzazione: “chi non ha fatto inchiesta, non parla”, cominciamo a dire: “chi non ha costruito coalizione, in Europa non parli”. Questo è probabilmente un modo per far diventare tendenza, in Europa quelle forme nuove che la moltitudine insegna, di costruire ed occupare spazi liberati – perché moltitudine è moltitudine di soggettività che si ritrovano in uno spazio comune. Credo comunque che per qualificare la costruzione di coalizioni, in questa fase, sia sufficiente affermare un punto: la volontà di distruggere la proprietà privata, di dissolvere nel comune la proprietà pubblica e la sovranità che la colora, e di costruire e di gestire democraticamente il governo del comune.

Lo spazio europeo è allora, forse, un territorio privilegiato di sperimentazione moltitudinaria nella costruzione di istituzioni del comune. Lo dico con molta prudenza ma anche con molta speranza: perché è ben vero che l’Europa è stata provincializzata e che il proletariato europeo ha perduto la sua battaglia di emancipazione che per alcuni secoli aveva condotto contro l’impero neoliberale dal capitale…. e però gliene abbiamo dato tante ed abbiamo ancora la forza di dargliene.

[Questo testo rappresenta un tentativo di restituzione dell’attuale dibattito nelle reti transfemministequeer. Ne suggeriamo la lettura in vista della discussione di sabato 7 settembre su “Pratiche politiche del comune per un nuovo welfare”]

La crisi che investe le nostre vite si rivela sempre di più una ristrutturazione globale del capitalismo che investe anche la sovranità statuale, la rappresentanza e le forme tradizionali della politica, mostrando definitivamente l’inefficacia di qualunque velleità di lobbismo integrazionista lgbt o di emancipazionismo femminile.

In questa situazione, abbiamo sentito e continuiamo a sentire il bisogno di sviluppare pratiche di resistenza e di lotta e di creare reti e spazi comuni a partire dalla materialità delle vite e delle esperienze trans, femministe e queer,  dalla complessità e dalla molteplicità delle nostre collocazioni di genere e sessuali, e da come queste si intersecano con le dinamiche della produzione capitalista e con le altre linee di intersezione.

Sono molti gli elementi che ci spingono a credere che nelle lotte froce, trans e femministe uno sguardo sulla crisi sia indispensabile e che, specularmente, nelle lotte sociali contro il debito e per il diritto al reddito, gli aspetti biopolitici e sessuati delle dinamiche economiche debbano diventare centrali.

A partire da questi bisogni sono nati negli ultimi due anni dei percorsi per analizzare a fondo il nesso lavoro-affetto-sessualità-identità-pratica politica, partendo da una prospettiva che consideri i binarismi come dispositivi che sostengono l’eterosessualità normativa e stabilizzano l’attuale organizzazione sociale lungo le linee della razza e del sesso.

Dall’incontro di Milano Manovre ingen(d)erose (30 marzo 2012, spazio Zam) attraverso l’appuntamento bolognese Queering occupy! (5 maggio 2012, Bartleby) si sono moltiplicati gli intrecci, i dibatti e le lotte condivise fra numerosi gruppi queer e singol@ in giro per l’Italia, passando attraverso  la nascita del Sommovimento spontaneo nazio-anale di singolarità e gruppi queer, la Giornata di cospirazione puta-lesbo-trans-femminista-queer (15 dicembre 2012, Bartleby Bologna) e lo Sfamily day (25 maggio 2013, Casa internazionale delle donne, Roma), senza citare i seminari di autoformazione a Bologna, Roma, Padova e Torino, che ci portano alla prima Campeggia trans-femminista queer (28 agosto 2013, Salento).

Questo elenco di appuntamenti vuole restituire un dibattito vivo, diffuso, non riducibile alle poche righe di questo documento che prova a sintetizzarne i terreni più battuti, che per comodità abbiamo suddiviso in paragrafi, ma sono frammenti di analisi strettamente connesse tra loro, senza nessuna pretesa di organicità e aperti ad altri possibili intrecci.

Sulla condizione queer/precaria.

Un tempo si parlava di produzione e riproduzione. Ma nel postfordismo il lavoro affettivo – inteso come categoria che comprende non solo il lavoro di cura, di riproduzione e tutti i servizi alla persona, ma in generale come capacità relazionale, di costruire reti e comunità – ha assunto un ruolo paradigmatico in quanto componente di tutti i processi lavorativi. Non sono più le nostre braccia, i nostri cervelli e il nostro tempo ad essere messi a lavoro, ma la nostra intera soggettività. In questo contesto, mettere a punto pratiche di resistenza e di lotta che sottraggano al capitale le nostre eccedenze soggettive e le restituiscano alla cooperazione sociale, non è scontato e richiede uno sforzo collettivo di analisi e di invenzione.

Inoltre, la messa al lavoro (e a valore) della soggettività, dell’affettività e della capacità relazionale intensifica lo sfruttamento e diventa uno strumento per cooptarci più profondamente alla “causa” della produzione e alle logiche del mercato del lavoro.

Il blablabla sul «fattore donna» come volano della crescita e dello sviluppo e sul «diversity management» come strumento di inclusione sociale sono esempi di come ci si serva di noi per legittimare il sistema, concedendo briciole e lusinghe a qualcuna solo per schiacciare sempre più tutte/i nel ricatto della precarietà e del debito.

L’ansia generata dalla precarietà è in primo luogo un’ansia per la propria stessa sussistenza e per il deteriorarsi progressivo – in termini non solo economici – della qualità della propria vita.  In parte, però, la possiamo leggere anche come “sintomo di una paura, da parte di uomini e donne eterosessuali, di perdere il  ruolo sessuale e di genere che l’economia politica garantiva loro: potrò mantenere una famiglia? quando potrò sposarmi e fare un bambino?” (Loiacono, in corso di pubblicazione).

In altre parole, per Loiacono, “gran parte di ciò che il lavoratore e la lavoratrice fordista stanno perdendo ha a che fare con quel compromesso tra capitalismo e istituzioni eteropatriarcali nella cornice dello stato-nazione”, dal quale come queer siamo stat* – almeno fino ad un certo momento – esclus* per definizione. Come queer, avevamo imparato da tempo l’arte del fallimento (Halberstam 2011), avevamo sviluppato un diversa concezione del tempo di vita, non basata sulla traiettoria obbligata lavoro-matrimonio-figli e avevamo elaborato un diverso rapporto con il tempo, non più proiettato nel futuro ma centrato sul presente. In qualche modo, insomma, “eravamo già in un altro universo di senso, entro cui ‘tutti’ vengono ora sempre più ricacciati”.

Tuttavia un primo ciclo di lotte contro il lavoro precario pare chiuso a causa di una generalizzazione della precarietà. Emerge per tutte e tutti il problema di un reddito relativamente sganciato dal lavoro. Tematizzare la dimensione post-precaria/queer attuale a quale ricomposizione politica allude? Questo decentramento dalla sessualità all’affettività come modifica il significato delle nostre lotte?

Non solo dunque le soggettività queer hanno molto da dare in una discussione sulla crisi, ma questa situazione offre a tutte e tutti un’occasione per mettere in questione e ripensare le forme tradizionali di sessualità, relazione, affettività, attivismo e etica del lavoro.

Da tempo condividiamo uno spazio di autoriflessione non ideologica sulle nostre effettive pratiche d’amore, intimità e relazione, connesse con la necessità di mettere a forte critica modelli di welfare fondati su individuo/cittadino/famiglia per leggere invece le potenzialità di autorganizzazione sociale interne alle nostre reti affettive. Come tradurre in rivendicazione politica le nostre pratiche e i nostri desideri non conformi?

Organizzazione

Sentiamo forte l’esigenza di ripartire proprio da questa parola rimossa nell’ambito queer e quantomeno problematica nei movimenti: si tratta di (ri)pensare a forme di organizzazione che siano all’altezza della complessità delle vite queer e precarie, che tengano conto della irriducibilità di ognun* a un soggetto collettivo verticale/gerarchico, che possano includere collettivi, singol* attivist*, studios*, laboratori di sperimentazione politica; di inventare e valorizzare forme della politica che possano coesistere con le vite precarie, costruendo solidarietà, trasversalità e viralità delle lotte senza esigere militanza sacrificale, che siano in grado di potenziare l’agire di ognuna senza ridurlo a uniformità. Vorremmo riflettere su una politica fatta di dis/attaccamenti appassionati, che ricomponga la frammentazione senza pretesa di produrre soggetti molari unitari, che consenta di entrare, uscire, alternare il coinvolgimento, senza creare paranoia, identità ideologiche e passioni tristi.

Desideriamo partire dall’esplorazione di genealogie condivise di lotte biopolitiche queer e femministe: le lotte queer e il modello Act-up! che hanno costruito forme di rete mutualistica e di attivismo; le lotte del femminismo radicale degli anni Settanta, che hanno creato conflitto e costruito consultori, cliniche autogestite e rivendicato reddito.

Perché la posta in gioco è organizzare la “vita” stessa, non (ri)produrre strutture politiche organizzate di militanti organizzati. Affinché l’auto-organizzazione diventi realmente una forma di autogoverno non statuale, non mimetica della rappresentanza.

Partendo da pratiche politiche che non separano vita/militanza, ci troviamo a ragionare e costruire forme di organizzazione che attivino al tempo stesso reti politiche e reti di mutualismo. Crisi, mancanza di reddito, tagli al welfare hanno anche ricadute specifiche sulle soggettività queer che spesso sono ricacciate nelle nostre reti di mutuo aiuto. Possiamo ripensare a queste reti come base di una riorganizzazione politica?

Lavoro riproduttivo, affettivo, sessuale, biopolitico, del genere.

Una lettura materialista della sessualità come dispositivo di potere deve “andare oltre le persone identificabili come LGBTQ per confrontarsi con la specificità storica dell’investimento del capitale nelle formazioni della sessualità. La produzione di identità sessuali attraverso le quali costellazioni imprevedibili di desiderio, sapere e pratiche diventano concrete dentro a ben delimitati modelli di identità sessuale, è legata al modo in cui il capitale produce soggetti funzionali ai propri bisogni” (Wesling 2012, p. 107, tr. nostre).

Bisogna prendere seriamente in considerazione la nozione di affetto in relazione al lavoro, “bisogna distinguere il lavoro affettivamente necessario dal lavoro socialmente necessario, vale a dire dal minimo lavoro necessario al lavoratore/lavoratrice per riprodurre se stesso/a”. Nella formulazione di Wesling, il “lavoro affettivamente necessario” si riferisce a quella miriade di attività sociali che non rientrano nel lavoro produttivo ma vanno oltre la sussistenza e la riproduzione, tutte quelle attività che hanno lo scopo di dare al corpo piacere, benessere, soddisfazione del desiderio, e che dovremmo riconoscere come lavoro. Ad esempio, lo sonole performance quotidiane attraverso le quali i corpi diventano socialmente leggibili come “genderizzati” (che siano codificati come queer o etero)”. Ovvero, “la riproduzione obbligatoria del genere come performance va intesa come una forma di lavoro che produce valore, sia materiale che sociale” e “questo lavoro è valorizzabile nella misura in cui il soggetto genderizzato si sottomette “liberamente” all’imperativo di questo lavoro continuo e ne considera il prodotto – l’identità di genere – non come una imposizione dall’esterno ma come qualcosa che ha origine nella sua interiorità”. “L’esempio più ovvio di lavoro del genere – continua Wesling – è il lavoro femminile nelle relazioni affettive: fare figli, crescerli, accudire gli anziani, tutto il lavoro emozionale di mantenimento delle relazioni è una forma di lavoro non retribuito e nemmeno percepito come tale che però produce valore per il capitale. Ma queste sono solo le forme più ovvie del lavoro intrinseco a tutte le identità di genere e sessuali. (…) È proprio l’elemento affettivo che fa sì che queste performance sembrino spontanee, e che non vengano riconosciute come forme interiorizzate di assoggettamento che rendono leggibile ogni individuo come soggetto sociale” (ivi, p. 108-109).

Sono molte le donne, le lesbiche, le trans e le froce che vivono nella crisi uno stridente paradosso: molto spesso discriminate e invisibili, quando non sono estromesse dal mercato del lavoro, si ritrovano a essere ricercate e sfruttate nelle nuove forme del lavoro biopolitico proprio in quanto donne e froce. Veniamo as-soggettate e ci as-soggettiamo perché si dice che siamo più creative, più comunicative, più disposte all’ascolto e alla mediazione, che sappiamo presentarci meglio e sorridiamo di più.

In quanto gay e lesbiche, si presuppone che non abbiamo legami familiari che ci distolgano dalla dedizione al lavoro, mentre ci viene richiesto di estrarre plusvalore dalle nostre reti di relazioni per poi regalarlo al capitale.

In quanto donne veniamo trasfigurate (sia dalle pelose retoriche pari opportuniste di governo sia dal neoperbenismo femminile alla “Se non ora quando”) in icone sacrificali di madri e mogli in grado di conciliare eroicamente produzione e riproduzione, e contemporaneamente ci viene scaricato integralmente sulle spalle il peso dello smantellamento del welfare, che porta con sé un inasprimento della gerarchizzazione tra donne native e migranti nel lavoro di cura.

In quanto trans mtf siamo ancora estromesse/i dal lavoro o incluse/i in ruoli ipersessualizzati.

Ma se è vero che il lavoro affettivo negli ultimi venticinque anni ha assunto un ruolo paradigmatico in quanto componente di tutti i processi lavorativi nel postfordismo; e se è vero che il lavoro affettivo è stato svolto gratuitamente per secoli dalle donne, e che oggi viene svolto in condizioni non solo precarie ma spesso anche servili dalle donne migranti, allora diventa sempre più urgente l’irruzione non solo di una parola frocia e femminista nel dibattito sulle trasformazioni del lavoro, ma anche e soprattutto di una pratica frocia e femminista nelle lotte “contro” il lavoro.”

Autoinchiesta e sciopero dai generi.

Negli scioperi generalizzati di quest’ultimo anno, soprattutto in Spagna, abbiamo sentito risuonare la forza dello “sciopero dai generi”. Ci siamo chiest* cosa accadrebbe se, dentro ai mille rivoli della precarietà diffusa in cui è frammentato il lavoro, dentro al lavoro sessuale, al lavoro di cura retribuito e non, praticassimo uno sciopero dai generi, cioè uno sciopero da tutte le aspettative, ripetizioni, atti, ruoli con cui quotidianamente (ri)produciamo l’ordine costituito dei generi e con esso l’ordine costituito tout court.

Come suggeriva il “Manifesto per l’insurrezione puta-lesbo-trans-femminista” diffuso nel 2010 da numerosi collettivi spagnoli, infatti, è arrivato il momento di interrogarci sul fatto che se tutti e tutte nella vita di ogni giorno produciamo continuamente genere, sarebbe meglio che producessimo libertà.

Lo sciopero dai generi non è solo un momento puntuale e simultaneo di sottrazione come lo sciopero tradizionale. E’ piuttosto un processo di auto-inchiesta su come le nostre identità e soggettività vengono catturate e svuotate dai processi di valorizzazione capitalistica, e un modo per rivendicare un valore queer eccedente il concetto di valore capitalistico. Da qui la rivendicazione di un reddito universale incondizionato come reddito di autodeterminazione.

Reddito, welfare dal basso, neomutualismo.

Mai come ora è necessario rivendicare, oltre ai diritti civili e alla legittimità delle nostre relazioni affettive nelle loro molteplici forme, diritti sociali e reddito di autodeterminazione per tutt*. Reddito per sottrarsi alla dipendenza dalla famiglia, al ricatto della precarietà che ci impedisce di vivere apertamente la nostra sessualità, o alla dedizione riconoscente allo spirito gay friendly dell’impresa che eventualmente ci dà lavoro.

Mai come oggi è necessario riappropriarci e redistribuire la ricchezza culturale, sociale e materiale che tutt* produciamo, sottraendola ai meccanismi di mercato e alle politiche di diversity management che mettono a valore le nostre differenze, riducendole a stereotipi, stili di vita, nicchie di consumo, svuotandole della loro favolosità.

Le pratiche di azione diretta di Act-up!, che nella lotta contro le Big Pharma avevano istituito cellule autogestite di assistenza e ricerca su HIV/AIDS che lavoravano efficacemente in rete transnazionale, in un momento storico in cui né questo né le sue vittime interessavano ai governi, e quelle del femminismo radicale degli anni Settanta, che hanno istituito cliniche per l’aborto “illegali”, consultori autogestiti e asili nido nelle fabbriche per imporre una riorganizzazione dei tempi di lavoro, sono state forme di organizzazione bio-politica che non si consideravano distinte dalla “vita” e che sapevano e hanno costruito potenti esperienze di welfare dal basso.

In un momento in cui il ricatto del debito e i tagli alla spesa pubblica incidono anche sui consultori sulla salute sessuale e sui consultori trans, e in generale sulle scarse risorse pubbliche dedicate a un welfare non generalista, è necessario combattere la retorica dell’austerity e il ricatto del debito come senso di colpa, ma anche costruire reti queer incarnate nella materialità di bisogni che non erano certo al centro del welfare universalistico modellato sulla famiglia etero. L’esempio dei consultori diventa così paradigmatico: immaginare e provare a creare una consultori@ transfemministaqueer, implica riattivare un discorso situato su sessualità e autodeterminazione, ripensare il welfare e le istituzioni del comune, praticare forme di autoorganizzazione che spostino l’asse dalla sanità alla salute e al benessere sociale.

Smontare l’omonazionalismo verso l’intersezionalità delle lotte.

Nel caso italiano il potere non può riappropriarsi positivamente del discorso LGBT, poiché praticamente nessun diritto è stato giuridicamente acquisito. Apparentemente, quindi, la categoria di omonazionalismo non può essere applicata.

Tuttavia, la lunga vicenda della fantomatica legge contro l’omofobia, oltre ad oscurare le vite e le politiche queer dietro a una richiesta di inasprimento delle pene per reati d’odio, è diventata strumento di strategie omonazionaliste e di pinkwashing. In analogia con quanto accaduto sulla questione della violenza contro le donne, che è stata oggetto nel 2007 di strumentalizzazioni razziste respinte politicamente dal movimento lesbo femminista, il discorso di condanna della violenza omofobica, spesso ridotto a condanna generica della violenza, ha consentito negli ultimi dieci anni  alla totalità delle forze politiche, compresi partiti di destra e gruppi neofascisti, di essere solidali e di appropriarsi della vittimizzazione omosessuale allo scopo di legittimarsi come “democratiche”.

Ad esempio lo scorso anno la ministra Fornero, per far passare un’ulteriore tassello della riforma neoliberista della legislazione sul lavoro, a seguito del suicidio di un ragazzo a Roma, ha  annunciato una campagna nazionale contro l’omofobia, dicendo che era una questione di civiltà approvare al più presto una legge contro l’omofobia. Questa idea di civiltà, di progresso e di modernità che si identificano con il Nord, questa retorica dello “stare al passo con l’Europa” è la stessa che sostiene le peggiori “riforme” neoliberiste.

E’ infatti ormai in corso anche in Italia, il tentativo di arruolamento di donne, gay e lesbiche e delle loro battaglie all’interno di un discorso nazionale/lista. In questa cornice la rivendicazione di diritti o di visibilità viene predicata sulla base di una rivendicazione di cittadinanza e di italianità. La disparità di trattamento dei cittadini omosessuali e dei cittadini eterosessuali andrebbe contro il principio di uguaglianza su cui si basa la cittadinanza come nozione politico-giuridica. Ma in un momento in cui, in Italia come in tutta Europa, la cittadinanza è diventata  strumento di esclusione/inclusione differenziale dei e delle migranti, questa rivendicazione di cittadinanza è una rivendicazione di un privilegio, e implicitamente anche una rivendicazione di bianchezza.

La bianchezza è inestricabilmente legata alla classe: come i migranti possono accedere a qualche briciola di bianchezza rivendicando per sé l’immagine dell’immigrato-che-lavora, gay e lesbiche “italiani doc” possono rivendicare il loro posto nella nazione in nome della loro performance di rispettabilità, fatta di dedizione al consumo e al lavoro.

 

Riferimenti

Judith Halberstam (2011), The Queer Art of Failure, Durham, Duke University Press (tr. it. dell’introduzione in Maschilità senza uomini. Saggi scelti, a cura di Federica Frabetti, Pisa, ETS, 2010, pp. 155-73)

Cristian Lo Iacono (in press), «Flexiqueerity». Per la critica dell’economia politica degli affetti queer

Meg Wesling (2012), “Queer Value”, GLQ: A Journal of Lesbian and Gay Studies, 18(1):107-125

1. Guardare all’Europa e alla crisi del dogma neoliberista dalla sponda sud, dall’orizzonte mediterraneo, è quanto qui cercherò di fare. Va da sé che dinanzi a questo orizzonte se ne dischiudono altri. Fra tutti: quello che interpella i movimenti europei se non i loro limiti, laddove la crisi finanziaria del 2007-08 e la recessione globale che ne è scaturita dovrebbero essere le condizioni ideali, da sempre desiderate, per costruire una società altra, dentro e oltre il comando e il dominio capitalistico. Per contro, ci troviamo in un vicolo cieco: dove le lotte sviluppatesi in varie realtà nazionali del Mediterraneo, seppur efficaci e radicali, non sono state in grado di superare l’ambito nazionale. Allo stesso modo, con una tensione certo diffusiva, gli appuntamenti dei movimenti europei, di fatto, sono stati il prodotto di iniziative e reti nazionali con proiezioni a livello europeo. E tuttavia non riescono a oltrepassarne i confini organizzativi. La logica inevitabilmente va rovesciata e decentralizzata. Come fare a partire dall’Europa per arrivare al nazionale? E poi: come provincializzare le lotte europee, quando “il comando finanziario si è centralizzato a livello europeo nella banca centrale”? Sandro Mezzadra indicava appunto come “un processo destituente/costituente europeo” possa costituire un “orizzonte di uscita dalla crisi con nuove politiche di welfare, reddito, e libertà di movimento”, a partire proprio da “una nuova relazione con l’est e il sud”. Hic Rhodus, hic salta: questa è la scommessa.

2. Quanto vado scrivendo non sarebbe stato possibile senza il confronto con le compagne e i compagni dello Zero81 di Napoli, i seminari della rete “Orizzonti meridiani” e le conversazioni con Giso Amendola e Sandro Mezzadra. In queste occasioni abbiamo tentato di interpellare, in maniera più consapevole che in passato, il Sud Europa come luogo discorsivo, topos storico-politico e spazio in cui sperimentare modelli di sviluppo e di governance dell’emergenza, demarcate da politiche neoliberiste in tutte le modulazioni possibili.

E’ stato il vento delle ribellioni del Maghreb e del Mashreq, da una parte, e l’eco delle rivolte greche e degli indignados spagnoli dall’altra, a sospingerci nel costituire luoghi e reti in cui tradurre quelle tensioni. Un “effetto sponda” che dal 2010 infiamma il Mediterraneo. Mentre si placa su una sponda, riappare su un’altra. Eccetto che in Italia, attenzione. La domanda di democrazia radicale, la difesa di uno spazio comune, la redistribuzione della ricchezza sono state le istanze di una composizione di queste rivolte molto simile a quella delle piazze europee contro l’austerity, vale a dire, una forza lavoro giovane, ad alta scolarizzazione e precaria o disoccupata, la cui mobilità e possibilità di fuga è continuamente ingabbiata dalla Fortezza Europa. Si badi che le politiche di austerity, omogenee nelle direttive, sulla base di una politica fiscale comune fondata sull’ideologia del “fiscal compact” di imposizione tedesca, provocano invece lo sviluppo di realtà economiche nazionali. Oltremodo vale qui la scommessa di capovolgere l’azione dal piano europeo al livello nazionale.

3. Con Gramsci sappiamo che il modo di leggere la realtà, il “senso comune” si istruisce all’interno di “formazioni sociali” ove “differenti articolazioni di istanze economiche, politiche e ideologiche” si “rispecchiano reciprocamente” (per dirla con Althusser, si “surdeterminano reciprocamente”). E dunque il Sud Europa diviene “oggetto”, calco per l’astrazione concettuale di termini quali civiltà, modernità, sviluppo. D’altro canto la crisi finanziaria non fa che rinfocolare le semplificazioni, gli stereotipi, le distanze, l’adozione di modelli binari e storicisti. E’ un eccellente misuratore del grado di populismo e nazionalismo il dibattito pubblico dei politici e del mainstream tedeschi. Vi possiamo osservare appunto quei dispositivi di specchi in cui si riflettono – come nota Marco Bascetta – da una parte sentimenti antitedeschi con posizioni che imputano “agli interessi particolari della politica economica tedesca e all’arroganza del governo di Berlino l’aggravarsi della crisi nell’area mediterranea e la pesantezza delle sue conseguenze sociali”; e dall’altra le accuse rivolte agli “spendaccioni meridionali, a coloro che vivono al di sopra dei propri mezzi che sono la principale causa della crisi dell’eurozona e della sua moneta, nonché di mettere le mani nelle tasche dei risparmiatori tedeschi” (Bascetta 2013). Ancor più nell’imminenza delle elezioni tedesche s’inverano questi meccanismi riconducibili a quel supplemento, sempre in eccesso rispetto agli stereotipi e ai cliché, che è l’orientalismo. Per dirla con Said: l’esame delle innumerevoli modalità con cui una parte del mondo ne immagina un’altra per dominarla, dando vita a un tipo di analisi culturale in chiave geografica, dove la frammentazione interna dell’Europa lascia affiorare un significante pienamente coloniale.

La carrellata di stereotipi e paternalismi verso i meridionali è tanto antica quanto ridondante. Eppure negli ultimi anni si va assistendo a un revival da parte dei “sacerdoti” dell’austerità: Elsa Fornero, nel rispondere a una precaria sul tema del reddito e degli ammortizzatori sociali, ha esordito che “l’Italia è un Paese ricco di contraddizioni, che ha il sole per 9 mesi l’anno e che con un reddito base la gente si adagerebbe, si sederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”.  Mentre Mario Monti ha incitato il Sud a “cambiare mentalità”. Sono entrambe esortazioni con una retorica che tende a marcare una mentalità superiore rispetto a una inferiore. Analogamente, il paternalismo montiano presta il destro a un’altra retorica, ormai scontata: quella di una visione dicotomica dell’Europa, la superiorità del Nord rispetto al Sud dell’Europa. Un Nord, guidato dalla Germania della Bundesbank, che tutto sommato tiene testa alla crisi, e i paesi dell’Europa mediterranea che questa crisi non la stanno solo subendo, ma ne sono considerati responsabili o corresponsabili. Sono i PIIGS: Portogallo, Italia, Irlanda[1], Spagna e Grecia, con quell’assonanza esplicita, più che casuale, con il termine inglese porci: i maiali d’Europa e dunque sporchi, ripugnanti, oziosi. Debito pubblico alle stelle, mancato rispetto dei parametri fiscali e monetari, scarsa produttività e blocco della crescita, tutto all’insegna dello sperpero e della cattiva gestione politico-finanziaria: “questa la sporcizia che si annida in Portogallo, Italia, Grecia e Spagna. La causa è da ricondurre all’indolenza mediterranea, al vivere al di sopra delle proprie possibilità, alla corruzione, alla mancanza di regole, all’assenza di quell’etica del rigore e degli affari, della morigeratezza e del lavoro che già Max Weber poneva come condizione sine qua non del capitalismo” (Curcio 2012).

Negli ultimi mesi, il dibattito pubblico tedesco è stato fomentato dall’incalzare delle formazioni anti-euro, così che discorsi e modelli hanno ripreso il proprio frame “igienizzante” se non terrorizzante nei confronti del Sud Europa: al “risanamento del debito” ha fatto da eco il divieto di acquisto di titoli italiani, spagnoli e greci quando non il pericolo di una “bomba ellenica” sull’economia tedesca, di corruzione e di eccessive spese a fronte delle regioni laboriose, oculate e virtuose del Nord Europa. E, d’altro canto, se non è che la costituzione politica dell’Europa vada sempre più modellando sulle scelte berlinesi, in una sorta di prussianesimo aggiornato, poco ci manca. Di certo, la politica europea è una plastica emanazione degli indirizzi dei mercati e della Troika, di quella che Etienne Balibar ha definito “dittatura commissaria” (Balibar 2013). In punta di fioretto è stata la posizione tenuta da IlSole24Ore nei mesi scorsi: prima, ha accusato la Bundesbank di avvantaggiarsi sul Sud Europa, usando come leva l’inflazione per svalutare l’euro; poi, ha versato lacrime amare dinanzi al miglioramento dell’occupazione tedesca anche grazie all’emigrazione italiana, “frutto di un lavoro ai fianchi” delle “aziende tedesche” che “da mesi corteggiano i professionisti italiani, gli operai specializzati, i tecnici e i ricercatori universitari” (Il Sole 24 Ore 2013). Eppure il pericolo di un nazionalismo tedesco e dell’avanzata del partito per l’uscita dall’Eurozona di Grecia, Cipro, Portogallo, Spagna e Italia ha fatto mutare la posizione del quotidiano di Confindustria e anche del governo Letta, a favore della linea intransigente e di un capitalismo italiano subalterno all’economia tedesca piuttosto che al modello statunitense.

L’archivio delle invettive potrebbe ampliarsi a dismisura contrappuntandosi fra tensioni paternalistiche verso il Sud Europa ed esempi virtuosi identificati nel modello di accumulazione tedesco. E’ pur vero, però, che l’uscita dalla crisi è assai discutibile che possa essere conseguita attraverso l’adeguamento a un modello precostituito. Ancor più̀ che le politiche neoliberiste non sonò state in grado non solo di prevenire, ma “neanche di arginare l’evoluzione della crisi e i suoi effetti più devastanti”. Così come l’inasprirsi delle politiche di austerità non interrompe la spirale del debito pubblico, la moltiplicazione della rendita e “la recessione di cui non si vede la fine, malgrado la ricorrente, e ricorrentemente smentita, annunciazione della ripresa.”

La funzione di questi discorsi, quindi, pare che serva a mantenere ben saldo il comando politico, benché eserciti il proprio potere su una polveriera, ricostituendo forme di controllo giuridico sul modello tedesco e favorendo la colonizzazione di nuovi terreni di accumulazione alle condizioni della dittatura finanziaria, per l’appunto. Nondimeno, come nota Bascetta, converrebbe guardare con attenzione al modello tedesco e all’orientalismo di cui si alimenta  e ancor di più alla sua imitazione nel resto d’Europa, esaminando le contraddizioni, i costi sociali, tracciando “la mappa dei perdenti e dei vincenti, degli esclusi e degli integrati, piuttosto che rimanere estasiati di fronte all’exemplum virtutis berlinese o strepitare contro la presunta aggressività genetica del ‘popolo germanico’ ”.

4. D’altro canto andrebbero indagate anche quelle forme che potremmo chiamare come “orientalismo al contrario”: vale a dire, quei meccanismi di auto-razzismo o di auto-ghettizzazione che nei linguaggi e nei discorsi pubblici vengono introdotti per identificare uno o più modelli (politico, economico, giuridico, sociale e culturale) quali esempi cui ispirarsi e, allo stesso tempo, quali modelli su cui lasciar specchiare le società del Sud Europa. Sono appunto quelle forme da cui attinge materiale il “dispositivo Saviano”. Clientele, ruberie, corruzione, parassitismo, “nullafacenza”, criminalità ecc. divengono descrizioni morali che le popolazioni meridionali hanno ormai fatto proprie, incarnandole come incubi atavici, aspetti consustanziali delle società del Sud. Come se questi aspetti non appartengano, invece, all’organizzazione del capitalismo finanziario e del processo politico stesso, volto a conservare lo stato di cose presenti, i rapporti di forza e le gerarchie sociali. Allargando lo spettro oltre al Sud Europa, la corruzione, l’intreccio politica-affari, i sistematici rapporti di scambio (politico ed economico) non sono anomalie o devianze ma strumenti di governo. Il che spiega, fra l’altro, il giustizialismo di Travaglio quando non il leit motiv dell’antipolitica di Grillo & Co. E, per altri versi, spiega la comparsa di “mantra” quali i “governi tecnici”, i “tecnici di alto profilo”, ossia l’azione del “governo-chirurgo sul cancro-popolazione”.

Propongo un’ipotesi in merito alle forme di auto-inferiorizzazione, lasciandomi aiutare dall’analisi di Gramsci sull’“intellettuale meridionale”: formatosi alla scuola crociana funge da “miglior agente del capitalismo industriale italiano”, esercitando “egemonia” proprio tra le “popolazioni” del Mezzogiorno, poiché da “burocrate” amministra il potere locale e da “giornalista” indirizza l’“opinione pubblica”. Scrive Gramsci: “Il ceto di intellettuali riceve un’aspra avversione per il contadino lavoratore, considerato come macchina da lavoro che deve esser smunta fino all’osso e che può essere sostituita facilmente data la superpopolazione lavoratrice: ricavano anche il sentimento atavico e istintivo della folle paura del contadino e delle sue violenze distruggitrici e quindi un abito di ipocrisia raffinata e una raffinatissima arte di ingannare e addomesticare le masse contadine… Il suo unico scopo è di conservare lo statu quo. Nel suo interno non esiste nessuna luce intellettuale, nessun programma, nessuna spinta a miglioramenti e progressi” (Gramsci 1974, pp. 150-153). Mi pare che questo tipo di mentalità e questo modello di intellettuale ancor oggi partecipi a pieno titolo della formazione del processo politico e del discorso pubblico nel Sud Italia.

5. All’analisi dei cliché delle rappresentazioni segue la critica dell’economia politica capitalistica. Qui, sia il metodo che le domande della ricerca di Luciano Ferrari Bravo e Alessandro Serafini (in Stato e sottosviluppo. Il caso del Mezzogiorno d’Italia) ci istradano proprio nell’analisi di tutta una serie di discorsi prodotti negli ultimi anni della crisi riguardo al Sud Europa. Vale a dire: se il Mezzogiorno e il sud Europa esistano e come realtà omogenee e come oggetto nelle forme di una “questione meridionale”; quali sono i modelli di sviluppo delle “politiche regionali comunitarie” e qual è stata la funzione dei “Fondi strutturali” negli ultimi venti anni progettati dall’Unione Europea.

In un articolo raccolto in un volume di prossima pubblicazione a cura di Orizzonti Meridiani, Ugo Rossi coglie perfettamente senso, funzioni e limiti della “politica regionale comunitaria”.  Vale leggere per intero quanto scrive:

“una spinta fondamentale all’emergente protagonismo dei paesi dell’Europa meridionale viene dalla costituzione dell’Unione Europea e in particolare dal rilancio della ‘politica regionale comunitaria’ dopo la riforma dei Fondi Strutturali voluta dal Commissario Jacques Delors alla fine degli anni Ottanta. Fino all’allargamento dell’Unione Europea ai paesi dell’Est, le regioni svantaggiate dell’Europa meridionale sono state le principali destinatarie dei fondi europei per lo sviluppo regionale. Per utilizzare la terminologia di Harvey, i Fondi Strutturali sono stati utilizzati per sostenere principalmente il circuito secondario del capitale (investimenti nell’ambiente fisico e in infrastrutture) e quello terziario (investimenti nell’economia della conoscenza). L’obiettivo all’origine del rilancio della politica regionale comunitaria era quello di perseguire il progetto di costituzione dell’Europa meridionale e delle altre regioni svantaggiate come mosaico di territori capaci di competere autonomamente nella globalizzazione. Il fine dei Fondi Strutturali, pertanto, non era e non è tuttora il riequilibrio economico-territoriale tra regioni ricche e regioni svantaggiate, come nelle politiche regionali di epoca keynesiana, ma il rafforzamento della competizione interregionale in un ambiente competitivo come quello della globalizzazione. Per realizzare quest’obiettivo, ai Fondi Strutturali è stato associato un processo di “governamentalizzazione” delle regioni destinatarie dei finanziamenti, che si sono trovate a essere iscritte in meccanismi sempre più sofisticati e standardizzati – seppur spesso fallaci nel funzionamento concreto – di valutazione e responsabilizzazione dell’azione di governo, in linea con i principi della governamentalità neoliberale. Nelle regioni economicamente più deboli, tale sistema ha alimentato la formazione di un nuovo ceto locale di amministratori e tecnocrati specializzati nell’intermediazione con le istituzioni comunitarie e le agenzie nazionali di sviluppo. A dispetto della mobilitazione di tale apparato di tecnocrati ed esperti di governance dello sviluppo regionale, peraltro il più delle volte di qualità mediocre e direttamente controllato dalla classe politica locale per finalità clientelari, le politiche comunitarie hanno evidenziato in genere un debole coinvolgimento dei cittadini. In tal senso, si può concludere facendo notare come il ventennio finora trascorso di -politica regionale comunitaria rappresenti un’occasione sprecata per il sostegno alla formazione di un senso di cittadinanza autenticamente europeo; un obiettivo incessantemente evocato, per lo più in chiave retorica o comunque idealistica, dalle élites europee, ma nei fatti sacrificato nel nome della competizione tra regioni e città” (Rossi, in corso di stampa).

6. Eppure la gestione della crisi ha spazzato via proprio quelle caratteristiche tipiche della governance che applicata in differenti campi – dall’economico al politico, dal sociale al manageriale – appariva come un toccasana delle relazioni politiche e negoziali, a livello periferico e subnazionale, improntate sui dogmi neoliberali per aderire alla complessità delle società contemporanee. L’articolazione delle sedi e la moltiplicazione degli interlocutori coinvolti nei processi decisionali si contrapponeva alla natura verticale e centralistica del governo dello stato. Ad esempio, la governance subnazionale rappresentata dai poteri sempre maggiori conferiti a regioni, province, comuni, municipi, con articolazione sempre più capillare sul territorio, oggi, sull’altare del “patto di stabilità” e del “fiscal compact” è sottoposto a un rigido controllo dall’alto, riallineandone così il comando alle strette decisioni verticistiche.

Poco male, poiché al netto delle misure di austerità gli enti locali vanno battendo altre direttrici per il proprio sostentamento: la dismissione e/o la cartolarizzazione del patrimonio pubblico, lasciando non tanto tautologicamente quanto materialmente, coincidere il pubblico con il privato ha chiuso un cerchio in cui la rendita e la finanza dettano legge. Nuove forme di estrattivismo che passano dai beni pubblici e dallo sfruttamento delle risorse comuni (ambiente, territorio, comunità, ecc.) rilasciano il loro amaro sapore di una accumulazione originaria sulla ricchezza sociale. In altri casi, tra disoccupazione, “sottosviluppo” e ingovernabilità, nelle regioni meridionali assistiamo alla riproposizione del laissez faire laissez passer verso il capitale industriale e/o le organizzazioni criminali per l’uso inquinante dei territori e lo sfruttamento della forza lavoro a basso costo. Tra gli altri: il caso Fiat di Melfi e Pomigliano; l’Ilva di Taranto; l’estrazione petrolifera in Basilicata; l’installazione di discariche e di impianti energetici inquinanti. Sono casi in cui il capitale industriale, finanziario ed estrattivo ha mano libera sulla società: un controllo e uno sfruttamento biopolitico della società o, in altri termini, una “sussunzione reale della società nel capitale” (M. Hardt, A. Negri, 1995).

7. La crisi intensifica l’uso di dispositivi di controllo e di dominio quali quelli dell’orientalismo, della razzializzazione, della essenzializzazione nei confronti delle regioni meridionali dell’Europa. E tuttavia un dispositivo è tale anche e soprattutto per la sua reversibilità, il capovolgere l’ordine discorsivo dominante. Laddove la governance ha ceduto alla verticalizzazione delle decisioni e nuove forme di accumulazione e di estrattivismo devastano il tessuto sociale, economico e ambientale, in una sorta di sfruttamento dei settori secondari e terziari, le mosse di sottrazione messe in campo dai movimenti segnalano altri modelli di sviluppo e una produzione di comune. Nel senso di singolarità che si legano in termini biopolitici e danno vita a nuovi legami organizzativi, fondati sulla prossimità e sul fare comunità, riappropriandosi dei beni pubblici, di quel patrimonio che viene dismesso e da cui si estraggono nuove accumulazioni. Insomma quel pubblico-privato tutto dentro la rendita e la finanza. La riappropriazione sul piano della riproduzione e della produzione di reddito dà vita a condotte e costruzione di altri modelli. Sono i casi dei movimenti del diritto all’abitare, della difesa dell’ambiente e dei beni comuni (ad esempio: il movimento contro la costruzione della centrale biogas nell’alto casertano; i comitati di cittadini per un altro modello di sviluppo di Taranto; il movimento No MUOS in Sicilia; le reti regionali per la salute e l’ambiente, ecc.).

Tuttavia occorre esercitare una politica della traduzione delle lotte lungo le varie sponde del Mediterraneo per rompere l’Europa neoliberista. L’incapacità di generalizzare il conflitto, di certo, è causata dalla gabbia nazionale che le organizzazioni di movimenti continuano ad adoperare. Forse varrebbe provincializzare il discorso europeo, cioè muovere dalle periferie per costruire reti fra i movimenti del Sud Europa intorno a una piattaforma puntuale: con nuove politiche di welfare, reddito e libertà di movimento. E, da qui, curvare i dispositivi di comando e puntare dritto ai regimi di austerità e alle politiche neoliberiste. Si badi: non basta più la solidarietà internazionalista. Andrebbe osata l’organizzazione di quell’“effetto sponda” che negli ultimi anni è riverberato nel Mediterraneo, senza scuotere però la sponda italiana, dove vigono forti le briglie di dimensioni organizzative con radici e particolarità nazionali, grumi di esperienze che ripropongono molto spesso strumenti non all’altezza dell’attacco del capitale finanziario. Anche queste andrebbero forzate, allargate, provincializzate, superando i limiti che, come ferite aperte, segnano l’organizzazione dei movimenti in Italia, magari cedendo talvolta a scorciatoie elettorali e altre volte a opzioni estemporanee dal sapore riformistico. Non vi sono espedienti: l’identità e la progettualità del piano transnazionale è una indicazione strategica che emerge dalle lotte contro la povertà e la precarietà, per la libertà di movimento, e dalla nuova composizione del lavoro.

L’organizzazione dell’“effetto sponda” nel Mediterraneo passa dall’esempio d’ibridazione e di organizzazione comune della piazza Taksim così come dalla domanda di democrazia radicale e di distribuzione della ricchezza delle lotte tunisine. E, non in ultimo, l’“effetto sponda” va illuminato per tempo, anticipando quanto andrà tragicamente verificandosi se alla minaccia di Obama ad Assad farà seguito l’intervento militare con l’appoggio al fronte ribelle, tanto frammentato quanto influenzato dal fondamentalismo, per cui all’orizzonte si prefigura una ben maggiore destabilizzazione della regione mediorientale. La possibile guerra in Siria non ha affatto una perimetrazione regionale. Occorre chiedersi, quindi, quali saranno le conseguenze nella geografia politica della crisi economica. Vero è che da una parte il precedente della Libia, tutt’altro che chiuso, dall’altra parte l’uso della crisi ad opera del capitale lungo le varie sponde del Mediterraneo per svalorizzare il lavoro, inasprire i meccanismi d’indebitamento e battere nuovi sentieri dell’accumulazione, ci impongono di guardare a un’Europa dei movimenti con la testa ben protesa verso sud.

Bibliografia

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Merkel: l’Italia è in una situazione atipica e difficile. In Germania il partito anti-euro guadagna consensi, in “Il Sole 24 Ore”, 22 aprile 2013.

S. Mezzadra, Avventure mediterranee della libertà, in Libeccio d’oltremare. Come il vento delle rivoluzione del Nord Africa può cambiare l’Occidente, a cura di A. Pirri, Ediesse, Roma, 2012.

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E. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, Feltrinelli, Milano, 2002 (1991).


[1] Non proprio paese meridionale almeno geograficamente, l’Irlanda porta con sé una lunga storia di colonizzazione, razzializzazione e violenza. Utilissima lettura in proposito è P. Linebaugh, M. Rediker, I ribelli dell’Atlantico. La storia perduta di un’utopia libertaria, Feltrinelli, Milano, 2004.

Riduzione soft del welfare state, lavoro flessibile e austerità. Così la Germania ha vinto la sfida della globalizzazione e vuol imporre il suo modello agli altri paesi. Qualche ipotesi sulla crisi a partire dal volume di Angelo Bolaffi «Cuore tedesco» Né ammirare, né denigrare. Un giudizio critico sul «Modell Deutschland» La geopolitica nasconde le magagne dell’eccellenza tedesca
Guardare alle vicende dell’Europa contemporanea e della crisi che la affligge con occhi tedeschi. Perchè no? È senz’altro un utile esercizio quello cui ci invita Angelo Bolaffi nel suo Cuore tedesco (Donzelli editore, pp 265, euro 18). Esercizio tanto più necessario, quello di comprendere le ragioni di Berlino e i rapporti tra la Germania e il resto d’Europa, quanto più in diversi paesi dell’Unione vanno diffondendosi sentimenti antigermanici, non di rado combinati con posizioni astiosamente antieuropee, grondanti risentimenti e pregiudizi che ricalcano stereotipi spesso ancora più antichi dell’eredità catastrofica della seconda guerra mondiale. Sentimenti che vanno inoltre ad alimentare formazioni populiste e neonazionaliste in preoccupante espansione. A onor del vero, tuttavia, soprattutto nell’imminenza delle elezioni tedesche che si svolgeranno tra poche settimane, esponenti politici e diversi media germanici non mancano di ricambiare, quanto a stereotipi e giudizi tagliati con l’accetta non sempre scevri dai toni del populismo, i malumori dell’Europa mediterranea. Due indebite semplificazioni finiscono così col fronteggiarsi sulla scena pubblica europea, conquistandosi numerosi accoliti. Da una parte la posizione che imputa agli interessi particolari della politica economica tedesca e all’arroganza del governo di Berlino l’aggravarsi della crisi nell’area mediterranea e la pesantezza delle sue conseguenze sociali, dall’altra l’accusa rivolta agli «spendaccioni meridionali», quelli che «vivono al di sopra dei propri mezzi», di essere la principale causa della crisi dell’eurozona e della sua moneta comune, nonché di mettere le mani nelle tasche dei risparmiatori tedeschi.
Da questo secondo punto di vista Bolaffi evita, tuttavia, di prendere un’opportuna distanza. In definitiva la forza stessa dell’economia tedesca starebbe a dimostrare che alla fine dei conti Berlino ha avuto ragione, che la Germania ha capito e agito la «sfida della globalizzazione» prima e meglio degli altri. Ma per continuare a sostenerla ha bisogno dell’Europa (in mancanza della quale tutti gli stati che la compongono, Germania compresa, sarebbero condannati all’irrilevanza), ma di una Europa che della competizione globale abbia interamente assunto lo spirito e compiuto tutte le rinunce e i sacrifici necessari ad approntare gli strumenti in grado di fronteggiarla sull’esempio tedesco. L’ottica assunta è essenzialmente quella geopolitica, la quale, come ogni grand’angolo eccessivo, distorce e offusca gli elementi che rappresenta. E, nello stesso tempo, non riesce mai ad abbracciare l’intera scena.
Il punto di svolta nel rapporto tra l’Europa e la Germania, nonché dell’idea e della funzione stessa dell’Unione europea, è, c’è poco da discuterne, il 1989 e la riunificazione tedesca che avrebbe seguito con sorprendente rapidità la caduta del muro. Nondimeno, senza indulgere alle ricorrenti baruffe sulle scansioni e i passaggi della storia, si può affermare che già prima della caduta del muro di Berlino la guerra fredda avesse decretato un vincitore e un vinto e a quel punto il resto era più o meno scritto. Almeno a partire dal disastro sovietico in Afghanistan che, non a caso, ha funzionato da incubatrice del conflitto che di lì a breve avrebbe sostituito quello tra i due blocchi, per essere battezzato con il nome tanto roboante quanto improprio di «scontro di civiltà». Un conflitto tutt’altro che irrilevante per il vecchio continente e non solo per la sua sponda mediterranea. La «provincializzazione» dell’Europa non è iniziata ieri.
Con la fine della guerra fredda, dunque, e con la sottrazione dei paesi dell’est alla lunga dominazione sovietica, l’unione europea, con il suo ombrello atlantico, cessava di essere l’unico e obbligato garante della pace e della libertà che le nuove condizioni non mettevano più a repentaglio, mentre la moneta unica, fabbricata in gran fretta e a scapito dei suoi presupposti sociali e politici, vincolava nuovamente la Germania riunificata ai partner europei calmandone timori e diffidenze. A questo punto il nuovo scopo dell’Unione diventava quello di raggiungere un grado di potenza tale da consentirle di competere con successo sullo scacchiere globale. E a tal fine, sostiene Bolaffi, la Germania, ripresasi dalla sua iniziale debolezza e dallo sforzo della riunificazione, ridimensionando il welfare e rimondulando a favore dei profitti i rapporti tra capitale e lavoro, imponendo ad ogni costo la stabilità monetaria e la sacralità della rendita finanziaria, avrebbe raggiunto un livello di eccellenza competitiva che ne avrebbe fatto il «modello» meritevole di essere imitato da tutti i paesi europei. Un modello diverso dal neoliberismo anglosassone, che vuole la concorrenza affidata alle sole forze spontanee del mercato, ma in linea di discendenza con quell’«ordoliberalismo» tedesco che, invece, intendeva fornire artificialmente alla competitività le condizioni ottimali. Per ottenere le quali non si doveva esitare a comprimere i diritti e le garanzie del lavoro, ad accrescere il potere di ricatto sulle scelte dei singoli e il controllo sulla produttività delle loro vite, non molto diversamente dai liberisti d’oltremanica, intenti a trasformare il loro welfare in un workfare.
Berlino non è l’Atene di Pericle, seppure abbia saputo attrarre cospicui flussi di produzione immateriale al prezzo di una «gentrificazione» che ha fatto le sue vittime. Le troppe briglie imposte al conflitto sociale, nel nome di una cogestione decisamente asimmetrica, finiscono col colpire duramente il benessere di molti. Tanto più che, almeno per il momento, le opportunità della competizione non sembrano in grado di mantenere la promessa di compensare la sempre più accentuata rinuncia alle politiche redistributive di stampo socialdemocratico e la restrizione dello stato sociale. La concentrazione della ricchezza è un fenomeno globale che non risparmia la Germania.
Che l’uscita dalla crisi possa essere conseguita attraverso l’adeguamento generale a un «modello» precostituito è assai discutibile. Tanto più che nemmeno la grande famiglia delle politiche neoliberiste in tutte le sue modulazioni possibili è stata in grado non solo di prevenire, ma neanche di arginare l’evoluzione della crisi e i suoi effetti più devastanti. Francoforte non è lontana da Londra e da New York e le ragioni della rendita finanziaria parlano lo stesso linguaggio e dettano legge con la medesima forza indisponibile a qualsivoglia compromesso. Tra le sponde del Reno e quelle del Tamigi si impone una logica non molto diversa. Il processo di accumulazione bloccato sui terreni più consueti ne sperimenta sempre di nuovi, colonizzandoli alle proprie condizioni. Che senso ha, allora, prendersela con Martin Lutero o con il ben noto terrore dei tedeschi per lo spettro dell’inflazione? Ma anche con la cedevolezza meridionale di fronte alla domanda sociale dei troppi esclusi o emarginati? Laddove all’inasprirsi delle politiche di austerità fa da beffardo contrappunto la crescita del debito pubblico, la moltiplicazione della rendita e una recessione di cui non si vede la fine, malgrado la ricorrente, e ricorrentemente smentita, annunciazione della ripresa. Del resto, i ripetuti errori compiuti nel tempo dai sacerdoti della cosìddetta Troika, in non poca parte per ragioni squisitamente ideologiche, sono ormai visibili a tutti
La Germania resta, nondimeno, il cuore della questione europea, il paese più popoloso e sviluppato del vecchio continente, indissolubilmente intrecciato con la sua drammatica storia e con ogni ragionevole proiezione nel futuro. Pensare l’Europa prescindendo da questo non ha molto senso. Ma dobbiamo necessariamente identificare la Germania con il Modell Deutschland, e cioè con la concezione dello sviluppo economico e della stabilità finanziaria che oggi vi prevale? E anche laddove quel modello non presentasse in sé alcun inconveniente, fino a che punto sarebbe esportabile in paesi con una storia economica, un tessuto produttivo e una pratica delle relazioni sociali decisamente differenti? Peggio ancora sarebbe poi prendere a modello per il rafforzamento dell’unione europea a guida germanica lo schema severamente pedagogico adottato da Bonn per integrare i territori della ex Repubblica democratica tedesca.
Il problema è che il punto di vista geopolitico ragiona per generalizzazioni e per modelli, non molto diversamente dalla «grande politica» dei vecchi stati nazionali. Le potenze politico-economiche emergenti, Cina, Russia, Brasile, India, sono prese in considerazione solo quanto al poderoso tasso di crescita che le contraddistingue e dunque come blocchi omogenei che rivestono un certo peso sullo scacchiere globale e dispongono della corrispondente capacità competitiva. Mai, invece, quanto alle furiose contraddizioni che le attraversano e le incertezze che gravano sul loro futuro. Basti citare il numero e l’intensità dei conflitti sociali in Cina, di cui raramente ci perviene notizia, o le recenti insorgenze brasiliane contro le «grandi opere» sportive finanziate a scapito della spesa sociale. Ne consegue, nel pensiero dominante, che per fare fronte a questa concorrenza l’Europa e i singoli paesi che la compongono dovrebbero realizzare al proprio interno l’omogeneità immaginaria imputata agli altri grandi attori dello scacchiere globale. Inutile dire che questa aspirazione si realizza attraverso l’incremento di un meccanismo messo al bando dal novero del nominabile: quello dello sfruttamento. Nonché attraverso la repressione di ogni forma non immediatamente integrabile di conflittualità sociale.
Così, per quanto riguarda il Modell Deutschland, e ancora di più la sua imitazione nel resto d’Europa, converrebbe esaminarne le contraddizioni, i costi sociali, tracciare la mappa dei perdenti e dei vincenti, degli esclusi e degli integrati, piuttosto che rimanere estasiati di fronte all’exemplum virtutis berlinese o strepitare contro la presunta aggressività genetica del «popolo germanico».
Può darsi invece che il «tramonto dell’occidente» europeo appartenga a quei grandi corsi e ricorsi storici di natura fatidica, dal vagabondare dello «spirito del mondo», dal conto che un pianeta spietatamente sfruttato avrebbe prima o poi presentato al vecchio continente. Ma, in questo caso, non ci sarebbe molto da fare, converrebbe godersi il crepuscolo senza agitarsi, accomodandosi in una pittoresca periferia da pensionati della storia o da guardiani di uno straordinario museo.

Istanbul, 26 agosto 2013

 

Intro musicale: tristezza e gioia

“Il gaudio e’ una gioia associata all’idea di una cosa passata che accadde al di la’ delle attese”

Spinoza, E3 AD16

Gaudio e’ quel che provo a bere çay al parco Gezi a distanza ormai di piu’ di due mesi dallo sgombero del 15 giugno; gaudio e’ quel che percepisco negli sguardi degli amici/compagni quando ci raccontiamo della comune di Gezi. Scrivo la bozza del mio intervento dopo aver letto l’interessante analisi politica delle rivolte in Brasile di Giuseppe e Bruno e, laddove riusciro’, tentero’ di partire da alcune loro osservazioni cosi’ da iniziare ad incrociare i fili del discorso. Fili su cui infilare perline colorate e libertà giacché, se il gelato al limon di Paolo Conte qui ad Istanbul potrebbe essere un buon rimedio all’afa di fine agosto, nei primi giorni di guerriglia urbana limoni ed aceto erano certamente utili espedienti per resistere ai lacrimogeni. Ahimé per quei limoni! Ben presto surclassati e sostituiti da armamenti di maschere antigas, occhialini e caschi, hanno lasciato spesso la scena per far spazio al vero protagonista di molte delle nostre giornate/nottate di resistenza: Talcid, l’anti-acido di fiducia! E se il Talcid e’ il corrispettivo turchese del piu’ famoso Maalox, parafrasando Vinicio Capossela, vorrei anch’io cantare di stagioni che hanno il Talcid per amico.

Non me ne vogliate per quest’intro a suon di musica popolare, mi aiuta a raccontarvi dei ritmi moltitudinari e delle passioni che hanno caratterizzato Gezi, durante la quale il noto detto della Goldman “una rivoluzione senza ballare e’ una rivoluzione che non vale la pena di avere” si e’ materializzato in tutta la sua valenza, non solo sentimentale ma anche tattica. In un post sul famigerato/lodato facebook del 13 giugno scrissi: “yesterday night, a piano on the stairs, where a recent barricade separates/connects park and square. touching, relaxing and giving energy. more of these actions pls!”. Sono certa che molti di voi avranno guardato il video del pianista dal momento che e’ diventato subito un acchiappa-media. Notorietà  e successo a parte – e a parte pure il disagio suscitatomi la seconda sera nel notare la firma d’Atatürk sul pianoforte – quella musica e’ stata capace di modificare lo stato d’animo della folla che andava e veniva tra Gezi Park e piazza Taksim. Per dirla con Spinoza, le fluttuazioni dell’animo indicano la nostra dipendenza da cause esterne e  nascono dalla composizione dei tre affetti primitivi, ovvero cupidita’, gioia, tristezza (E3P59S). Se intendiamo per gioia “la transizione dell’uomo da una minore a una maggiore perfezione” (E3 AD3) e per tristezza la transizione inversa “da una maggiore a una minore perfezione”, con gioia e tristezza la nostra potenza di agire viene rispettivamente aumentata o diminuita. Vorrei raccontarvi degli effetti della composizione della tristezza e della gioia di/in Gezi, sia da un punto di vista personale che collettivo, in modo da lasciar trapelare la loro valenza politica.

Fin dai primissimi giorni al parco, nonostante la tristezza dovuta ai ripetuti attacchi della polizia, alle evacuazioni, e nonostante persino la tristezza nel riguardare piu’ volte i video in cui si vedono le nostre tende bruciare, la gioia ha sempre superato la tristezza. La gioia veniva in primis dallo stare in compagnia degli altri, dal divenire gradualmente sempre piu’ consapevoli della nostra forza collettiva, dal desiderare quel tipo di stare insieme e aumentava man mano che da quel gruppo di “marginali” – come ci ha definito Erdogan – ci siamo accorti di essere diventati una moltitudine. Scandagliando lo spettro delle mie passioni durante Gezi[1], ricordo la particolare intensita’ della giornata del 2 giugno e della relativa notte al parco, riassunta da uno dei graffiti a cui sono piu’ legata e che diceva: “Gezi, non dormire! Izmir, Ankara, Adana stanno resistendo”. Ricordo inoltre benissimo il mio stato d’animo nello scrivere il solito post su facebook – d’obbligo quei giorni per tranquillizzare i cari lontani:

“dear friends not in istanbul, please don’t follow only the situation in gezi park (taksim). many the cities that are resisting by now. today in taksim they finally let us have a day of deep and beautiful emotions, free from police’s attacks (let’s see if and how they’ll change their strategy!). however in besiktas (istanbul), ankara, adana and izmir police’s repression is being very harsh! extreme use of tear gas and plastic bullets. many injuries plus arrests. the reason is clear, no need for particular analysis: international media focus their attention on istanbul. that’s why they need our support! the easiest from distance is via media, all the more so given that mainstream national media are not giving adequate coverage: please help us/them sharing info/news! but please be careful in picking news: check sources and reliability in order to avoid spreading unfounded news that might just contribute to spread unnecessary panic!

as for personal impressions in few words: amazing and mixed feelings yet to decipher, dear friends! stuff to reflect on: rebellion, fear, resistance, solidarity, liberation, violence, repression, unity, fucking-never-ending-nationalism/sexism, reclaiming space/life but – above all – deep JOY!”

E quella “joy”, scritta in stampatello e “above all”, non faceva altro che risuonarmi nella mente e stimolarmi ad interrogarmi per capire. Per iniziare a decifrare alcune di quelle passioni, vorrei rimanere in ambito musicale e tornare dunque alla sera del 13 giugno e al pianista. Quali affetti ha provocato la sua musica? Piazza Taksim era stata sgombrata l’11 giugno e migliaia di manifestanti dispersi con un quantitativo di gas che definirei crudele, se per crudelta’ s’intende “la cupidita’ dalla quale uno e’ incitato a fare del male a colui [coloro] che amiamo” (E3 AD38). Le notti successive erano dominate dall’ansia per l’attesa dell’attacco finale al parco e si discuteva piu’ che altro di come eventualmente evacuare; le giornate scorrevano tra stanchezza e piccole/grandi azioni di resistenza passiva[2] che non facevano altro che rubare tempo ed energia alla discussione politica. Fluttuavamo tra disperazione (E3 AD15) e speranza (E3 AD12), nate dalla tristezza nell’attendere quell’attacco e  dalla gioia nel bersi un çay all’alba perche’ quell’attacco non era ancora avvenuto e magari non sarebbe avvenuto. La musica di quel pianoforte inaspettato ha suscitato allegria – il piacere della gioia (E3 P11S) – cosi’ da far risalire l’energia, la potenza e dunque la capacita’ di agire di quella moltitudine che entrava ed usciva dal parco-roccaforte passando per la barricata che dava sulla piazza ormai ri-presenziata dalle forze dell’ordine. Capita l’importanza – se non necessita’ – di tali momenti del(la) comune, il giorno seguente la musica e’ ricomparsa anche al gazebo dei Müştereklerimiz (‘Our Commons’)[3]; e a colori vivi e’ il ricordo della gioia contagiosa ri-diffusasi in quel triangolo di spazio tra le nostre tende, il çapulcu bar e l’instancabile infermeria quando sono scoppiate le danze e i canti al suon di “bu daha başlangıç, mücadeleye devam!”. “Questo e’ solo l’inizio, la lotta continua!” non e’ solo uno slogan trasformato nel ritornello di una canzone dagli amici e compagni Yolda[4], ma riassume in se’ quello che Gezi e’ stato e continua ad essere, la “scintilla”[5] di qualcosa di cosi’ gioioso e potente tale da incendiare gli animi di una moltitudine la cui vastita’ e’ andata molto al di la’ delle nostre iniziali attese.

Atto I: “Bu daha başlangıç, mücadeleye devam!”/“Questo e’ solo l’inizio, la lotta continua!”

“Chi si ricorda di una cosa di cui una volta ha goduto, desidera possederla nelle stesse circostanze nelle quali ne ha goduto la prima volta”

Spinoza, E3P36

Nella bozza del suo intervento Giuseppe e Bruno scrivono che “le immagini della lotta della moltitudine turca hanno propiziato la mobilitazione della moltitudine in Brasile e anche le sue forme”, come a dire che il raggio d’azione della scintilla di Gezi non e’ certamente intrappolato entro confini nazionali. Era il 18 giugno quando, controllando le notizie, trovai una foto della folla che aveva invaso le strade di San Paolo e postai di getto su facebook un “empathy & solidarity with the ones in brazil! rise up!”. Posponendo le riflessioni su questioni come empatia e solidarieta’, vorrei brevemente commentare l’espressione “moltitudine turca”. Se, come scrive Toni, la moltitudine denota “un corpo sociale aperto e inclusivo, caratterizzato dalla mancanza di confini e dal suo essere, fin dal principio, una formazione in progress e mista in cui confluiscono i gruppi e gli ordini sociali piu’ diversi” (Negri, 2010 [2009]: 52), allora la moltitudine formatasi a partire da Gezi non e’ turca. Piuttosto e’ – come minimo – turca, kurda e armena. Per tornare invece a quel 18 giugno e al “piacere-aggiunto” dalle notizie dal Brasile, vorrei fare richiamare alla memoria le giornate del 16 e 17 giugno.

La rabbia domino’ l’intera domenica del 16: trascorsa interamente in strada a tentare invano di formare un gruppo coeso, impediti da quantita’ enormi di gas e notizie di arresti in aumento e senza alcun sconto per dottori o giornalisti, interrotta da pause negli androni dei palazzi di chi in solidarieta’ apriva il portone, al riparo dai rastrellamenti della polizia o dalle ronde dei sostenitori dell’AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi, Partito per la Giustizia e lo Sviluppo). Lo sconforto caratterizzo’ invece lunedi’ 17: i sindacati KESK e DISK[6] avevano indetto sciopero e manifestazione ma la partecipazione risulto’ molto ridotta, fatto probabilmente legato non solo alla stanchezza dopo tre settimane consecutive di resistenza ma anche alla paura per i ripetuti moniti da parte del ministro degli interni che, dichiarando lo sciopero illegale, intimido’ quelli che sarebbero essere potuti essere intenzionati a partecipare facendo appello alle relative conseguenze che avrebbero subito. La strategia continuava ad essere sempre la stessa, repressione violenta ed intimidazione, sennonché – a mio avviso – l’aumento degli arresti ha giocato un ruolo decisivo nell’inibire le mobilitazioni massicce. Quel 18 giugno, invece, immensi furono il piacere per la notizia del fiorire di forum popolari in diversi parchi della citta’ e il sollievo nel constatare che le mie analisi politiche erano sballate e che la lotta non era terminata, bensi’ stava cambiando forma. Riguardo al movimento in Brasile, Giuseppe e Bruno scrivono che “sembra attraversare una fase ambivalente, definita da tre caratteristiche: il riflusso, la diffusione e il dislocamento”. Sospendendo temporaneamente il giudizio sui termini entro cui definire quello di Gezi un movimento, vorrei esaminare in che termini queste caratteristiche possono essere attribuibuite anche al contesto turco.

Concentrandomi soprattutto sul riflusso e la diffusione, scherzosamente ma neanche troppo, direi che Istanbul sembra attraversare non tanto una fase ambivalente quanto la fase finale delle vacanze estive e che Gezi al momento lo usiamo noi che invece in vacanza non ci siamo andati. Giusepppe e Bruno parlano di riflusso che, infatti, si accosta pienamente all’immagine di un’“onda anomala” post-terremoto usata per descrivere le proteste in Brasile. Le proteste in Turchia, invece, sono facilmente visualizzabili come un vasto incendio divampatosi dalla scintilla di Gezi, da quando la polizia stessa ha appiccato il fuoco con le nostre tende e ha tentato di spegnerlo con estintori ed idranti carichi di gas al peperoncino, con una pioggia incessante di lacrimogeni e con grandinate di candelotti e proiettili di gomma. Come in Brasile, anche le passioni di Gezi non sono state realmente domate ma semmai solo temporaneamente soffocate; la moltitudine formatasi da Gezi non e’ stata resa ubbidiente, l’incendio sembra estinto ma variegate particelle incandescenti resistono e hanno solo bisogno di ossigeno per scoppiettare e riardere.

Premesso che sono sicura che la legittimazione non ci viene dai grandi numeri, va detto che le mobilitazioni sono per lo piu’ “dislocate” da Gezi/Takism ai forum, i quali, ad esempio, continuano ma con affluenza al momento molto minore, mentre per le mobilitazioni di strada il discorso e’ piu’ complicato. Dallo sgombero del parco ad oggi molte sono state le manifestazioni che, indette di solito settimanalmente, sono state oggetto di attacchi, giacché il governo non sembra propenso a mollare la linea dura. Fatta eccezione per i cortei del Trans- e del Gay-Pride a fine giugno, e senza scrupoli per le commemorazioni delle vittime, le manifestazioni che tentano di arrivare a piazza Takism o addirittura al parco Gezi sono di solito abortite sul nascere o represse al loro termine[7]. Pur se sono gruppi numericamente limitati ad essere stati protagonisti degli scontri estivi alle fugaci barricate del sabato sera su Istiklal Caddesi, la presenza delle forze di polizia, comprese quelle in borghese, e’ sempre costante e asfissiante almeno tanto quanto i loro gas.

Giuseppe e Bruno scrivono inoltre che “qualche cosa di fondamentale nella percezioni di molti e’ cambiato”: il governo brasiliano, pur non sapendo come interagire con il nuovo, riconosce i poteri costituiti e sembra intenzionato a negoziare. E’ cambiato qualcosa anche nella percezione di molti nel contesto turco? Condivisa e’ l’opinione che le proteste dei mesi scorsi rappresentano uno spartiacque nella storia della Turchia. Come scrive Lea Nocera (2013), ricercatrice all’Orientale di Napoli accorsa a Gezi come altri dall’Italia, segnano “un punto di non ritorno […] un importante momento di svolta”[8], dal quale, come titola la rivista Perspectives-Turkey, “a new history is beginning”[9]. D’accordo con Lea, vorrei ricordare che queste proteste non possono essere analizzate a prescindere dal clima politico, sociale e culturale che ha seguito il colpo di Stato militare del 12 settembre 1980. Caratterizzato da “autoritarismo, militarismo, egemonia da parte di una cultura nazionale rigida e soffocante [e] oppressione quotidiana”, quel clima ha prodotto una generale “depoliticizzazione della societa’” (Nocera, 2013).

Alla luce di queste premesse, dunque, qual’e’ il significato dei forum? Anche se il loro potere costitutivo non e’ ancora riconosciuto dal potere centrale e accentratore e anche se – come mi sembra – non si vedono ancora slanci decisivi verso una lotta per il riconoscimento di un loro eventuale potere legislativo, la loro valenza va stimata sia da una prospettiva locale che globale. A confronto di molte altre realta’ geo-politiche, i forum mi sembrano portatori di un potenziale rivoluzionario di inestimabile valore, una sorta di fari antinebbia tra i tornanti di una montagna disincantata. Emergenti per di piu’ in un contesto storico locale di forte repressione politica, tramandatosi tuttora in un deficit allarmante di liberta’ di manifestare ed esprimersi, direi che i forum sono semplicemente un gran successo e segno evidente della vittoria di una grande battaglia, non solo quella per “un paio di alberi” (come molti media hanno tentato di sminuire) e per la riappropriazione di un bene comune come il parco Gezi. Vorrei a questo proposito fare una breve parentesi su Gezi e il concetto di comune, in modo da fare una distinzione che, se sottile all’apparenza, assume secondo me un’elevata importanza.

L’occupazione/liberazione di Gezi come riappropriazione di uno spazio pubblico (=di dominio dello stato) e’ stata la scintilla delle proteste che sono scoppiate – o “diffuse” per dirla con Giuseppe e Bruno – su scala nazionale, ma anche di un processo del fare il comune che si e’ materializzato in quella che in diversi – erroneamente secondo me – definiscono la comune “di taksim”. Quello spazio liberato e’ stato vissuto per due settimane da una moltitudine che ha potuto fare esperienza del comune, di una relazione sociale alternativa a quella che domina la norm-ale quotidianita’. Le attenzioni e premure amorose tra comunardi non potevano non risultare in una lezione di profonda democrazia radicale per chiunque ha avuto modo di vivere Gezi in quei giorni. Gezi non e’ stata solo una scintilla che ha dimostrato la possibilita’ e la capacita’ collettiva di ribellarsi e resistere ad una normalizzazione della propria resistenza. Gezi ha offerto la capacita’ di fare esperienza diretta – per molti una novita’ – di pratiche di condivisione e cooperazione, alimentando un nuovo spirito comunitario, dove la comunita’ e’ una comunita’ di intenti e non una comunita’ di tipo identitario, sia essa di stampo etnico o religioso come quelle che constinuano tuttora a dividere il paese e a marcare la storia della turchia repubblicana e contemporanea. Gezi era diventata una vera e propria fucina del comune e, per riflesso, di un nuovo soggetto politico collettivo: se da fuori arrivavano donazioni di coperte, materassini, maschere antigas, torcie, scorte di cibo e quant’altro la polizia ha brutalmente ammassato e distrutto quel sabato sera del 15 giugno, la’ dentro in molti si erano ritrovati a scegliersi e ricoprire il proprio ruolo nel processo di produzione. Instancabili ed efficientissime infermerie, catene per la raccolta dei rifiuti e per la consegna di beni come acqua, cibo, medicine e vestiti, cucine e bar, workshop per bambini, una clinica veterinaria, mini-quotidiani informativi, mostre fotografiche, la nostra cara Gezi Radyo e lei, la piu’ gettonata, la biblioteca, che quelli che del parco non avevano una mappa mentale come noi che eravamo li’ fin dalla fine di maggio spesso ti chiedevano dove fosse. La cordialità che quasi tutti riservavano al primo sconosciuto, unita ad una visibile gioia dello stare insieme a far qualcosa che stava cambiando le nostre vite, erano i segni piu’ importanti che i comunardi di Gezi hanno indubbiamente provato un gran piacere nel vivere quell’esperienza. Giuseppe e Bruno raccontano di come i manifestanti di Fortaleza abbiano imparato da quelli di Istanbul ad usare i bottiglioni di plastica pieni d’acqua per spegnerci dentro i lacrimogeni e raccontano anche, in particolare, di come un giovane abbia dichiarato “questo e’ un bene comune, a disposizione di tutti”. E se i bottiglioni in se’ diventano beni comuni materiali a disposizione degli audaci che, a differenza dei pusillanimi (E3 AD41), osano stare in prima linea, il bottiglione entra a far parte di un’insieme di pratiche e di un linguaggio resistente che contruibuiscono a costruire un comune transnazionale. Purtroppo perfino quegli armamenti stessi sono stati riassorbiti dalla logica dominante della mercificazione di qualsiasi cosa. Lo spettro del capitalismo continuava ad aggirarsi tra i viottoli del parco, a bordo di carretti che vendevano dai caschi agli occhialini, dalle bandiere turche alle sciarpe con Atatürk e dalle bombolette spray per i graffiti alle maschere di Guy Fawkes. Ad ogni modo resto fiduciosa che il ricordo di un corpo moltitudinario cosi’ gioioso alimentera’ il desiderio diffuso di (ri)vivere il comune, in quelle ad altre forme piu’ articolate. Che sono in fondo i forum se non un’altra forma del comune stesso e un prodotto del processo lento ad arduo di acquisizione di autoconsapevolezza del proprio potere?

Dopo lo sgombero del parco i cittadini si sono mobilizzati e auto-organizzati in decine di assemblee di quartiere, accessibili a chiunque e disseminate in diversi parchi della citta’ di Istanbul. A me sembra che questo fatto vada interpretato solo come l’inizio di una lotta che, nelle sue forme, linguaggi e dinamiche nuove, e’ appunto semplicemente iniziata. Per capire la portata dei forum di quartiere in corso, e’ fondamentale comprendere in pieno il desiderio di parlare, di dire la propria e di partecipare attivamente ai processi decisionali collettivi, trapelato fin dall’inizio delle proteste ed emerso in tutta la sua portata moltitudinaria venerdi’ 14 giugno. Dopo lo sgombero del parco nella notte tra il 29 e il 30 maggio e la conferenza stampa che ne e’ seguita, ci si era dati appuntamento per le 12:00, quando all’acık forum (forum aperto) si sarebbe discusso su come procedere. Premesso che, come gia’ sapete, al parco eravamo ancora un gruppo relativamente limitato, a quel forum si ebbe gia’ un primo sentore di partecipazione allargata, giacche’ seduti a prendere in mano l’altoprlante c’erano molte piu’ persone di quelle che ci si poteva aspettare. Intuizioni confermate quando al sit-in previsto per le 19:00 della stessa sera ci ritrovammo in migliaia[10]. I forum del 14 giugno sono anch’essi fondamentali, non solo perche’ iniziati nel parco e poco dopo lo sgombero della piazza, non solo perche’ successivi al fittizio processo di negoziazione iniziato il giorno precedente, ma anche per la risposta a domande come ‘che facciamo ora? Le barricate? Le buttiamo giu’ e restiamo al parco con un presidio di portata minore ma ugualmente simbolico?’. La moltitudine di Gezi ha risposto che al parco saremmo restate ed ognuno sarebbe restato come avrebbe voluto, senza nessuno ad indicare agli altri cosa/come fare. Si era dunque deciso di restare e che le bandiere dei partiti sarebbero state lasciate fuori, ma aihme’ il 15, come gia’ ripetuto piu’ volte, il parco, insieme ai potenziali strumenti di dibattito politico al suo interno, e’ stato sgomberato. Per questo i forum di quartiere non solo altro che il dislocamento di quel desiderio/necessita’ di parlare/ascoltare, di confrontarsi e di fare politica e fare il comune e per questo potrebbero essere l’inizio di un processo rivoluzionario.

Le mie conoscenze della lingua si limitano purtroppo al turco di strada e sono dunque insufficienti a seguire i dibattiti nei forum. Mi e’ capitato, pero’, di ascoltare commenti di critica sull’inconsistenza di certe discussioni e, seppur concordo con l’urgenza di un pensamento strategico, non mi permetterei certo di biasimare: che parlino di qualsiasi cosa vogliano in questa fase, purche’ parlino e si ascoltino a vicenda! Questo processo non e’ solo utile a mantenere viva l’energia di Gezi, ma e’ anche strumentale ad azioni di piu’ ampia portata: quale tra i risultati piu’ grandi della scintilla se non il fatto che la gente parla per ore di politica e fa comune in una societa’ che non si fa altro che dire che era stata “depoliticizzata”? Per tornare su questa questione, e per esaminarla piu’ in dettaglio, non possiamo non porre quella domanda che ormai e’ diventata quasi una domanda di routine di questi tempi. Chi erano i contestatori? Chi ha iniziato le proteste? Sono il prodotto del pensiero/azione di una classe urbana ed erudita? In altre parole, sono frutto di un’elite benpensante? Siccome non siamo a New York, e siccome #occupygezi ha delle dinamiche ben diverse da quelle di #occupyWS o di Macao a Milano, la risposta a queste domande non e’ cosi’ immediata ma implica delle importanti precisazioni.

Due sono le piattaforme principali di riferimento: la ‘Taksim Platformu’ e soprattutto la Taksim Dayanışması (‘Taksim Solidarity’). La prima coinvolge professionisti storicamente impegnati sul fronte urbano, mentre la seconda ha svolto un ruolo centrale nel coordinare le azioni di protesta contro il progetto di rinnovamento della zona Taksim. Al momento la piattaforma include 128 costituenti che, raggruppati per aree tematiche, includono tra gli altri: partiti politici rappresentati in parlamento come BDP e CHP, associazioni di professionisti militanti e ordini professionali come l’ordine degli architetti, degli ingegneri e degli urbanisti, sindacati DISK e KESK, partiti e movimenti politici della sinistra tradizionale, movimenti di lotta urbana, come Imece e  Kent Hareketleri e i movimenti di genere come le femministe e la Lambda (LGBT) (Salomoni, 2013). Anche il nostro gruppo, i Mustereklerimiz (‘Our commons’) rientra nella lista[11]. Tra le altre realta’ che non hanno aderito alla Taksim Dayanişma ma che, per ragioni di visibilita’ e di performance, hanno avuto un ruolo importante vanno inclusi i seguenti gruppi: Turkiye Genclik Birliği ( i giovani kemalisti), i Musulmani Anticapitalisti, i collettivi studenteschi e gli ultras calcistici (in particolare il carsi del besiktas).

Se e’ vero dunque che diversi e molti erano i colori delle bandiere al parco e in piazza (dalle piu’ classiche rosse, rosse e bianche, bianche, rosse-verdi-gialle, rosso-nere, giallo-blu, giallo-rosse, viola o dai colori dell’arcobaleno), e’ vero anche che quelli che hanno iniziato le proteste – i primi ad essere al parco con le tende per capirci – erano/eravamo (piu’ o meno) giovani che hanno avuto la possibilita’ di studiare e magari di vivere anche all’estero[12]. Certamente, pero’, da non sottovalutare ma anzi da ponderare e’ la presenza di molti giovani che – come definiti da diversi analisti – fanno parte di quella generazione apolitica cresciuta negli anni post-golpe. Come scrive, infatti, Deniz Özgür (2013), la generazione degli anni ’90 ha svolto un ruolo prominente nella rivolta, generazione cresciuta senza conoscere altra forma di potere politico se non la politica repressiva ed autoritaria di Erdogan, dal momento che l’AKP e’ ininterrottamente al governo dal 2002. Indirettamente sembra riconoscerlo anche lo stesso Erdogan con il suo ultimatum del 13 giugno, con cui esortava i “bene-intenzionati” (gli ambientalisti) a lasciare il parco e a prendere le distanze da tutti gli altri “male-intenzionati” e “terroristi”. Quel giorno Erdogan ha veduto bene di tentare l’appello alle madri e ai padri di quei giovani, invitandoli a riprendersi a casa i propri figli. Sentitesi direttamente chiamate in causa e per la gioia di una moltitudine di figli novelli, alcune di quelle madri si sono invece presentate al parco e in piazza per due sere consecutive. A queste analisi politiche potrei aggiungere le mie osservazioni dirette che, pur se limitate alla zona di Taksim, di certo possono confermare la presenza di una moltitudine di giovani poco piu’ o poco meno che ventenni, molti dei quali, tra l’altro, hanno costruito, presidiato e difeso le barricate intorno all’area. Riassumendo parlerei quindi di una componente senza background politico o, per meglio dire, nuova alla politica, e di certo correggerei le affermazioni di giornalisti come Yavuz Baydar (El Monitor, US), che hanno associato “il nucleo iniziale degli occupanti” con espressioni come “i giovani ‘apolitici’”. Il suo articolo, tradotto in italiano e apparso su l’Internazionale del 14-20 giugno, mostra ancora una volta come nuovi linguaggi politici e attitudine che escano dall’obsoleta logica dei partiti possono essere facilmente etichettati come apolitici anziche’ come apartitici. Per tornare a quel “qualcosa di fondamentale che e’ cambiato nella percezione di molti”, vorrei raccontarvi di altre dinamiche altrettanto importanti e per farlo partiro’ ancora una volta da una prospettiva narrativa personale.

Sabato 1 giugno siamo fieramente rientrati al parco e ammetto che mi ci sono voluti un paio di giorni per scrollarmi di dosso il fastidio che mi davano le molte bandiere turche sventolanti un po’ ovunque e per accettare che quello spazio era potente proprio perche’ permetteva la coesione di gruppi molto distanti tra loro. Molte sono stati i momenti in cui avrei voluto urlare che io non ero li’ per quella bandiera e per quell’orgoglio nazionale. Non era il secolarismo religione di stato la mia causa ne’ le dimissioni di questo particolare governo il mio obiettivo finale. Passata la mia reazione iniziale per cosi’ dire piuttosto anti-democratica e colta la nostra natura moltitudinaria, iniziai a riflettere sulle inevitabili contraddizioni interne e in particolare sul significato che quella bandiera potesse avere per quelli di qua e per quelli di la’ dalle barricate. Eliminate da subito le mediocri letture che hanno appiattito la rivolta ad una lotta bipolare tra il timore di un’islamizzazione radicale della societa’ e lo spirito republiccano e modernista della societa’ civile in rivolta (vedi Repubblica o Limes), due sono le implicazioni maggiori che leggo nell’uso di quella bandiera. Una, la piu’ semplice da cogliere, e’ l’appello al simbolo di identita’ nazionale per reclamare il proprio diritto a manifestare e, piu’ in generale, a reclamare i propri diritti. Come si vede ad un certo punto nel video che vi ho precedentemente inviato[13], un manifestante stringe con veemenza la bandiera e urla alla polizia “io sono Turco!”, come se fosse incredulo a tanto oltraggio da parte di chi, secondo i suoi ideali di stato, dovrebbe servirla la propria nazione anziche’ gasarla. Questa prima dinamica ne implica un’altra, di ancora maggiore interesse ed importanza. Sempre nello stesso video ad un certo punto compare un manifestante che non solo afferma con furore di essere cittadino turco ma si rivolge ai curdi come ai suoi fratelli. Di kemalisti convinti e incalliti ne restano sicuramente a iosa, ad ogni modo tra quei manifestanti doppiamente indignati per la violenza della polizia, sentitesi violati fisicamente e feriti nell’orgoglio nazionale, ce ne saranno diversi che si saranno per lo meno posti delle domande sulla durissima politica di repressione nei confronti della popolazione curda. Va premesso che le informazioni diffuse sui decenni di guerriglia armata sulle montagne del sud-est e’ pressoche’ nulla anche per via della repressione mediatica che, col pretesto di essere antiterrorista, diventa ovviamente ed automaticamente anche repressione della liberta’ d’espressione. La non copertura delle proteste di Gezi/Taksim da parte dei media nazionali ha influito sicuramente sull’autopercezione di quel “popolo turco”[14] “depoliticizzato”, stimolando sicuramente la creativita’ di molti nel raffigurare pinguini con maschera antigas o bandane sul becco[15], ma forse stimolando anche domande tipo “allora forse anche tengono all’oscuro anche noi di quel che succede in Kurdistan…”.

Per tornare invece al processo di riflusso delle proteste, come interpretarlo dunque? Nel 1974 Lefebvre scrisse:

“the progression of what might be called a ‘revolution of space’ (subsuming the ‘urban revolution’) cannot be conceived of other than by analogy with the great peasant (agrarian) and industrial revolutions: sudden uprisings followed by a hiatus, by a slow building of pressure, and finally by a renewed revolutionary outburst at a higher level of consciuosness and action – an outburst accompained, too, by great inventiveness and creativity”.

Indubbiamente, il riflusso non e’ da leggere come una sconfitta (come pensavo io, ingenua e demoralizzata, il 17 giugno) ed, inoltre, si tratta di un riflusso relativo, che riguarda i numeri ma non il desiderio di agire. Oltre ai forum e le ridotte mobilitazioni in strada in zona Taksim, ci sono forum e mobilitazioni sia in altre citta’ che in altri quartieri di Istanbul. Anziche’ accennare a manifestazioni che finiscono in scontri in quelle citta’ o quartieri che, come Adana, Arnavutlu o Gezi Mahallesi, sono caratterizzati da una storia ribelle da prima di Gezi e al di la’ di Gezi, preferirei portare l’esempio degli orti urbani di Yedikule (Istanbul). Patrimonio Unesco ma soprattuto bene comune del quartiere, sorgono a ridosso delle mura bizantine e sono spazio conteso, da un lato dalla municipalita’ di Fatih che vorrebbe distruggerli per portare avanti il suo dubbio progetto per la costruzione di un parco e di un’area verde, e dall’altro dalla popolazione locale che, supportata da ambientalisti, storici, archeologi e attivisti, lo scorso 8 luglio e’ stata protagonista di scontri minori sul luogo. Per ora restiamo dunque in attesa che molti rientrino dalle vacanze, compresi parecchi giovani che stanno partecipando a campi estivi in cui, oltre a musica e divertimento, sono previsti workshops e discussioni politiche. Qui in Turchia come in Brasile, in molti guardiamo a settembre, alla riapertura delle universita’[16] e pregustiamo l’idea di prossime azioni che potrebbero includere una mobilitazione contro la costruzione del terzo ponte sul Bosforo e/o – come mi auguro – un impegno per arginare i danni del gia’ avviato processo di “rinnovamento” o meglio di distruzione ed ingegneria sociale nel quartiere di Tarlabasi.

La valenza di Gezi va ulteriormente presa in considerazione alla luce di quel processo che Giuseppe e Bruno chiamano “diffusione”. Non solo Gezi ha “moltiplicato le forme di lotta”, “rafforzato” e “riqualificato” le lotte gia’ esistenti, ma e’ diventato catalizzatore di attenzione mediatica e dunque strumento di propagazione di informazione e pratiche. Cio’ ha sicuramente comportato una maggiore attenzione mediatica su Istanbul a discapito di altre citta’, cosi’ come accennavo nella parte introduttiva del mio discorso[17]. D’altro canto pero’ questo processo non puo’ essere analizzato senza tener conto del ruolo degli ormai immancabili social media come facebook e twitter che ci hanno davvero permesso in tempo reale di uscire dai confini turchi, a maggior ragione tenendo conto della gia’ menzionata scarsa copertura mediatica nazionale. Da non sminuire e’ prima di tutto il significativo supporto psicologico a chi era in strada (dall’estero ad istanbul cosi’ come da istanbul e dall’estero ad Ankara/Izmir/Adana). Al momento abbiamo perso molta attenzione mediatica straniera che, ragionevolmente, si e’ spostata nuovamente su egitto e siria. Il raggio di diffusione di informazioni sulle azioni in corso all’estero si limita per lo piu’ a siti e blog di informazione alternativa al mainstream. Vorrei sottolineare, pero’, come i forum stessi, i campi estivi e i relativi workshop, sono potenzialmente strumenti di diffusione di elevata importanza. Vi porto come esempio un nostro tentativo che, pur se per ora fallito, non sminuisce il potenziale di certe dinamiche di diffusione. La Mutfak, letteralmente ‘cucina’, e’ uno spazio rivoluzionario nel quartiere di Tarlabasi in cui il nostro collettivo non sta solo sperimentando pratiche di solidarieta’, cooperazione e condivisione con i migranti ma in cui impariamo giorno dopo giorno a favorire incontri fortuiti nella continua produzione del comune[18]. Con i compagni ed amici della mutfak siamo gia’ stati in un paio di parchi della citta’ a raccontare la nostra esperienza con l’obiettivo di stimolare il proliferare di altri spazi basati su modelli di politica ed economia alternativi. So ad esempio che in diversi parchi sono comparsi mercatini di scambio che, non solo sono certamente il risultato del ricordo di Gezi, ma ci devono far riflettere e concentrare le energie sui forum come istituzioni politiche alternative ma anche come potenzialmente efficaci strumenti di diffusione. Inoltre, l’attenzione mediatica guadagnata finora ci potra’ solo facilitare la visibilita’ nel rinvio di informazioni a punti piu’ lontani in caso di prossime mobilitazioni e nuove azioni di portata considerevole.

Per concludere questa parte dell’analisi e, contestualizzando Spinoza, certa che chi ha avuto il piacere di condividere l’esperienza della comune di Gezi e delle proteste ad essa legate non puo’ non desiderare di riviverla nuovamente, vi invito a guardare un video (sottotitolato in inglese). Contiene un assemblaggio di momenti salienti del forum del 6 giugno al parco, certa che possa essere d’aiuto a farvi un’idea di quale fosse la composizione socio-culturale e politica di Gezi[19], prima di proporvi altri suggerimenti musicali come spunti per riflettere sulla relazione di forza che intercorre tra pratiche di resistenza e ed un uso intenzionalmente vago del concetto di terrore.

Intermezzo musicale: paura, timore e terrore

 

“Chi si adopera a vincere l’odio con l’amore combatte senza dubbio gioioso e sicuro; resiste con la stessa facilita’ a piu’ uomini come a uno solo e non ha quasi bisogno dell’aiuto della fortuna”

Spinoza, EIV P46S

 

Se Bella Ciao e’ accettata a varie longitudini come la canzone di resistenza per antonomasia e se la versione in turco non puo’ mancare di suscitare un effetto a tratti nostalgico, quel verso “morto per la liberta’” mi ha stimolato piu’ volte a tornare a riflettere sulla proposizione 67 della IV parte dell’Etica di Spinoza. La liberta’ compare anche nel ritornello di Hayidi Barikata del collettivo musicale istanbuliota Bandista, riconfermatasi una delle canzoni di protesta e successo tra le nuove generazioni di manifestanti: “dai, alla barricata! Per pane, giustizia e liberta’”. Zoomando l’analisi da un piano etico generale ad una “situazione rivoluzionaria” (espressione di Giuseppe e Bruno di cui mi approprio con piacere), mi chiedo che significato potrebbe assumere per un manifestante in prima linea o nelle retrovie un’affermazione come ‘un uomo libero non pensa alla morte ma alla vita’ (E4 P67).

Il desiderio di liberazione e’ piu’ forte della paura e genera una passione che e’ annoverata da Spinoza tra gli affetti: la responsabilita’, l’affetto per il quale ci sentiamo impegnati a rispondere a noi stessi e agli altri (compagni e non) delle proprie azioni e delle conseguenze che ne scaturiscono. Significa dunque che, quando volano molotov o san pietrina, chi l’ha lanciati non e’ affetto da responsabilita’ collettiva per le conseguenze del proprio atto? Senza discutere in dettaglio del concetto di violenza, e ammettendo che da prima di Gezi ero ferma su posizioni piu’ assiomatiche e non-violente, ora penso che, se non tutti, almeno una parte di chi e’ in prima linea sulle barricate di sicuro e’ affetto da una sorta di responsabilita’ oltre che da adrenalina, ira[20] ed audacia, ovvero “la cupidita’ dalla quale uno e’ incitato a fare qualcosa con un pericolo che i suoi pari hanno paura di affrontare” (E3 AD40). Reponsabilita’ era quella passione che ci muoveva tutti all’azione (prima o ultima linea che sia stata) e ci muoveva ad uscire di casa dopo qualche ora di riposo per correre al parco. Non derivava da uno spirito volto al sacrificio ma piuttosto sia dal desiderio di contruibire all’azione collettiva e di non poter lasciare i compagni/amici che dal desiderio di vivere insieme a loro quell’esperienza, dalla quale scaturiva una gioia piu’ potente e pervaisva della paura e del timore. Paura e timore di cosa? Non della morte, ma della violenza. E se mente e corpo sono un solo e medesimo individuo considerato sotto due attributi diversi (E3 P2S), la violenza era fisica e psicologica, con conseguente paura del gas e dei rischi di una folla impaurita in fuga dallo stesso cosi’ come dell’attesa. Se il timore “e’ la cupidita’ di evitare con un male minore un male maggiore del quale abbiamo paura” (E3 AD39)[21] – e la paura “una tristezza incostante nata dalla’idea di una cosa futura o passata, del cui evento in qualche misura dubitiamo” (E3 AD13) – allora prendere consapevolezza delle tattiche attivate da uno stato paternalista ed autoritario e’ un requisito del processo di liberazione.

Se per alcuni non si trattava di un’iniziazione, in molti eravamo alle prime armi. Io, ad esempio, in qualche occasione non me la sono sentita di restare ad aspettare l’attacco, soprattutto se di notte dentro al parco. Come discusso con qualche compagno prima di un forte abbraccio, cio’ non significava lasciare gli altri da soli; capivamo che il timore era uno strumento per dividerci, cosi’ appena arrivati a casa alle ore tarde della notte ci si impegnava subito a diffondere notizie sui media a nostra disposizione (ognuno si era scelto il ruolo che piu’ si adattava al proprio temperamento). In ogni caso non solo personale ma anche collettivo e’ stato il percorso graduale di superamento della soglia della paura e dunque di resistenza. Ripenso al braccio stretto forte della compagna di turno di fronte ai TOMA e anche a come la forza di noi singoli era sostenuta da quel resistere in comune, dalla gioia e dalla sicurezza di chi si adopera a vincere l’odio con l’amore (E4 P46S). Spinoza defini’ la sicurezza come “gioia nata dall’idea di una cosa futura o passata dalla quale e’ stata tolta ogni causa di dubbio” (E3 AD14). La sicurezza, pur sempre relativa, era il risultato di due processi in corso simultanemante. Il primo riguarda la presa di coscienza della possibilita’ di ribellarsi ad un potere paternalista e opprimente. Il secondo riguarda la conoscenza del possibile rischio che, sua volta, era frutto di esperienza diretta (i gas ti soffocano ma dopo un po’ passano) o delle spiegazioni di chi, responsabilmente e con piu’ esperienza, ha provveduto bene ad organizzare workshops informativi su come re-agire sia ad un attacco che ad un eventuale trauma. Convinta della necessita’ di un pensamento contro-strategico, vorrei sottolineare la valenza tattica di questo secondo processo nell’organizzazione generale delle forme di lotta[22]. Per quanto riguarda il timore, invece, vi posso portare la mia testimonianza da straniera che non so fino a che punto possa essere valida da una prospettiva moltitudinaria. Per me il male minore significava soffocare il desiderio di responsabile partecipazione, ma piu’ grande era quello dell’arresto. Non l’arresto in se’ era il motivo del timore, ma l’eventuale ed immediata espulsione che, nel mio caso, sarebbe stata una violenza della mia liberta’ di movimento che, seppur gia’ comunque relativa, e’ uno tra i beni che stimo piu’ nella mia vita[23].

Seppur senza differenziare tra timore e paura, di superamento della soglia della paura accumulata negli anni parla anche Özgür (2013: 6) nel suo articolo, notando come ci si sia man mano organizzati contro gli attacchi, trapassando l’iniziale paura perfino di avere con se’ limoni fino alla resistenza equipaggiata con maschere, elmi ed occhialini ed, inoltre, come in questo processo non si sia mai perso l’entusiasmo e il senso dell’umorismo. Quando Özgür scrive “images of young people dancing on the barricades in heavy tear gas will go down in history as the hallmarks of the Gezi revolts”, io ripenso ad un video di una manifestazione dell’11 luglio al centro di Rio (http://www.youtube.com/watch?v=iKIZRVN6rrg&feature=youtu.be). Ad ogni modo non va omesso che, da un certo punto delle proteste in poi, avere con se’ nella borsa una maschera di qualsiasi tipo significava rischiare di essere portati in custodia dalla polizia se sottoposti ad un controllo in una qualsiasi delle strade in zona taksim. In qeust’eventualita’ non si sarebbe trattato di resistenza alle forze dell’ordine ma di sospettata partecipazione ad attivita’ terroristiche e con cio’ si apre la porta di un importante capitolo di storia della Turchia contemporanea.

Giuseppe e Bruno hanno scritto che “la posizione dell’intellighenzia del PT oscilla tra la criminalizzazione delle manifestazioni come golpiste, di destra e di classe media […] e una vaga simpatia davanti alla mobilitazione popolare, […] ma senza capire e tantomeno accogliere la sua forza costituente, come trasformatrice della maniera di governare”. Anche il governo turco, o meglio Erdogan, ha pensato bene di portare avanti una campagna di criminalizzazione dei manifestanti che pero’, a loro volta, si sono riappropriati con orgoglio ed umorismo dell’appellativo “çapulcular” (vandali, saccheggiatori). Nutrita di creativa ironia, la moltitudine di/da Gezi ha dato prova di come la gioia del comune e’ superiore alla tristezza dell’individualismo, di come nella lotta per la liberazione dalla schiavitu’ della proprieta’ siamo capaci di “continuare a ridere” (Negri, 2010[2009]: 381) e di come, appunto, “con il riso si uccide” (Zarathustra). Rivendicando le loro azioni, i çapulcular di Istanbul/Ankara/Izmir/Adana/Trabzon hanno spezzato la tradizionale normalizzazione della violenza contro ogni minimo sospetto di terrorismo e hanno soprattutto aperto una via concreta e percorribile per una lotta alla stessa definizione vaga di terrorismo che terrorizza chiunque semplicemente voglia reclamare il proprio diritto a manifestare la propria liberta’ d’espressione. Come anche rimarcato da Fikret Ilkiz (2013: 46), in turchia la legge antiterrorismo (n.3713) attualmente in vigore e’ il maggiore ostacolo alla liberta’ di espressione di molti attivisti, giornalisti, intellettuali e scrittori ancora attualmente in prigione e, specialmente, per quanto riguarda la questione curda [24]. Fondate su una strumentalizzazione populista del terrore, le tattiche repressive funzionano a due livelli. Da un lato fanno leva sul timore di chi in strada ci vorrrebbe scendere ma preferiscono evitare un male maggiore all’oppressione come l’incriminazione ed un eventuale arresto di cui hanno paura. Dall’altro lato fanno leva sul bigottismo dei fedeli dello stato che, comodamente seduti a casa a guardare le proteste dalla TV e magari completamente ignari delle dinamiche di lotta di piazza, potrebbero letteralmente aumentarne lo ‘share’, potenzialmente il consenso e dunque la legittimazione sociale[25]. Consapevole della natura moltitudinaria della resistenza, uno stato non sufficientemente agonizzante mette in atto due tattiche, l’una fallace e l’altra purtroppo ancora efficace, come tra l’altro sembrano convalidare le dinamiche repressive recentemente messe in atto in val di Susa in cui agli attivisti si accusa di essere terroristi. Il governo turco, mostrando solo immagini selezionate dalla barricate e differenziando tra marginali ambientalisti e marginali altamente organizzati nel vandalizzare una citta’, ha commesso l’errore di non tener conto del resto dei gruppi ed individui che compongono quella moltitudine che, a sua volta, in risposta a questa sorta di indifferenza di un padre autoritario che ha occhi solo per il figlio modello e quello indisciplinato, si e’ sentita in dovere di continuare a scendere in strada e fargli notare che siamo tutte e tutti dei “çapulcular”. Prodotto della stessa retorica paternalista ma con effetti ben piu’ gravi e’ l’appello al terrore, il cui solo richiamo semina ancora nell’immaginazione di molti immagini di bombe, distruzione e morte. Concordando con Cengiz Candar (2013: 8-90), vorrei far notare che anche in Turchia, come in Brasile, sembra che il governo, o meglio il primo ministro, non abbia capito gli eventi ne’ le radici delle proteste, facendo appello ad un’obsoleta politica di rappresentanza e alle sue pratiche inconcludenti[26] e attribuendo la maggior parte della responsabilita’ a forze anti-governative di matrice nazionalista ed cospirazionalista. Come gia’ accennato in precedenza in merito alle bandiere, e’ vero infatti che molti erano in piazza come ‘figli di Atatürk’ (“padre dei turchi”), ma da cio’ ad affermare e far credere che a tirare i fili delle marionette ci fosse il CHP (Cumhuriyet Halk Partisi, Partito Popolare Repubblicano), il partito kemalista all’opposizione ispirato dalle posizioni di Mustafa Kemal, e’ un vero e proprio insulto a chi l’ha resistenza l’ha vissuta, come a dire che siamo tutti “Giovani Turchi”. Erdogan pensa ed afferma cosi’ perche’ forse legge gli eventi solo alla luce della logica della sua politica di rappresentanza, mentre la moltitudine e’ scesa in strada non per forza coprendosi il volto con una bandiera del partito. Nei 28 minuti di video propaganda dell’AKP (https://www.youtube.com/watch?v=LnUC-11h900) emergono tutti questi elementi, a cui ne va aggiunto uno, quello che Bengi Akbulut e Fikret Adaman (2013) chiamano “feticismo della crescita”, senza il quale non si capirebbero a pieno ne’ la retorica dello stato ne’ le radici urbane della protesta e senza il quale, inoltre, non si coglierebbe l’enorme vantaggio nell’organizzare l’indignazione e l’energia scaturica dall’insurgenza come lotta urbana.

Tra passato e futuro: l’indignazione da organizzare qui ed altrove

“Her Yer Taksim, Yer Her Direnis!”

(“Ovunque e’ Taksim, ovunque resistenza!”)

 (Slogan delle proteste)

Nel tragicomico video propaganda dell’AKP emerge chiaramente la retorica ed autoreferenzialita’ di uno stato paternalista che elargisce quantita’ enormi di denaro per trasformare Istanbul e la Turchia in un gran cantiere a cielo aperto. Tale logica di uno sfrenato sviluppo va sicuramente letta alla luce delle teorie generali del capitale che, come analizzato minuziosamente da David Harvey (2012), per portare a compimento la sua natura fagocitaria, si serve anche dello spazio urbano come strumento d’espansione illimitata. Tale processo di sviluppo, pero’, non puo’ essere analizzato a prescindere dalla condizioni contestuali di produzione, ovvero l’eredita’ di un processo di modernizzazione/occidentalizzazione che, iniziato negli ultimi decenni di vita dell’impero ottomano e formalizzato con la fondazione della Repubblica (1923), puo’ essere considerato  una vera e propria “ossessione della crescita economica” (Bengi Akbulut e Fikret Adaman, 2013: 14), nonche’ specchietto per le allodole per una classe media di relativamente recente formazione. Come sottolineano Akbulut e Adaman lo stato turco ha storicamente raggiunto potere e legittimazione principalmente attraverso la promessa di realizzazione dell’ideale di modernizzazione come interesse collettivo. Nonostante cio’ abbia in realta’ prodotto una marcata frammentazione, l’ideale dello sviluppo economico continua a funzionare come collante sociale e a garantire voti al partito appunto “della giustizia e dello sviluppo”.

Ne e’ un esempio il processo di ‘city branding’ per cui Istanbul, ad esempio, e’ stata recentemente trasformata in destinazione turistica di fastidioso successo. Fastidioso soprattutto per i manifestanti, non solo  perche’ costretti a vedersi frotte di turisti impazienti di far compere su Istiklal caddesi anche nel pieno delle proteste ma soprattutto perche’ gli abitanti di Beyoglu (il distretto che comprende anche la zona di taksim) sono consapevoli di dover lasciare presto il posto a quegli stessi turisti. Tra gli obiettivi del governo nel portare avanti il processo di sviluppo urbano della zona non c’e’ forse anche una Beyoglu ripulita da manifestazioni politiche che, di piccole o grandi dimensioni, caratterizzano quotidianamente Istiklal Caddesi? E cosi’ si apre una serie di domande: da dove nascono le proteste di Gezi? Inoltre, se le proteste di Gezi sono state la scintilla, cosa l’ha fatta scoppiare dando luogo alle proteste di massa? Se le proteste iniziali di Gezi erano organizzate ma l’esito molto piu’ al di la’ delle attese, come organizzare invece la moltitudine che si e’ formata a partire da Gezi in vista di prossime mobilitazioni? Una rassegna cronologica degli eventi ci puo’ aiutare a risponderle.

Parte del progetto di rinnovamento della zona di Taksim include la pedestrizzazione di piazza taksim in accordo non solo a interessi economici ma anche politici del governo, connessi al significato storico-politico che lega piazza taksim alla memoria collettiva della Turchia. La piazza e’ tradizionalmente luogo di concentramento per la maggior parte delle proteste politiche e, purtroppo, e’ stato anche scenario di episodi sanguinosi tra i quali spicca il 1 Maggio 1977, quando persero la vita piu’ di 30 manifestanti per mano di colpevoli mai identificati. Premesso che gli anni 70, anche in Turchia, erano dominati da un clima politico di estrema violenza e radicalismo, stando ai resoconti, dopo che si udirono copli d’arma da fuoco, le forze di sicurezza intervenirono nella piazza con i blindati e la maggior parte delle vittime fu dovuta al panico creatosi nella folla. Domenica 9 giugno sono stati organizzati dei concerti, la piazza era stracolma e in molti, se non tutti, abbiamo sicuramente pensato che lo scenario ricordava pienamente quello delle foto di quel 1 maggio del 77. Mobilitazioni di massa per il 1 maggio in piazza taksim sono state per la prima volta ripermesse ufficialmente solo nel 2010, cosicche’ nella memoria collettiva degli attivisti locali il 1 maggio e’ associato gia’ da tempo con l’odore acre dei gas lacrimogeni. Cosa lega piazza taksim, il 1 maggio e le proteste di gezi?

Dal 2010 al 2012 le manifestazioni in piazza per il primo maggio si sono svolte pacificamente; quest’anno, invece, iniziati gia’ i lavori di ristrutturazione, l’accesso alla piazza e’ stato negato con conseguente ritorno al tradizionale gas per sfollare i cortei dei manifestanti intenzionati a raggiungerla. Secondo i piani strategici del governo, ripulire Taksim avrebbe significato eliminare le proteste, senza che nessuno potesse prevedere che invece ne avrebbe fatta scoppiare una molto piu’ vasta ed articolata. Quest’ultima, pero’, non puo’ essere compresa appieno se l’analisi non comincia almeno a partire dal 7 aprile scorso, quando ad una delle proteste contro la demolizione dell’Emek, un cinema storico su Istiklal caddesi, i manifestanti sono stati violentemente attaccati dalla polizia e lo scenario creatosi era solo un assaggio degli eventi che sarebbero seguiti. Dal primo maggio in poi, infatti, ogni tentativo di radunarsi e manifestare nella zona e’ stato represso dalla polizia, alimentando al contrario un’indignazione diffusa che sarebbe stata proprio la causa dello scoppio della scintilla di Gezi.

Il progetto per la demolizione del parco avrebbe previsto la ricostruzione di precedenti baracche militari (demolite nel 1940) da utilizzare come centro commerciale. Nella notte tra il 27 e il 28 maggio sono iniziati i lavori e anche le proteste di quello che, all’inizio, era davvero un gruppo numericamente limitato di attivisti accorsi al parco. Ad un primo attacco della polizia (27 maggio) si sono seguiti i due  ormai ben noti attacchi notturni: un primo in cui sono state bruciate le tende degli occupanti (tra 29 e 30 maggio) e un secondo (tra 30 maggio e 1 giugno) con conseguente chiusura del parco che ha portato a due giorni di scontri. Scontri terminatisi pero’ col successo di migliaia di manifestanti che, sabato 1 giugno, sono riusciti a prevalere sulle forze di polizia, costrette ad aprire all’impetuosita’ di una moltitudine ribelle e determinata[27]. Due le domande importanti a questo punto: chi c’era a gezi tra gli attivisti dell’inizio e perche’? Quando e perche’ le proteste sono diventate di massa?

Alla ventina di attivisti (i famosi ambientalisti) che erano al parco la prima notte, la mattina del 28 si sono aggiunti rappresentanti della piattaforma taksim solidarity, inclusi rappresentanti della camera degli architetti e membri del consiglio di pianificazione urbanistica, parlamentari come Sırrı Süreyya Önder (in prima fila a bloccare i bulldozer) e altri cittadini di Istanbul accorsi per proteggere il parco e per la lotta che quel parco simboleggiava. Al parco c’erano anche i Mustereklerimiz (‘our commons’), compagine che da un anno a questa parte lega le realta’ antagoniste organizzatesi attorno al desiderio di lotta anticapitalista (http://mustereklerimiz.orgs). I mustereklerimiz – che non si definiscono ancora un movimento – si erano dati il primo maggio come primo appuntamento per sfilare insieme “ufficialmente”. Nei tre mesi precedenti avevano organizzato una serie di incontri nella forma di conferenze aperte ed assembleari su temi come universita’, pratiche di lotta e autogestione, economie alternative e diritto alla citta’[28]. E il diritto alla citta’ e’ un elemento chiave per poter interpretare gli eventi.

Il 4 giugno, in un eccellente articolo pubblicato sull’Internazionale[29], il collettivo Wu Ming fa notare che i media occidentali simpatizzano ed esprimono solidarieta’ con i manifestanti nonostante le vetrine spaccate e i sanpietrini, perche’ le proteste per il parco gezi non solo una battaglia ecologista per la conservazione di un parco e del significato storico-simbolico che taksim rappresenta, ma sono un pretesto per una piu’ vasta e profonda battaglia per la democrazia e quindi, nello specifico, contro il regime di erdogan. Dall’acuta analisi dei Wu Ming emerge la confusione che invece, inconsapevole o meno, ha dominato l’interpretazione generale degli eventi che si sono succeduti a partire da Gezi. Procediamo con ordine: cosa ha spinto la folla ad accorrere in massa al parco?

Dal 28 al 31 maggio e’ man mano venuto al parco ad occuparlo chi si sentiva in dovere di proteggerlo ma non solo al fine di semplicemente conservare uno spazio verde che – diciamola tutta –  erano in pochi ad utilizzare prima delle proteste; siamo/sono andati piuttosto per la logica autoritaria e verticista a cui risponde il progetto di demolizione di quel parco[30]. Il 31 maggio la corte amministrativa di Istanbul sospende ufficialmente il progetto per la ricostruzione delle  ex-baracche militari. Nel frattempo i media nazionali continuavano a non dare spazio a gezi ma le notizie si stavano diffondendo via social media fino a quando, il 31 maggio, e’ scoppiata la scintilla. Concordo con l’interpretazione di Ozgur: la folla e’ accorsa col diffondersi delle notizie sull’uso sproporzionato di violenza da parte delle polizia e aggiugerei che quella violenza e’ alla radice dell’indignazione che ha poi alimentato l’incendio. Spinoza non sa dare un nome alla gioia che nasce dal bene di un altro ma chiama indignazione “l’odio verso colui che ha fatto del male ad un altro” (E3 P22S e E3 AD20). Slogan tradizionali in Turchia, “faşizme karşı omuz omuza!” (“Spalla a spalla contro il fascismo!”) e “kurtuluş yok tek başına,
ya hep beraber,
ya hiçbirimiz!” (“Non c’e’ liberazione da soli, o tutti insieme o nessuno!”) hanno infatti unito gli animi della moltitudine in strada. Se l’indignazione e’ stata la scintilla, e’ sufficiente per caratterizzare una moltitudine ribelle come un ‘movimento di indignati?’

La sera del 31 maggio ci trovavamo su Istiklal caddesi quando, in mezzo alla folla che si stava ingrossando come un fiume in piena ed urlava “hükümet istifa!” (dimissioni del governo!”), ho capito e, rivolgendomi al mi compagno di turno, ho detto “e’ successo!”. Immagini come quelle di Placa del Sol e Tahrir erano ancora vive nella mente di ognuno di noi e sono certa che in molti hanno preso parte alle proteste semplicemente perche’ mossi dal desiderio di partecipare a qualcosa che avrebbe cambiato la storia del paese (e non solo), senza con cio’ nulla togliere alla valenza del processo di soggettivazione politica che un’eventuale motivazione di questo tipo possa aver scaturito. Per due settimane consecutive quella moltitudine era accomunata da un obiettivo: resistere agli attacchi della polizia e, ad Istanbul, proteggere anche la zona liberata e difesa dalle barricate. Basta questo per poter dire che la moltidudine era diventata un movimento? Un altro slogan “her yer Takism, her yer direniş!” (“ovunque e’ Taksim, ovunque resistenza!”) ci deve far riflettere. Usato per il primo maggio perche’, anche se non c’era modo di sfondare i blocchi della polizia affinche’ i cortei marciassero verso taksim, resistere in qualsiasi parte della citta’ era come resistere a Taksim e, soprattuttto, perche’ per molti di noi la resistenza non si ferma(va) al significato storico-politico di piazza Taksim ma (anda)va oltre l’obiettivo specifico della conservazione del parco Gezi o della preservazione di piazza Taksim. Piazza Taksim – luogo simbolo della tradizione repubblicana – insieme al parco Gezi ha fatto si’ che gruppi in discordia tra loro si siano ritrovati in strada a lottare fianco a fianco. L’indignazione univa le forze di un’ampia opposizion kemalista (CHP, TGB), di una sinistra partitica radicale di vecchio stampo nonche’ il partito curdo della pace e democrazia (BDP, Barış ve Demokrasi Partisi). Se per movimento intendiamo una formazione relativamente strutturata di individui, gruppi ed organizzazioni che si mobilita a partire da un fine conflittuale condiviso, fino a che punto possiamo dire che la moltitudine formatasi con lo scoppio della scinitilla di Gezi sia un movimento? Il movimento per la preservazione del parco non esaurisce, infatti, le varie istanze di lotta che hanno infuocato gli animi. Considero quello di Gezi/Taksim un movimento che ha inaugurato un processo di soggettivazione politica rivoluzionario ma che non si e’ davvero cristallizato attorno ad un programma politico ben definito e condiviso che vada oltre le richieste generali dei manifestanti. Tali richieste, come formulate nei punti che la piattaforma ‘Taksim Solidarity’, erano riassunte dai seguenti 5 punti: conservazione del parco, dimissioni dei responsabili per l’escalation della violenza, l’interruzione all’uso di lacrimogeni, rilascio dei detenuti e diritto di dimostrare liberamente.  Io mi limiterei, dunque, a prendere quello di Gezi come un movimento nel senso letterale del termine, come spinta di un corpo collettivo che, per muoversi, ha bisogno di una moltitudine di corpi che gli trasmettano il movimento (v. E2 L3).

Celebrare la lotta per la democrazia come obiettivo condiviso non basta pero’, a mio avviso, ad identificare un movimento e, soprattutto, a fare chiarezza su quali erano le effettive richieste di ogni gruppo, se non si specifica a quale ideale di democrazia i singoli gruppi nella moltitudine fanno riferimento. Quella che, in base a pregiudizi orientalisti e relative paure, e’ stata appiattita dai media internazionali come lotta per la conservazione del laicismo e’ stata piuttosto un’insurgenza moltitudinaria contro l’autoritarismo paternalista di uno stato che pensa ancora di tenere a bada i propri cittadini semplicemente costruendogli opere grandi, costose e percio’ anche moderne, perfettamente in linea con la tradizione storica del paese. Fin dagli ultimi decenni dell’impero ottomano, passando per il secolo repubblicano e approdando nelle mani dell’AKP, la modernizzazione in Turchia e’ sempre stato un processo autoritario, imposto dall’alto.

Se pensiamo al binomio patriottismo/paternalismo come alla relazione che intercorre tra l’immagine della madre patria e quella del padre padrone, possiamo dire che, anche se le recenti rivolte non sono possono essere lette ancora come un matricidio, di sicuro si e’ trattato di un tentato patricidio. “Şerefine Tayyip!” (“alla tua, Tayyip!”) era un altro slogan popolare, ma non significa che la folla e’ scesa in strada per il tanto temuto rischio di islamizzazione radicale. Il recente controverso divieto di consumare alcolici vicino alle scuole e alle moschee non e’, a mio avviso, un sintomo di islamizzazione imminente. Non solo richiama alla mente norme in vigore da tempo negli Stati Uniti, ma rientra, piuttosto, nella stessa logica che vorrebbe ripulire il centro di Istanbul e renderlo un’area sicura per l’intrattenimento della classe media e dei turisti, tanto che, infatti, il divieto farebbe eccezione per gli enti in possesso di certificati turistici[31]. Vorrei tornare all’analisi dei Wu Ming che hanno scritto:

“Occupy Gezi […] non è soltanto una battaglia ecologista, ma non è nemmeno una battaglia simbolica. Piuttosto, è l’ennesima dimostrazione di quanto siano sentite, oggi, in tutto il mondo, le lotte per quello che Henri Lefebvre ha definito il diritto alla città, ovvero il diritto a “cambiare noi stessi cambiando l’aspetto delle nostre metropoli”. Il diritto a partecipare ai processi di urbanizzazione e a non farsi strappare dagli speculatori il valore di un quartiere, di una piazza, di un parco. Quel valore, infatti, è il risultato di un lavoro collettivo, delle attività e delle relazioni sociali prodotte da chi vive un determinato spazio”

Il ‘diritto alla citta’’ e’ sicuramente un elemento determinante senza il quale non si possono comprendere ne’ i processi di soggettivazione politica ne’ le azioni di quelli di noi che si sono mobilitati fin dall’inizio. Il diritto alla citta’ – in questo caso il diritto al parco – fa necessariamente riferimento allo spazio urbano non solo come teatro del conflitto ed oggetto conteso ma come strumento per la promozione di relazioni sociali alternative. La riappropriazione di spazio urbano, inoltre, non e’ pensata ed attuata come fine a se stessa ma come strumento per la rivendicazione e la riappropriazione di un diritto alla differenza, inteso come diritto a decidere come voler vivere la propria vita. In questo senso allora, nonostante le istanze particolari e diverse, la moltitudine ribelle che ha appiccato l’incendio di gezi Park, piazza taksim, besiktas e Gezi Mahallesi ad Istanbul, Kugulu Park e Kizilay ad Ankara, Izmir, Trabzon ed Adana e’ una moltitudine urbana. Se a ribellarsi in Turchia non sono stati i poveri ma vari segmenti del tessuto sociale e, in generale, i cittadini di Istanbul e di altre citta’ proprio in quanto cittadini, allora il diritto alla citta’ potrebbe essere un potente strumento per stabilire un nuovo concetto di cittadinanza che oltrepassi i confini stabiliti dall’appartenenza nazionale (Isin, 2012). Si trattava dunque di una lotta per la democrazia come hanno ribadito i Wu Ming:

“Ecco allora che la difesa di una piazza, di un parco, di una valle alpina non è mai soltanto locale o soltanto simbolica. Chiedendo di poter esercitare il proprio diritto al paesaggio, i manifestanti stanno già combattendo per la democrazia. Per quella democrazia che ormai è diventata incompatibile con il capitalismo e le sue inevitabili conseguenze: l’urbanizzazione selvaggia, la speculazione edilizia e il land grabbing. Non deve sorprendere, allora, se la protesta del parco Gezi si è diffusa in tutta la Turchia, mettendo insieme anarchici, socialisti, sindacati, curdi e turchi, movimenti lgbt, ultrà di opposte tifoserie e persone finora rimaste lontane dalla politica”.

Cio’ non toglie, pero’, che l’ideale di democrazia non assume un significato univoco e condiviso dai gruppi ed individui che compongono la moltitudine e, soprattutto, che per molti ancora non coincide ancora con un processo decisionale, costituente e governativo che parte dal basso. Ed e’ per questo motivo che l’indignazione va organizzata intorno ad un progetto strategico, dal quale possa nascere un movimento che sia urbano e rivoluzionario.

Una lotta per piazza taksim richiama alla memoria un significato simbolico si’ importante ma che acquista legittimazione dal passato (facendo tra l’altro eco alle strategie politiche dell’AKP e di Erdogan). Iniziata con una mobilitazione urbana, la lotta per Gezi ha invece aperto lo scenario a processi decisionali nuovi, basati sul consenso nonostante le grandi dimensioni. Per non soffocare l’immensa quantita’ di energia/potenza generata da Gezi, non possiamo rischiare di rimanere intrappolati nel presente e nelle forme di rappresentanza che ancora dominano e che rischiano di offuscare lo sguardo al futuro. Se gli incontri fortuiti (Negri, 2010 [2009]) sono da organizzare, non da meno sono i non-scontri. Se una lotta dal carattere urbano ha permesso la coesione di soggetti politici distanti e di superare, almeno spazio-temporalmente, profonde divisioni socio-culturali ed etniche, allora ritengo che la l’indignazione e le pratiche di lotta non possano non essere organizzate che come urbane. Nello specifico contesto della Turchia, questo faciliterebbe anche il dialogo da instaurare con soggettivita’ politiche come ad esempio i ‘Musulmani Rivoluzionari’ e i ‘Musulmani Anticapitalisti’, promotori di una delle azioni piu’ riuscite. Il 10 luglio e’ iniziato il ramadan e, per chi non lo sapesse, l’iftar e’ il pasto che rompe il digiuno. Due gli iftar organizati quella sera nella zona di Beyoglu: uno proprio in piazza taksim sgomberata ormai da settimane e l’altro su istiklal caddesi. Il primo era stato organizzato dalla municipalita’ locale e l’altro dai mussulmani anticapitalisti, supportato dagli attivisti di gezi e ovviamente guardato a vista da un onnipresente TOMA. Quell’azione ha dato inizio ad una serie di iftar simili in diverse zone della citta’ e, soprattutto, ha mostrato la fallacia delle autorita’ nel tentare di spostare il livello di scontro su un piano culturale anziche’ urbano.

Propongo queste mie considerazioni a maggior ragione alla luce degli eventi in Brasile che, connettendo rapidamente rivendicazioni territoriali separate solo da un oceano, ci hanno mostrato come una lotta urbana per istanze locali possa facilmente fungere da modello per una lotta transnazionale al dominio neoliberista, avvalorando cosi’ il nostro “her yer taksim, her yer direnis!”.  La profonda tristezza per lo sgombero del parco era dovuta alla perdita di un luogo che ci ha permesso di essere affetti da una piu’ profonda gioia. A tale gioia il governo ha risposto con la logica degli ultimatum, alla quale, come scritto dalla compagna J. in una nota del 18 giugno, noi, quelli della comune di Gezi, non potevamo e non volevamo rispondere perche’ quello che avevamo attivato nel parco era un “dibattito vivente” e un processo strutturale che necessita tempo per discutere e prendere decisioni ma che puo’ essere attuato in ogni spazio. Gezi ha ormai acquisito un significato simbolico che ci sprona a dislocare la lotta in altri luoghi e ad attivare altre forme di protesta ed autogestione. Un utopico confederalismo organizzato intorno ad assemblee comunitarie (Bookchin and Biehl, 1998) potrebbe essere un obiettivo auspicabile, amio avviso e’ potrebbe anche essere realizzabile, ma solo se a dirlo sara’ la strada.

Aperture finali

“Taksim Bizim İstanbul Bizim!”

( “Taksim e’ nostra, Istanbul e’ nostra”)

(Slogan delle proteste)

“We’ve come so far, it feels so real […]

Come so far, there’s no going back […]

We’ll organise a sort of revolution”

Fink, Sort of Revolution

Se Gezi e’ stato solo l’inizio e la lotta continua e’ presto per azzardare conclusioni ma, stando alle valutazioni preliminari, sembra che i tempi per un gran finale in musica siano maturi. Posso solo concludere col mio slogan preferito, “Isyan, devrim, özgürlük!” (“Ribellione, rivoluzione, liberta’!”) che pero’ da solo perderebbe di significato: la sua realizzazione non puo’ avvenire senza passare per quella riappropriazione di spazio-tempo che reclamiamo quando continuiamo ad urlare all’unisono “Taksim bizim, Istanbul bizim!” (Taksim e’ nostra, Istanbul e’ nostra!). Il processo di appropriazione di Gezi come bene comune e la stessa comune di Gezi contenevano la chiave di svolta: quelle relazioni extraordinarie d’amore che, se da extraordinarie diventassero ordinarie, darebbero vita non solo ad una situazione rivoluzionaria ma ad una rivoluzione. Vorrei concludere con una domanda, parafrasando quella posta da Sandro Mezzadra in una delle discussioni via email: il comune si costruisce per forza occupando? Occupare come pratica di riappropriazione urbana e’ certamente un atto costitutivo e dunque istituzionalizzante della relazione sociale del comune. cio’ non toglie pero’ la valenza della produzione di contro-spazi (penso alla nostra ‘mutfak’, cucina) come spazi liminali di importanza estrema nel facilitare un processo di transizione da una “situazione rivoluzionaria” ad una rivoluzione[32].

Moira Bernardoni

 


[1] Spesso ometto ‘parco’ gezi o ‘le proteste’ di gezi perche’ sono ormai abituata che tra amici e compagni di gezi basta dire ‘gezi’ che, senza bisogno di ulteriori categorie, e’ diventato – almeno per noi – soggetto o oggetto (politico) a seconda del caso.

[2] Ad es. la catena umana in piazza che potete rivedere al min 16:53 del video documentario che vi avevo precedentemente inviato: passioni forti! http://vimeo.com/71704435

[3] Discutero di chi siamo piu’ avanti

[5] In molti l’hanno definita cosi’ ma io mi riferisco ad uno dei primi comunicati del nostro gruppo, i Mustereklerimiz (‘Our Commons’) http://mustereklerimiz.org/da-oggi-nessuno-di-noi-sara-piu-lo-stesso/

[6] KESK (Kamu Emekçileri Sendikaları Konfederasyonu), Confederazione dei Sindacati dei Lavoratori Pubblici. DİSK (ürkiye Devrimci İşçi Sendikaları Konfederasyonu), Confederazione dei Sindacati Rivoluzionari della Turchia

[7] Crudele e’ stata la repressione della mobilitazione del 31 luglio, in cui la famiglia di Berkin, 14enne colpito alla testa da un candelotto di lacrimogeno e in coma da meta’ giugno. La sua famiglia avrebbe voluto semplicemente rilasciare una dichiarazione alla stampa ma la polizia antisommossa ha risposto col solito trattamento alla folla ritrovatasi a piazza Taksim. Tra l’altro va ricordato che Berkin non era un manifestante (aka un terrorista) ma un passante colpito durante un azione della polizia nel suo quartiere Okmeydani.

[12] In merito di bandiere, ad esempio, i Müştereklerimiz (‘Our Commons’), fin dalla loro uscita “ufficiale” in strada il primo maggio, hanno deciso di non adottare nessun simbolo ma di usare bandiere ognuna di un diverso colore: verde, nero, rosso, viola e rosa.

[14] qui uso intenzionalmente ‘popolo’ e non moltitudine

[15] Durante i duri attacchi e conseguenti scorntri del 31 maggio, uno dei maggiori canali tv di informazione turche trasmise un documentario sui pinguini anziche’ la diretta dalla zona di Taksim (venerdi’ 31 eravamo in strada che il parco era barricato dalla polizia). Da allora il pinguino è diventato un simbolo della rivolta.

[16] Alcune universita’ in Turchia sono gia’ presidiate da forze di sicurezza armate e sembra che da settembre verranno rafforzate se non affiancate da forze di polizia. Nel frattempo, la KYK, l’istituzione per i prestiti universitari e i dormitory, ha recentemento dichiarato che non saranno elargiti prestiti a studenti che partecipino ad attivita’ di resistenza e boicottaggio, cantino slogan o siano coinvolti in altre attivita’ simili nell’universita’ o nei dormitori. Secondo una logica capitalista, paternalista e distorta per cui l’educazione e il prestito non sono un diritto ma premi alla condotta, come si legge in articolo in inglese comparso su Hurriyet Daily News del 31 luglio, questi “events of anarchy and terrorism” addirittura violerebbero il diritto all’educazione! Tra essi sarebbero da annoverare: “resistance, boycott, occupation, writing, painting, slogan-chanting, et cetera, whether attempted partially or fully” e vanno classificati come “as ineligible alongside those who carry any sort of firearm or sharp device”. http://www.hurriyetdailynews.com/no-loans-for-students-who-engage-in-protests-chant-slogans-loan-board.aspx?pageID=238&nid=51732

[17] La maggiore attenzione su Istanbul piuttosto che su altre citta’ non puo’ non farci riflettere sui motivi di una tale disequilibrio. Perche’  Istanbul – come commentato da un amico  – e’ percepita come “corpo d’Europa”? quanto questa percezione si basa su considerazioni geo-politiche e quanto ancora su pregiudizi che sono anche culturali? Senza entrare in merito di questioni come quella dell’eredita’ di un pensamento orientalista/occidentalista, mi chiederei invece (come ci siamo chiesti con altri compagni di lotta) come suscitare empatia, un’empatia che purtoppo e quasi necessariamente resta legata alle distanze, non solo geografiche ma anche culturali appunto.

[18] Tarlabasi e’ un quartiere del distretto di Beyoglu, il centro culturale, commerciale e turistico di Istanbul. Stando alle categorie in voga, Tarlabasi potrebbe essere definito come un quartiere mutliculturale piuttosto che interculturale: popolato da una larga maggiornaza di migranti Kurdi e dale province del sud-est della Turchia, da migranti dall’Africa e dai paesi confinanti cosi’ come da un numero sempre maggiore di giovani, attratti dall’atmosfera culturale non meno che dal mercato della frutta della domenica. Capire se la presenza di studenti, artisti e giovani professionisti, sia turchi che stranieri come me, sia il risultato di residui di attitudini orientaliste o meno non annullare non invaliderebbe le ferree leggi dei processi transnazionali di gentrificazione ne’ arresterebbe il proliferare di guest-houses e hotel-residences.

[19] Il link al video e’ il seguente: http://www.youtube.com/watch?v=VQ1UKAyVqZI Vi prego anche di notare che lo slogan alla fine del video e’ appunto “questo e’ solo l’inizio, la lotta continua!”.

[20]  “L’ira e’ la cupidita’ dalla quale siamo incitati, per odio, a fare del male a colui che odiamo” (E3 AD36)

[21] anche se mi chiedo se restare sottomessi ad uno stato di oppressione sia il male minore o maggiore

[22] Penso non solo ai bottiglioni di plastica menzionati da Giuseppe e Bruno ma anche, ad esempio, alla mancanza di expertise (competenza) di molti civili che avrebbero – magari – potuto salvarsi nel recente e crudele attacco al gas nervino avvenuto in siria come anche osservato dal dottore intervistato in questo video http://www.youtube.com/watch?v=RoCT81NcDnc

[23] Parentesi esterofila: un breve pensiero di riconoscimento a quei nostri amici, camerunensi e nigeriani, che, pur supportando la causa, si sono ovviamente limitati ad unirsi brevemente a noi al parco nei momenti di tranquillita’, evitando opportunamente le situazioni di pericolo.

[24] Il primo articolo definisce: “Terrorism in any kind of act constituting a crime done by one or more persons belonging to an organization with the aim of changing the characteristics of the Republic as specified in the Constitution, its political, legal, social, secular or economic system, damaging the indivisible unity fo the State with its territory and nation, endangering the existence of the Turkey State and Republic, weaking or destroying or seizing the authority of the State, eliminating fundamental rights and freedoms, or damaging the internal and external security of the State, public order or general health by means of pressure, force and violence, terror, intimidation, oppression or threat”.

[25] Ricordo di discussioni al parco pochi giorni prima dello sgombero del 15, in merito alla convenienza di tirar giu’ almeno qualche barricata perche’ si discuteva se la sicurezza ci venisse anche dalle stesse e non solo dalla legittimazione di piazza

[26]“If you have a problem you can choose your representatives and convey them to my mayor, my governor or myself. But if you continue like this, I will be obliged to speak in a language that you understand. We will respond accordingly”, Hurriyet Daily News, 9 giungo 2013, http://www.hurriyetdailynews.com/patience-has-its-limits-turkish-pm-erdogan-tells-taksim-gezi-park-demonstrators.aspx?pageID=238&nid=48516

[27] Link ad un recente documentario sulle proteste. http://www.youtube.com/watch?v=ObTndpWjhgg

[28] Tra i prodotti dei Mustereklerimiz ci sono gezi radyo ed hemzemin. Gezi radyo ha iniziato  a trasmettere dal parco e ha continuato a farlo fino al 15 giugno. Gezi radyo continua ora con una programmazione meno assidua. I podcasts delle notizie in inglese qui https://soundcloud.com/gezi-radyo.

Hemzemin e’ una sorta di fanzine che si propone il coordinamento mediatico tra i forum. Sia cartacea che online (http://hemzeminposta.org) contiene aggiornamenti, comunicai ed editoriali. Fra gli argomenti trattati:

– la rete di avvocati a disposizione e sostegno di chiunque abbia subito violenza, iniziative a sostegno dei negozianti del centro che sono schierati in supporto di gezi e in risposta alla propaganda del governo che ha tentato di istigarli contro i manifestanti facendo leva sul tema delle perdite economiche.

– discussione del boicottaggio come forma di protesta e formazione di un gruppo di lavoro che elabori forme di economia alternativa

– lotta alla gentrification: gezi park come parte del progetto che mira a trasformare tarlabasi in un quartiere ripulito dai poveri ed emarginati, in un’area sicura per il consumo ed intrattenimento della classe media

– workshops sui diritti sociali: discussione basata sule risposte ad un sondaggio relativo all’assistenza sociale.

– sciopero degli operai di kazova (tessile)

– condizione delle donne e problematiche LGBT, in particolare dopo l’ennessimo assassinio di una donna trans

– proieizione di documentari

– problematiche ambientaliste, terzo ponte

[30] In data 13 aprile al parco era stata organizzata una giornata di festival in cui attivisti, abitanti del quartiere ed altri accorsi si sono ritrovati a manifestare in supporto della conservazione del parco. Fu un evento di successo, soprattutto perche’ ricordo benissimo la positiva impressione che chiunque di noi vi aveva preso parte raccontava ai propri amici. Si trattava infatti dei primi sprazzi di quella gioia che avrebbe alimentato il festival che l’occupazione del parco avrebbe poi generato.

[31] Idem per le polemiche e proteste dell’anno scorso in merito alla proposta di modifica della legge sull’aborto che miravano invece piu’ che altro a distogliere l’attenzione dalla questioni piu’ importanti nel sud-est del paese. Basti pensare, ad esempio, che in Turchia la pillola del giorno dopo puo’ essere acquistata in farmacia senza alcun bisogno di prescrizione medica.

[32] Penso ad esempio all’esperienza del comune che stanno vivendo I bambini della nostra mutfak.

  1. Chi abbia memoria degli ultimi vent’anni di mobilitazione per i diritti dei migranti non avrà difficoltà a riconoscerlo: uno spazio europeo delle lotte è esistito dal principio come tracciato di mobilitazioni antirazziste, contro i centri di detenzione, contro quella che, allora, veniva chiamata la Fortress Europe. Sin dalla metà degli anni novanta, nelle occupazioni dei sans papiers, nelle sollevazioni delle banlieues francesi prima e nelle periferie inglesi poi, nell’autorganizzazione dei migranti a Genova e in altri luoghi, nel consolidarsi delle reti europee contro i centri di detenzione per i clandestini e nelle azioni volte a denunciarne e contrastarne la barbarie, ciò che veniva posta al centro dell’attenzione, da parte di militanti ed attivisti, era la consapevolezza che la mobilità dei migranti disegnava una propria, differente, spazialità e che le linee di questa spazialità incrociavano, destabilizzavano e revocavano da subito, immediatamente, il sistema di segni (gerarchie, confini, localizzazioni) sui quali l’Unione europea veniva costruendo la propria idea di cittadinanza. Il migrante, a differenza delle retoriche allora imperanti, non era un soggetto in transito la cui esistenza potesse essere discrezionalmente trattenuta sul limite (il limite tra un ingresso ed un espulsione, innanzitutto…), né il residuo sul quale l’idea stessa di cittadinanza potesse continuare ad esercitare la propria potenza di formalizzazione. Il migrante si muoveva e si muove, revoca nella sua propria esistenza il sistema di localizzazioni sul quale l’Europa costruisce la propria sfera di cittadinanza, si mostra irriducibile ai dislivelli imposti dai differenti regimi di sfruttamento sui quali essa fa scivolare il proprio progetto di integrazione dei mercati. Prima di tutto, dei differenti mercati del lavoro. (more…)

Nel suo contributo alla preparazione della tavola rotonda sulla rete al seminario di Passignano, Roberta Pompili focalizza la discussione sulla rete attorno a delle questioni teoriche cruciali per la prospettiva post-operaista. In particolar modo, il suo intervento interroga la rete a partire da una tensione fondante tra i processi di cattura del valore e soggettivazione autonoma in un quadro più generale in cui i processi di accumulazione sono imprenscindibili dalla produzione di soggettività. A ciò aggiungiamo naturalmente in una prospettiva marxiana, il problema del rapporto tra capitale fisso (o saperi incarnati nelle macchine) e capitale variabile (forza lavoro), cioè della nuova configurazione del general intellect nel declinarsi della rete come modalità dominante di organizzazione della cattura del valore e nella costituzione di soggettivazione autonoma.

Nel mio contributo vorrei proporre di separare concettualmente tre modi di pensare alla rete, questo allo scopo di aggirare alcune difficoltà date appunto dalla versatilità e onnipresenza della rete in quanto topos nelle scienze sociali e naturali. Proporrei dunque di distinguere tra la rete in quanto tecnologia (Internet); la rete in quanto macchina (incontro tra computazione e telecomunicazione) e la rete in quanto modello (struttura geometrica astratta di tipo topologico). In queste tre prospettive è possibile trovare diversi modi di formulare la relazione tra capitale fisso e capitale variabile, e cattura del valore e processo di soggettivazione autonoma. (more…)

Nel momento in cui scriviamo queste brevi note (metà agosto 2013), il formidabile movimento di giugno in Brasile sembra attraversare una fase ambivalente, definita da tre caratteristiche: il riflusso, la diffusione e il dislocamento.

Riflusso: sono finite le mobilitazioni massicce di centinaia di migliaia di persone che avevano luogo due volte tutte le settimane (lunedì e giovedì) e quelle in occasione di ogni partita della Confederation Cup. Questo non significa che la fase delle mega manifestazioni si sia chiusa. Lo stato di mobilitazione si mantiene, come una latenza sempre in agguato sui poteri costituiti. Qualche cosa di fondamentale nella percezione di molti è cambiato: i governi gli riconoscono un potere formidabile, mentre i governanti sono obbligati a cercare di identificare leaderships e a negoziare, senza sapere che fare con il nuovo. Le mobilitazioni annunciate per il 7 settembre saranno una verifica importante dei livelli di massificazione del movimento.

Diffusione: il movimento moltiplica le forme di lotta (manifestazioni, assemblee e occupazioni di parlamenti nelle capitali federative e di Consigli Comunali, anche delle città più piccole). Si tratta di un processo che investe tutto il paese e tutto l’arco delle rivendicazioni già presenti (ma con la centralità dei trasporti urbani). Le proteste hanno creato una situazione rivoluzionaria nella misura in cui hanno immediatamente rafforzato (e riqualificato) le lotte, le rivendicazioni e i movimenti che già esistevano. Ci troviamo in un vero e proprio Kayros: è qui e subito che i molti fanno valere le piattaforme di lotta fino a poco tempo fa’ bloccate, come il diritto alla città, la legalizzazione dell’aborto, la mobilità urbana e la lotta contro il terrore poliziesco usato come metodo sistematico di regolazione della povertà.

Dislocamento: l’asse fondamentale delle mobilitazioni – dal quale dipende oggi in buona parte il futuro del movimento – è passato da São Paulo a Rio de Janeiro. Rio è la cartolina postale del progetto di un nuovo Brasile ricco: è stata il teatro dei Giochi Panamericani, della Conferenza Rio + 20, di alcune partite della Confederation Cup e infine della visita del Papa argentino. È qui che avranno luogo la finale della Coppa del Mondo (nel 2014) e le Olimpiadi (2016). Ma è a Rio de Janeiro che le giornate di giugno si sono mantenute durante tutto il mese di luglio e continuano con forza oggi (metà agosto) con manifestazioni, riunioni, assemblee che hanno luogo tutti i santi giorni, senza accennare a nessun indebolimento. Rio de Janeiro è oggi una città disobbediente, che non si sottomette agli interventi igienizzanti promossi dal governo (nelle sue tre sfere) in nome dei grandi eventi. È proprio a Rio che l’attuale fase del movimento di giugno appare chiaramente sotto una luce ben più potente, che illumina la breccia aperta dalla moltitudine nel paradosso lulista. (more…)

1. Si può ben capire che in Italia, ogniqualvolta Grillo o Casaleggio evocano scenari di rivolta e disordine sociale, un brivido di terrore percorra le classi dirigenti. La rivolta, infatti, qui non c’è (ancora) stata. Un’infinità di lotte (sul lavoro e sull’abitare, sulla salute e sul reddito) ha scandito in questi cinque anni il ritmo della crisi, intrecciandosi con il dilagare della povertà e della sofferenza sociale. Non sono mancati momenti di parziale ricomposizione, ad esempio attorno al movimento NOTAV, alle lotte universitarie, alla vertenza FIAT. Ma non vi è stato un momento di generalizzazione espansiva della mobilitazione, per molti motivi, tra cui figura senz’altro il sovrapporsi di crisi economica e crisi politica nell’interminabile agonia del berlusconismo. Non è stato così altrove: sia pure in forme diverse Spagna, Portogallo e Grecia, ma anche Slovenia e Bulgaria sono state teatro di formidabili movimenti contro la crisi, capaci di rideterminare complessivamente (secondo una dinamica che abbiamo visto all’opera negli ultimi mesi in Turchia e in Brasile) il quadro politico e sociale, di innovare in profondità la grammatica delle rivendicazioni, la fenomenologia dei comportamenti politici e la composizione soggettiva dei movimenti. (more…)

Parte I. Il saccheggio dei beni comuni: indegnità continua.

Il complesso e affascinante fenomeno di emersione politica dei beni comuni costituisce in Italia il corrispondente del più noto movimento degli Indignados spagnoli, divenuto celebre in tutto il mondo come M15, dalla data del 15 maggio del 2011 in cui iniziò una lunga accampata presso la Puerta del Sol di Madrid.

In Italia, la data simbolo, che ricorre in ben tre passaggi chiave nella storia recente dei beni comuni, potrebbe essere il 22 aprile: del 2008, quando il disegno di Legge delega della Commissione Rodotà fu consegnato ufficialmente al Guardasigilli; del 2010, quando fu apposta la prima firma sui moduli per i referendum sull’acqua bene comune; del 2013, quando la trasformazione di Arin, Spa in ABC, Azienda Speciale è stata ufficialmente registrata alla Camera di Commercio di Napoli. Il movimento per i beni comuni italiano quindi potrebbe essere descritto con l’acronimo A22. (more…)

      L’ambizione di quest’articolo è quella di gettare le basi per una concezione della moneta del comune a partire da un’interrogazione omessa dalla teoria economica dei beni comuni. Quali sono, dunque, le condizioni capaci di attenuare il vincolo monetario al rapporto salariale e di favorire così lo sviluppo di forme di produzione alternative ai principi d’organizzazione sia del pubblico che del privato? Questa domanda richiede d’introdurre nella teoria del Comune il ruolo strutturante della moneta nei rapporti capitale-lavoro.

L’esame del rapporto tra moneta e comune necessita, di conseguenza, di partire da una critica della teoria dei beni comuni dalla quale la moneta, come il lavoro, sono curiosamente assenti. La ragione di quest’assenza si trova nel fatto che questa concezione naturalista dei beni comuni accetta implicitamente uno dei postulati fondatori della teoria economica standard, ovvero la neutralità della moneta, concepita come un semplice strumento tecnico che facilita gli scambi, e non come la cristallizzazione di un rapporto sociale di potere. Su questa base, si tratterà di caratterizzare un approccio dinamico del comune al singolare nel quale la questione della moneta e delle mutazioni della divisione del lavoro occupa un posto centrale. Questo approccio fondato sulla triade lavoro-moneta-plusvalore servirà allora egualmente da filo conduttore per rianimare la controversia che aveva opposto Marx ai proudhoniani, precursori di un approccio della moneta come comune.

Infine, fonderemo il nostro ragionamento sulle teorie marxiane del circuito per mostrare che il carattere specificamente monetario del rapporto capitale-lavoro costituisce l’unico punto di partenza adeguato per una riflessione sulla moneta del comune. Questa riflessione farà emergere perché la nozione di reddito sociale garantito corrisponde ad un’istituzione del comune volta a rendere la creazione monetaria endogena non solo al capitale ma anche alla riproduzione autonoma della forza lavoro. (more…)

La vita fende la materia, elabora e contrae la materia, dando vita alle virtualità contenute nel materiale in direzioni sconosciute. La vita emerge come divenire-concetto, divenire-pensiero o, nel caso della coscienza, come divenire-cervello. — Elisabeth Grosz[1]

Il dibattito filosofico-politico degli ultimi anni, almeno alle latitudini del pensiero francese e italiano, è stato caratterizzato da una oscillazione concettuale che ha focalizzato di volta in volta il lavoro immateriale o il lavoro affettivo, l’economia della conoscenza o l’economia del desiderio, il cognitivo o il biopolitico. Nessuna agenda di ricerca o politica è stata immune a questa oscillazione, talvolta recitando in modo polemico un polo contro l’altro. Dopo un periodo al lavoro sull’economia della conoscenza, per esempio, una maggiore attenzione veniva data al lavoro affettivo (tornando a riscoprire quello che il femminismo aveva già tentato di politicizzare negli anni ’70), mentre le biotecnologie occupavano il palco centrale del dibattito sulle nuove forme di potere. Spesso è capitato di sentire lamentele contro un paradigma cognitivo che si dimenticava della materialità biologica e genetica del corpo, della sua libido, dei suoi affetti, ecc. Da alcuni come Lazzarato la noopolitica fu allora proposta come estensione dello spazio del biopotere per arrivare a coprire anche le nuove forme dell’immaginario collettivo e delle tecnologie della conoscenza.[2] Ma solo recentemente si è cominciato propriamente a capire l’importanza delle neuroscienze nelle ricerche dell’operaismo e del post-strutturalismo.[3] (more…)

Come d’incanto appare il quinto numero dei quaderni di San Precario.
É un numero singolare, ma che procede comunque dai precedenti, segnatamente attraverso la Piccola Enciclopedia Precaria che mette a fuoco alcuni strumenti di controllo e di espropriazione a disposizione del capitale, il poliziotto pasoliniano, la meritocrazia, la trappola della precarietà… sin d’ora, però, può intravvedersi una luce in fondo al tunnel, il reddito di base.
Se il tentativo di spezzare le catene dell’angelo di marmo della soggettività precaria ha da sempre informato l’agire del collettivo dedito al culto del santo, nel corso del quarto numero si é imposta l’esigenza di indagare l’esistenza precaria, il dissolversi della vita nella precarietà, non più aggrappata alle modalità lavorative ma espansa, meglio esplosa, nei cuori del cognitariato.
Ebbene, il quarto numero registrava la messa in comune delle pratiche precarie, la condivisione di modi e termini gestionali dell’esistenza. L’affermazione di prassi costituenti atte a sovvertire lo stato di cose presente.
Lo spirito precario veniva alla luce in positivo, colmo di emergenze e rivendicazioni, denso di vita e determinazioni.
Ma, c’è sempre un ma…. (more…)

Le recenti grandi lotte e rivolte che hanno attraversato da più parti il globo ed hanno avuto una forte presenza nel nord Africa e Europa hanno nuovamente posto la questione dirimente delle forme della comunicazione e della rete come straordinario elemento di analisi per il pensiero e la pratica politica. Studiosi di diversa ispirazione si sono interessati al “fenomeno” della rivoluzione su twitter, ora dando una definitiva centralità alla rete (in parte anche Castells), ora riducendone il valore e l’importanza. Interrogarsi, sebbene in termini di approccio parziale, provvisorio e posizionato, rispetto a questo tema è evidentemente uno degli obbiettivi dell’incontro di Europassignano.

In questo spazio di riflessione politica, è stato più di una volta sottolineato, come la produzione oggi sia definitivamente trasformata e come i processi di accumulazione nel capitalismo contemporaneo si pongano oramai come processi di “produzione di soggettività”. Il modello produttivo è antropogenetico, il corpo diventa il campo di tensione, il luogo della soggettività in cui i processi di valorizzazione si imprimono. I corpi-macchinici costituiscono il lavoro vivo: nel corpo capitale variabile (lavoro umano) e capitale fisso (ovvero, le macchine la tecnologia) comunicative e relazionali, ma anche tecnologia (Marazzi).

Dentro questa sintetiche enunciazioni, parziali e riassuntive, si pongono aspetti di natura dirimente. La questione della rete, della comunicazione in generale è, dunque, immediatamente una questione che si gioca sul campo della cattura del valore da una parte e dall’altro inevitabilmente come luogo in cui ripensare la soggettivazione politica. Mi interessa a questo punto sollecitare, alcune tra le tante possibili, alcune domande che vadano nella direzione di abbozzare piani di discussione e lavoro (abbozzare, poiché si tratta evidentemente di un “momento” di un lavoro cominciato da tempo ed in continuo work in progress) per il nostro appuntamento di settembre. (more…)

Intervista a cura di Raia Apostolova e Mathias Fiedler, recording ed editing a cura di Ahmad Moradi (CEU – Central European University)

Sai molto bene dove abbiamo trovato la nostra lotta di classe:
negli storici francesi che raccontavano la lotta delle razze.
Lettera di K. Marx a J. Weydemeyer, 5 marzo 1852

Dopo il brigantaggio queste terre hanno ritrovato una loro funebre pace; ma ogni tanto, in qualche paese, i contadini, che non possono trovare nessuna espressione nello Stato, e nessuna difesa nelle leggi, si levano per la morte, bruciano il municipio o la caserma dei carabinieri, uccidono i signori, e poi partono, rassegnati, per le prigioni.
C. Levi, Cristo si è fermato a Eboli

…la maldicenza insiste, batte la lingua sul tamburo,
fino a dire che un nano è una carogna di sicuro,
perché ha il cuore troppo troppo vicino al buco del culo.
F. De André, Un giudice

1. “Un piano del terrore: la ‘ndrangheta dietro a Prieti?”. Questo è il titolo ad effetto di una notizia girata in rete il 13 giugno scorso. Va da sé che il testo segua lo scoop, trovando conferma nelle parole di un “ex ‘ndranghetista di spicco”, che ipotizzi, anzi, ne è certo, che ad armare la mano di Luigi Pietri, ormai noto come l’“attentatore di Palazzo Chigi”, vi sia una “‘ndrina’ di Rosarno”. Seppur non voglia sostituirsi “all’attività investigativa”, da professionista del mestiere sa che “nessuna persona per bene, nessuna persona che non sappia di godere della ‘ndrangheta potrebbe anche solo pensare di partire da Rosarno e fare un atto del genere. Significherebbe condannare a morte non solo se stessi, ma anche la propria famiglia”. E prosegue: “a Rosarno ci sono clan molto propensi a ricorrere alla violenza e ad atti eclatanti”, uno di questi quindi avrebbe adoperato “un disoccupato, magari mentalmente instabile” e con il “vizio della cocaina”, per inaugurare “una stagione di destabilizzazione” o lanciare “un segnale a tutta la politica” (V. Valentini 2013). Lungi dai “luoghi comuni”, l’intervistato indispettito risponde: “Non è assolutamente vero. La Calabria è piena di persone per bene, onesti lavoratori. E lo stesso vale per Rosarno.” Proviamo a porre la cosa in altro modo, cancellando da questo discorso Rosarno e la Calabria, per così dire, il significante dell’articolo. E poi chiediamoci: se Luigi Prieti fosse nato e partito da qualsiasi altra regione d’Italia situata al Nord (secondo le coordinate di quella “geografia immaginaria” di Edward Said), questo sensazionalismo avrebbe avuto senso? La dimensione geografica, culturale, locale, sarebbe stata tirata in ballo? (more…)

Breve documentario prodotto da Global Uprisings sulla comune di Gezi.
Racconta la storia dell’occupazione di Gezi Park, del suo sgombero violento e della sollevazione moltitudinaria che ha scatenato. Include interviste con alcuni partecipanti ed interessanti filmati sulle varie fasi dello sgombero, con particolare attenzione alla giornata del 15 giugno.

Taksim Commune: Gezi Park And The Uprising In Turkey from brandon jourdan on Vimeo.

Più che di un reddito di cittadinanza si dovrebbe parlare di un reddito di base incondizionato: un salario sociale legato ad un contributo produttivo oggi non riconosciuto

Sia sul sito di Sbilanciamoci che su il manifesto sono apparsi alcuni articoli critici in materia di reddito di cittadinanza (vedi, tra gli altri, gli articoli di Pennacchi, Lavoro, e non reddito, di cittadinanza, e Lunghini, Reddito sì, ma da lavoro). In questa sede, vorremmo chiarire alcuni principi di fondo per meglio far comprendere che cosa, a nostro avviso, si debba intendere quando in modo assai confuso e ambiguo si parla di “reddito di cittadinanza”. Noi preferiamo chiamarlo reddito di base incondizionato (Rbi) ed è su questa concezione che vorremmo si sviluppasse un serio dibattito (con le eventuali critiche). Le note che seguono sono una parte di una più lunga riflessione che apparirà sul n. 5 dei Quaderni di San Precario.

La proposta di un Rbi di un livello sostanziale e indipendente dall’impiego, elaborata nel quadro della tesi del capitalismo cognitivo, poggia su due pilastri fondamentali.
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Questa intervista a Carlo Romagnoli, a cura dell’Associazione A Sud, è stata effettuata durante il campeggio promosso dal Forum Italiano Movimenti per l’Acqua, dalla rete Stop Enel, dal coordinamento S.O.S. Geotermia e dal Forum Grandi Opere Inutili e Imposte che si è svolto dal 10 al 14 luglio sul Monte Amiata.

     Detroit è fallita, senza tanto rumore ma con 80.000 immobili abbandonati, centinaia di migliaia di persone espluse; eppure Chrysler si aspetta di chiudere il 2013 con un utile netto tra 1,7 e 2,2 miliardi di dollari (e sono stime, al ribasso, di qualche minuto fa), nel secondo trimestre dell’anno Ford ha registrato utili pari a 1,23 miliardi di dollari. La fine dell’industria fa fallire le città ma non le società che tali città avevano creato. La città dell’auto, quindi, non paga i pompieri ma continua a pagare dividendi; e il fatto più inquietante è che l’operazione riesce senza neppure dare conto dell’oggetto sociale.

Evidentemente il “pubblico” ha perso. Il privato (vedremo poi come) riesce a generare rendita, ma quello che più rileva, informa di sé ogni forma di vita. Con la sparizione della produzione (del capitalismo industriale), però le cose sono più complicate: mentre il pubblico, pur ridotto a simulacro (un po’ come le armate austriache agli occhi di Diaz) continua a palesarsi (e i no tav lo hanno visto anche ieri), il privato soffre di una mutazione continua che nega i caratteri che lo hanno caratterizzato per tre secoli.

Verrebbe da chiedersi, dov’è lo stato? (a parte i capelli unti alla placanica e le narrazioni terroristiche di caselli -un po’ come mio nonno che rimpiangendo i vent’anni ricordava caporetto- c’è poco stato nelle nostre vite); dov’è la proprietà privata? (non nelle cartolarizzazioni, non nei cds; e si badi le cartolarizzazioni e le scommesse -unici elementi generatori di rendita- non risparmiano l’acqua, il clima “il comune”).

Perché non chiedersi allora dov’è il diritto? (pubblico o privato che sia, poco importa, guardiamolo dal lato soggettivo ovvero obbiettivo, ma già Orestano ci avvertiva che la differenza rinviene da un equivoco su Ulpiano) quali sono le fonti del diritto (non quelle del c.c., ma quelle effettive) dove si producono le norme che regolamentano lo sfruttamento e la captazione della vita? (more…)

(articolo pubblicato su “il Manifesto” del 4 maggio 2013)

E’ ancora una volta, allarme generale! La vecchia «coppia» franco-tedesca, motore o freno a seconda dei pareri, è sull’orlo dell’implosione. Va detto ai nostri vicini quel che si meritano, anche se stanno per diventare i nostri padroni, o dobbiamo iniziare a pensare per noi, ad accettare i compromessi che dovrebbero evitare il peggio? Credo che sarebbe meglio capire che cosa stia succedendo rispetto all’ensemble europeo, le cui componenti, tutte, insieme si sgretoleranno o si salveranno. La costruzione europea si è bloccata sull’ostacolo del bilancio. Per l’opinione pubblica, è screditata. Ciononostante esiste un sistema politico unico, né nazionale né davvero federale, ma che accumula gli effetti negativi di ogni livello e che ormai comanda tutto. Risulta chiaro, osservando le recenti evoluzioni d’Italia e Francia.
L’Italia sta pagando, con un’ingovernabilità apparentemente irreversibile, la somma degli anni del berlusconismo e della «rivoluzione dall’alto» che sotto le ingiunzioni di Bruxelles e Francoforte ha portato al governo una squadra di tecnocrati strettamente legati alla grande banca internazionale. Cerca di cavarsela, con un’evoluzione dal parlamentarismo al presidenzialismo, ma il tentativo si compie attraverso un’unione nazionale fittizia, orfana di qualunque base popolare. La Francia, che le istituzioni della V Repubblica si dice salvaguardino dall’instabilità, ne subisce anche l’altra faccia.

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Étienne Balibar ha perfettamente ragione: dobbiamo “porre da subito il problema di una rifondazione dell’Unione, in vista della costruzione di un’altra Europa”. Dovremmo essergli grati per aver messo in corsivo sia “da subito” sia “rifondazione”. Si deve agire ora, e quest’azione non può dare per scontata né l’esistenza delle forze politiche da mobilitare, né le coalizioni sociali capaci di sostenere una simile mobilitazione, né le energie intellettuali da attivare, né i canali e le strutture istituzionali da assumere come riferimento.

Serve, su ciascuno di questi livelli, una campagna costituente, che sappia trasformare forze e istituzioni esistenti, crearne di nuove, incanalare lotte e “indignazione” sociali verso l’obiettivo di “costruire un’altra Europa”, producendo al tempo stesso nuovi linguaggi politici e immaginari culturali. Una campagna costituente, dicevo: non una campagna per un’“assemblea costituente”, per la quale mancano attualmente tutte le condizioni. Penso a un progetto di durata decennale, in grado di reinventare radicalmente lo spazio europeo, la sua posizione in un mondo tumultuosamente in trasformazione, le sue istituzioni e la sua cittadinanza sulla base di una nuova coniugazione di libertà e uguaglianza. E’ necessario aggiungere che una simile reinvenzione non può che essere allo stesso tempo una reinvenzione della sinistra in Europa? Se la sinistra ha un futuro in questa parte del mondo, sono convinto che questo futuro non possa che essere costruito su scala continentale.

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Ora che sono andati in frantumi i due pilastri su cui si erigeva la cittadinanza novecentesca, e cioè la centralità del lavoro, da una parte, lo Stato sociale, dall’altra, l’esigenza di rifondare il discorso sulla cittadinanza sembra trovare risposta nelle lotte per i beni comuni, cioè in pratiche di riscrittura “dal basso” delle relazioni fra persone e cose che rifiutano il modello giuridico della proprietà pubblica e privata, e aspirano a collocare il rapporto fra collettività e beni, così come quello fra collettività e istituzioni su un altro piano.[1] Ne sono prova le recenti numerose occupazioni di spazi culturali – e non – di proprietà pubblica o privata, nate per difendere la destinazione originaria del bene, come nel caso dei teatri occupati in molte città d’Italia, ovvero per restituire una destinazione “socialmente orientata” a beni già produttivi e poi abbandonati dal titolare.

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Vediamo il tema: in generale, direi, “metropoli e soggettivazione”.
Le prime due declinazioni, o le prime due domande, che Federico indica sono: “che cosa determinati fenomeni di rivolta ci dicono dell’odierna configurazione politica delle metropoli occidentali?” E d’altro canto: “che cosa queste forme di vita e di insorgenza metropolitana, che cronisti e analisti sono soliti rubricare quale impolitiche ci dicono sulla crisi delle categorie politiche che siamo soliti utilizzare?”. Dunque una prima traiettoria investe il luogo specifico delle insorgenze, l’oggetto proprio della metropoli biopolitica come fabbrica sociale; e una seconda traiettoria, parallela, cerca di lumeggiare sulla “antropologia militante” prodotta dal dispositivo metropolitano.

Bene. Se il secondo raggio di questioni mi pare già abbastanza chiaro (o ad ogni modo da interrogare in presa diretta con i movimenti, le insorgenze e i conflitti che si determinano dal Brasile alla Turchia, dagli USA all’Europa), è il primo, invece, che ancora nella nostra discussione, fa difetto. Perché in fondo noi parliamo di metropoli come parlassimo di città. E invece, questa la tesi che vorrei proporre, la metropoli non è la città, anzi: chiama esattamente ad una rottura epistemologica con l’idea di città.

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