Orientalismo all’italiana. Una genealogia del razzismo antimeridionale al tempo della crisi – Francesco Festa

Posted: 12/08/2013 in 6 settembre ::: L'Europa
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Sai molto bene dove abbiamo trovato la nostra lotta di classe:
negli storici francesi che raccontavano la lotta delle razze.
Lettera di K. Marx a J. Weydemeyer, 5 marzo 1852

Dopo il brigantaggio queste terre hanno ritrovato una loro funebre pace; ma ogni tanto, in qualche paese, i contadini, che non possono trovare nessuna espressione nello Stato, e nessuna difesa nelle leggi, si levano per la morte, bruciano il municipio o la caserma dei carabinieri, uccidono i signori, e poi partono, rassegnati, per le prigioni.
C. Levi, Cristo si è fermato a Eboli

…la maldicenza insiste, batte la lingua sul tamburo,
fino a dire che un nano è una carogna di sicuro,
perché ha il cuore troppo troppo vicino al buco del culo.
F. De André, Un giudice

1. “Un piano del terrore: la ‘ndrangheta dietro a Prieti?”. Questo è il titolo ad effetto di una notizia girata in rete il 13 giugno scorso. Va da sé che il testo segua lo scoop, trovando conferma nelle parole di un “ex ‘ndranghetista di spicco”, che ipotizzi, anzi, ne è certo, che ad armare la mano di Luigi Pietri, ormai noto come l’“attentatore di Palazzo Chigi”, vi sia una “‘ndrina’ di Rosarno”. Seppur non voglia sostituirsi “all’attività investigativa”, da professionista del mestiere sa che “nessuna persona per bene, nessuna persona che non sappia di godere della ‘ndrangheta potrebbe anche solo pensare di partire da Rosarno e fare un atto del genere. Significherebbe condannare a morte non solo se stessi, ma anche la propria famiglia”. E prosegue: “a Rosarno ci sono clan molto propensi a ricorrere alla violenza e ad atti eclatanti”, uno di questi quindi avrebbe adoperato “un disoccupato, magari mentalmente instabile” e con il “vizio della cocaina”, per inaugurare “una stagione di destabilizzazione” o lanciare “un segnale a tutta la politica” (V. Valentini 2013). Lungi dai “luoghi comuni”, l’intervistato indispettito risponde: “Non è assolutamente vero. La Calabria è piena di persone per bene, onesti lavoratori. E lo stesso vale per Rosarno.” Proviamo a porre la cosa in altro modo, cancellando da questo discorso Rosarno e la Calabria, per così dire, il significante dell’articolo. E poi chiediamoci: se Luigi Prieti fosse nato e partito da qualsiasi altra regione d’Italia situata al Nord (secondo le coordinate di quella “geografia immaginaria” di Edward Said), questo sensazionalismo avrebbe avuto senso? La dimensione geografica, culturale, locale, sarebbe stata tirata in ballo?
A seguito dell’inaudito omicidio di Fabiana a Corigliano Calabro del 24 maggio scorso, alcuni articoli di commento hanno suscitato un intenso dibattito, in particolare sulla stampa locale e poi su quella nazionale. Due titoli tra i tanti: “Calabria, la donna non vale nulla” (D. Naso, 2013), “Sono nata nella terra dove è stata uccisa Fabiana: io sono scappata, lei non c’è riuscita” (F. Chaouqui 2013). E di seguito una serie di considerazioni con un significante geografico ben preciso, la Calabria, che motiva le cause dell’efferatezza, mentre la cultura locale quando non il contesto sociale informano l’immane tragedia. Accludiamo qui alcuni stralci: “questa è la condizione delle donne calabresi. Nessuno stupore, dunque. Ma solo una rassegnazione impotente che nessun discorso di circostanza potrà mai attenuare”; le “donne calabresi” in Calabria valgono “zero”; “ragazzine costrette a ritirarsi da scuola nonostante voti ottimi e menti brillanti, semplicemente perché la ‘famiglia’ aveva scelto per lei”; “le donne” calabresi “oggetti da usare a piacimento” degli uomini; “le impavide eroine che decidono “di ribellarsi e dire no”, subiscono “il ceffone, il pugno, il calcio”; “alcune ragazzine si sono emancipate e osano truccarsi e vestirsi come vogliono”. E ancora: la lettera al Corriere della Sera di una “trentenne calabra, direttore delle relazioni esterne di una multinazionale”, che in una confessione vergata di mestizia e di rassegnazione afferma di aver scelto di abbandonare “una terra splendida” in direzione di Bologna o Milano, dove “le mamme e le figlie si baciano, si raccontano tutto”, mentre in Calabra, “terra matriarcale”, dove “la maggior parte degli avventori sono anziani”, “se a 16 anni fai l’amore e tua madre, o peggio ancora tuo padre, lo scoprono sei certa di aver dato la peggiore delusione che potevi ai tuoi genitori”; la Calabria, terra in cui si cresce “sentendosi dire cittu ca tu si fimmina, non su cosi pi tia”, dove “la violenza è virilità, che fa parte del gioco delle coppie”, dove “sono poche quelle che restano, poche quelle che amano liberamente, poche quelle che hanno compagni che le considerano loro pari in ogni cosa”; e infine un’osservazione, forse a voler confermare l’importante ruolo lavorativo da lei ricoperto, un classico quello della “donna in carriera”, ovvero la capacità di affrancarsi dalla saturazione culturale della “mentalità calabrese”, per cui non resta che la fuga: “sono le nostre madri a volerlo, i nostri padri a lavorare per poterci permettere di farlo”. Lungi da entrambe le riflessioni il pensiero di mostrare in tal modo atteggiamenti pregiudiziali o addirittura antimeridionali, cosa contro cui, anzi, puntualmente declamano, ribadendo che “chi conosce bene la realtà sociale calabrese non può accusarmi di sputare sulla mia terra”. Poco male, poiché l’orrendo omicidio non fa che essere inscritto nel contesto geografico e culturale. E se da questo lo astraessimo? Se togliessimo di mezzo il significante Calabria? Di certo affiorerebbe una macchia nera, infame, incancellabile! Quella della crescente lista della violenza che sul corpo delle donne viene praticata in qualsiasi parte d’Italia, negli interstizi del privato quando non nel mainstream, dove la ricerca delle ragioni eccede tanto in facili banalità quanto in scorciatoie culturali e nei luoghi comuni. Sia chiaro: questa violenza andrebbe letta attraverso i meccanismi e i dispositivi che la generano, cioè allargando la prospettiva al campo di forze che oscilla tra le questioni del genere, della razza e della classe (Miguel, Curcio 2012), indagando i modi in cui il corpo della donna viene rappresentato, le politiche se non le retoriche che su di esso si istituiscono, la saturazione di immaginari di cui si alimenta l’organizzazione capitalistica della forza lavoro e le forme di precarizzazione e di gerarchizzazione che lungo le faglie della classe, del genere e della razza riproducono dispositivi di assoggettamento.
Ancora altri esempi che ci proiettano nella fabbrica delle rappresentazioni inferiorizzanti che hanno come oggetto il Mezzogiorno d’Italia e, a più ampio raggio, il sud dell’Europa. Il 14 giugno 2013, il presidente del consiglio Mario Monti, intervenendo all’inaugurazione della Fiera del Levante, esordiva: “Al Sud occorre cambiare mentalità”. Un’esortazione che porta con sé qualcosa di implicito: una retorica che tende a marcare una mentalità superiore rispetto ad una inferiore. Analogamente, il paternalismo montiano prestava il destro a un’altra retorica, ormai scontata: quella di una visione dicotomica dell’Europa, la superiorità del Nord rispetto al Sud dell’Europa. Un Nord, guidato dalla Germania della Bundesbank, che tutto sommato tiene testa alla crisi, e i paesi dell’Europa mediterranea che questa crisi non la stanno solo subendo, ma ne sono considerati responsabili o corresponsabili. Sono i PIGS: Portogallo, Italia, Spagna e Grecia, con quell’assonanza esplicita, più che casuale, con il termine inglese porci: i maiali d’Europa e dunque sporchi, ripugnanti, oziosi. Debito pubblico alle stelle, mancato rispetto dei parametri fiscali e monetari, scarsa produttività e blocco della crescita, tutto all’insegna dello sperpero e della cattiva gestione politico-finanziaria: “questa la sporcizia che si annida in Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna. La causa è da ricondurre all’indolenza mediterranea, al vivere al di sopra delle proprie possibilità, alla corruzione, alla mancanza di regole, all’assenza di quell’etica del rigore e degli affari, della morigeratezza e del lavoro che già Max Weber poneva come condizione sine qua non del capitalismo” (Curcio 2012).
Sempre nel giugno 2013 il ministro del lavoro Elsa Fornero fece sfoggio di altrettanti refrain, un po’ frusti di discorsi essenzializzanti e naturalizzanti. Nel rispondere a una precaria sul tema del salario minimo, del reddito garantito e di altri ammortizzatori sociali, affermò: “l’Italia è un Paese ricco di contraddizioni, che ha il sole per 9 mesi l’anno e che con un reddito base la gente si adagerebbe, si sederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro». Insomma, un’allusione, neanche tanto velata, alla “gente” del sud. Allusione per niente originale, quella di Elsa Fornero, anzi, un’immagine scontata, pittoresca, che si fa beffa di un secolo di storia, riportando alla memoria le stampe dell’Illustrazione Italiana di fine Ottocento, dove le genti del Sud sono rappresentante come “lazzari” e “lazzaroni” (spagnolismi logorati con cui si definisce da sempre il lumpenproletariat napoletano) che mangiano con le mani pasta e pomodoro e si dilettano al sole, nella “controra”, adagiandosi nell’ozio (Dickie 1999: 126-133).
Inoltre, all’insieme di questi stereotipi vanno affiancati quelli ormai celebri: il Sud, terra della sporcizia delle clientele, dello sperpero, dell’indolenza e dell’imbroglio. D’altronde anche lo spot pubblicitario contro l’evasione fiscale, ideato dal governo Monti, riproduce un frame su cui innestare un’allusione assai poco esplicita. “La carrellata di parassiti (c’è il parassita dei ruminanti, del legno, del cane, etc.) si conclude con il parassita della società: l’evasore fiscale. L’immagine dell’evasore non è però quella del finanziere che ci saremmo aspettati ma quella di un giovane, verosimilmente un precario, bruno, tarchiato, con folte sopracciglia e basette nere: l’iconografia di un terrone” (Curcio 2012).
Dinanzi al riproporsi ridonante di luoghi comuni da una parte, e, dall’altra parte, la tendenza risentita che suscita la reazione oppure la difesa da qualsiasi accusa di razzismo, crediamo sia estremamente istruttivo prendere le distanze da questi discorsi, interromperne i meccanismi di semplificazione, di essenzializzazione e di naturalizzazione, tentando di oltrepassare la soglia delle rappresentazioni per cercare di capire cosa si nasconda dietro di queste, in quale terreno affondino le proprie radici. Detto altrimenti: interrogare il luogo discorsivo, molteplice e variegato, ricostruire la catena deduttiva attraverso cui si è affermato tenacemente il paradigma di uno stereotipo, spogliandolo tanto dei contenuti descrittivi quanto di quelli scientifici. Adoperando qualche attrezzo della celebre cassetta di Foucault, sappiamo che ogni aspetto della nostra esperienza possiede una storia: anche le cose che consideriamo come salde, al di fuori del tempo, ovvio come uno stereotipo, sono attraversate da una storicità che non è né lineare, né progressiva. Il soggetto, la verità o la razionalità non sono valori universali che ci permettano di valutare, dall’esterno, il progresso della storia, ma elementi che mutano nel tempo, differenti in ogni successiva configurazione (Foucault 2001: 43-64).
Dunque, l’esercizio che proponiamo di seguito è quello di seguire con metodo genealogico: a. l’origine e l’applicazione dell’orientalismo nel Sud d’Italia, le ragioni che lo informino e che ne favoriscano l’utilizzo; b. quindi, descrivere l’emergere dell’antimeridionalismo o, per la precisione, del razzismo antimeridionale, intendendo col termine di razza – e del suo farsi verbo, razzializzare – “la costruzione di discorsi e di pratiche, di processi economici e culturali di essenzializzazione e discriminazione che puntano alla subordinazione di un gruppo sociale da parte di un altro” (Fanon 1964; Curcio 2012); c. le “contro-condotte” e le pratiche di sottrazione al dispositivo dell’orientalismo, allo stesso tempo i processi di soggettivazione che hanno innervato i movimenti e le resistenze popolari contro “il dominio dei modi tipicamente ‘moderni’ di esercitare il potere” (Mezzadra 2012: 137) nel Mezzogiorno italiano, la gestione speciale delle popolazioni e l’emergenza come tecnologia di governo, il punto d’innesto qui è lo scontro tra formazioni discorsive e l’esercizio del potere, ovvero retorica della modernità da una parte e democrazia diretta delle comunità locali, dall’altra.

2. Il Sud d’Italia è probabilmente la regione d’Europa più tenacemente avvolta in stereotipi interpretativi da almeno un paio di secoli: luogo per antonomasia dell’arretratezza, della diversità e dell’inferiorità rispetto al resto dell’Italia e dell’Europa. Un tenace catalogo che oscilla lungo l’intersezione tra una diversità antropologica e certe dirette conseguenze in termini economiche, sociali e politici. I meridionali sono passionali, indisciplinati, ribelli, individualisti e, dunque, inabili alla formazione di una cultura razionale, civica, ordinata. Di conseguenza, il contesto sociale ed economico è sottosviluppato a causa del clientelismo politico, delle relazioni gerarchiche e patriarcali, e delle varie forme di manifestazione del crimine organizzato. Con buona approssimazione, la descrizione del Mezzogiorno potrebbe essere qui terminata per divenire cibo delle inchieste giornalistiche, delle fiction o dei documentari televisivi. All’interno di questo frame si inserisce il “dispositivo Saviano”: “a partire da una descrizione del territorio apparentemente accuratissima, pagina dopo pagina si fa descrizione morale di una popolazione preda inguaribile dei suoi incubi atavici, dunque lotta fra Bene e Male, ove il male è tanto assoluto da non potere postulare che un intervento radicale, ossia portato alle radici antropologiche della questione: un intervento dello stato-chirurgo sul cancro-popolazione” (Petrillo 2011, p. 46). Così la realtà romanzata fa buon gioco di stereotipi, corroborandosi in un atto di fede: a ben vedere, non è assai diverso da quanto in precedenza letto dai giornalisti e testimoni “diretti” sulla “realtà” calabrese.
Sebbene non manchi letteratura che faccia giustizia di questi cliché antimeridionali (un titolo fra i tanti: Nelson Moe, Un paradiso abitato da diavoli. Identità nazionale e immagini del Mezzogiorno, Napoli 2004), la ragione per cui siano ancor oggi in circolazione più prepotentemente di quanto non si voglia credere s’annida forse in quel “senso comune” sorretto dalle verità delle rappresentazioni, da immagini cristallizzate nel tempo e, semmai, corroborato persino da ricerche scientifiche.
Con Gramsci, sappiamo che il “senso comune” è “la concezione della vita”, “la morale più diffusa”, dentro una “sedimentazione” di “folklore” e di “filosofie precedenti”, ma è anche un campo “incessantemente” modificabile, penetrabile dai “luoghi comuni, quindi ambivalente. Se è vero dunque che “la sfera del ‘buon senso’ o ‘senso comune’” è “l’opinione media di una certa società” in cui “modificare, svecchiare, introdurre nuovi ‘luoghi comuni’” (Gramsci 1977: 65, 75-76), allora vale la pena interrogare come si muova questo “senso comune”, detto altrimenti: le ragioni che mantengano in vita i calchi e i modelli dell’antimeridionalismo.
Che il Settecento sia la stagione in cui tutti gli stereotipi sul carattere meridionale presero forma è ormai noto, così come i riflessi da essi provocati nelle idee e nella stampa dell’Ottocento, durante l’età delle “rivoluzioni borghesi” (1789-1848) e la Restaurazione (Hobsbawm 1963). In quei decenni, la storia si sarebbe incaricata di contenerli e rilanciarli, attutirli e ingigantirli, smorzarli e rinvigorirli, sempre a seconda dei differenti tempi della politica. Così, gli stessi topoi, da un lato sarebbero venuti utili a un mercato editoriale che sulla scoperta dell’esotico avrebbe puntato molto, da un altro avrebbero fatto il gioco di chi, nel Mezzogiorno stesso, aveva interesse a far mostra di tanta arretratezza per approfittarne prontamente, da un altro ancora avrebbero addirittura legittimato opzioni culturali tra loro diverse, quando non contrapposte, accomunando, negli stereotipi impiegati, la resistenza a ogni cambiamento sociale alla drammatica presa d’atto dell’impossibilità invece di riuscire a trasformare un mondo troppo arretrato (De Francesco 2012: 21).
Nondimeno, se non si tiene conto dei meccanismi interattivi che danno origine alle immagini è molto difficile comprendere cosa siano e come funzionino gli stereotipi intorno al Mezzogiorno, e più in generale la costruzione storica dell’identità e di cosa ci sia dietro essa. Che l’immagine del Sud si sia plasmata nel dialogo con il Nord del paese sembra un’osservazione ovvia, meno banale è invece scoprire che la sua identità si sia formata in negativo, come mancanza rispetto a un modello ideale. Edward Said con il suo Orientalismo ha offerto un’importante riconsiderazione a partire da come la civiltà europea nel corso del Settecento e dell’Ottocento abbia costruito la sua visione di un Altro, espressione ed esercizio della sua stessa supremazia mondiale, proprio a partire dalle mancanze. L’orientalismo è un esame delle innumerevoli modalità con cui una parte del mondo ne immagina un’altra per dominarla, dando vita a un tipo di analisi culturale in chiave geografica, dove la frammentazione interna dell’Europa (e nel nostro caso dell’Italia) lascia affiorare un significante pienamente coloniale.
Franco Cassano nel suo Pensiero meridiano sostiene che la categoria di Said è necessaria ma non sufficiente a capire la posizione subalterna del Sud, in quanto l’orientalismo aiuta sicuramente a costruire un’immagine dominante del Mezzogiorno italiano al contempo come paradiso turistico e inferno sociale, ma “la soggezione simbolica passa anche e soprattutto attraverso la sua definizione come luogo dell’arretratezza e del sottosviluppo, come forma incompiuta di nord” (Cassano 1996: 8). Quindi la costruzione concettuale del Sud da un lato aiuta il Nord europeo a percepirsi nella sua compiutezza di civiltà superiore, dall’altro, e soprattutto, a definire il Sud stesso come una sua copia imperfetta ovvero come una porzione della civiltà occidentale che non segue il ritmo del suo cuore pulsante, collocato lontano dalle rive mediterranee. Il Sud è un Nord “esterno” e “senza”, senza storia, senza progresso, senza la luce della ragione, senza futuro, insomma senza tutte quelle conquiste del Nord moderno. “L’idea di Sud come di non Nord, di un Sud pensato da altri, non più soggetto di pensiero, ma brutta copia di un’altra latitudine, è un processo facilmente percepibile all’interno del territorio italiano” (Cazzato 2012, 193). Lungo questa linea interpretativa, Iain Chambers richiama l’idea di una “prerogativa” dell’Europa settentrionale quando sostiene con insistenza che la divisione interna italiana è anche il risultato dell’intervento di forze esterne nel Mediterraneo: come territorio da “condizionare” dalla fine del Seicento, con la presenza della flotta mercantile e militare britannica a difesa degli interessi coloniali britannici nel Mediterraneo, come presidio del “disfacimento organico del rapporto complementare fra il Nord Italia commerciale e industriale e il Sud agricolo […] parimenti trasformati in riserve di materie prime per i mercati e la commercializzazione dell’Europa del nord e del litorale atlantico” (Chambers 2007: 119).

3. Questa prerogativa del Nord sarebbe certo comprensibile, in termini storici, se non si assuma come istitutiva l’idea che un territorio sia in grado di produrre delle azioni costituenti, vale a dire che le forme della rappresentazione abbiano effettivamente la capacità di intervenire sul reale, di interpretarlo e anche di costituirlo. Infatti la rappresentazione partecipa della stessa natura del potere, poiché entrambi hanno la capacità di istituire, sono in grado di autorizzare se non di legittimare. “La rappresentazione in generale ha un doppio potere: quello di rendere presente ciò che è assente e di costituire legittimità di questa presenza esibendo qualificazioni, giustificazioni, e titoli. Se la rappresentazione riproduce non soltanto di fatto, ma anche di diritto, le condizioni che rendono possibile la sua riproduzione, si capisce allora l’interesse del potere ad appropriarsene” (Lazzarato 2008: 219).
Il campo dell’“ideologia” e l’archivio dei “luoghi comuni” è stato dissodato approfonditamente da Gramsci, in un rapporto di tensione con il marxismo classico e di abbandono delle semplificazioni del “riduzionismo” e dell’“economicismo”, andando oltre cioè quel “preciso orientamento teorico che tende a leggere i fondamenti economici della società come l’unica struttura determinante” e leggendo “gli sviluppi ideologici con un’analisi ben più complessa e differenziata”. I luoghi comuni quando non gli stereotipi vanno situati dentro determinate “totalità strutturate in modo complesso”, ovvero le “società” o le “formazioni sociale”. In queste, “differenti livelli di articolazione (le istanze economiche, politiche e ideologiche) si combinano in modi differenti”, si “rispecchiano reciprocamente” e, con Althusser, si “surdeterminano reciprocamente” (Hall 2006: 194-195). Oltretutto è proprio Althusser a citare un passo del “vecchio Engels”, che per mettere “le cose al loro contro i giovani ‘economicisti’” disse: “La produzione è il fattore determinante, ma solamente ‘in ultima istanza’. ‘Né Marx né io abbiamo affermato qualcosa di più’. Chi dovesse ‘torturare questa frase’ per farle dire che il fattore economico è il solo determinante ‘la renderà una frase vuota, astratta, assurda’”. E sempre Althusser, in Per Marx, si chiede chi, dopo Marx e Lenin, abbia veramente esplorato “la teoria dell’efficacia specifica delle sovrastrutture” e “anche di altre strutture, politiche, ideologiche, dei costumi, delle abitudini o delle ‘tradizioni’ come la ‘tradizione nazionale’”. Risposta secca: “Ne conosco uno solo: Gramsci” (Althusser 2008: 202-205). Dunque è l’approccio gramsciano che ci consente di definire i movimenti e l’uso del campo ideologico: la formazione e la trasformazione dello stesso sono determinati e dalla struttura e dalla sovrastruttura, in una combinazione di discorsi ideologici e meccanismi economici immediatamente produttivi di “senso comune”, immagini, abitudini, frame, luoghi comuni, stereotipi.
D’altro canto, nella storia d’Italia il pregiudizio o il razzismo antimeridionali sono stati sempre adoperati per soddisfare istanze economiche ma anche politiche e ideologiche. A questo punto anche la stessa “questione meridionale” è il prodotto della “surdeterminazione” di differenti istanze. Infatti, in Alcuni temi della quistione meridionale, proprio Gramsci segnala come “l’ideologia diffusa in forma capillare dai protagonisti della borghesia nelle masse del Settentrione” rappresenti “il Mezzogiorno” dentro il refrain di “palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia”, perché “i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema capitalistico o di qualsivoglia altra causa, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari” (Gramsci, 1930: 159).
Celebre questo brano del 1930, esemplare è l’esercizio gramsciano di decostruzione e dell’unificazione italiana e della “questione meridionale”. In quel pregiudizio, o meglio, in quel razzismo antimeridionale, solidificatosi in “senso comune”, Gramsci intravede il riflesso delle istanze economiche e delle istanze ideologiche, in un rispecchiamento “surdeterminato”. In questa sovrapposizione, il pregiudizio in termini di inferiorità biologica, vale a dire di naturalizzazione ed essenzializzazione, non fa che consolidarsi nelle forme del razzismo. Intrecciato alla vicenda storica del nazionalismo, il razzismo è però qualcosa che eccede il nazionalismo. Nel famoso testo, Razzismo e nazionalismo, Etienne Balibar infatti sgombera il campo da certi equivoci lungo l’intersezione di nazionalismo e razzismo. Se i due termini si riflettano l’un l’altro, il razzismo è nondimeno qualcosa in più: “un supplemento interno al nazionalismo e sempre in eccesso rispetto ad esso, ma sempre indispensabile alla sua costituzione e tuttavia sempre ancora insufficiente per portare a termine la formazione di una nazione, o il progetto di nazionalizzazione della società” (Balibar 1996, 66). Beninteso: il razzismo è “sempre in eccesso rispetto” alle formazioni nazionalistiche e, svolgendo tale pensiero, “in eccesso rispetto” alle rappresentazioni e ai costumi delle identità nazionali.
Nel rileggere le lezioni del corso del 1976, “Bisogna difendere la società”, possiamo notare l’attenzione che presta Foucault alle mutazioni del discorso del razzismo in tecnologia di governo e gestione delle popolazioni, ovvero nel “bio-potere”. Apparso nel XVII secolo, “il discorso della lotta delle razze” diventerà “discorso del potere centralizzato e centralizzatore”, ovvero “di una razza che detiene il potere ed è titolare della norma, contro quelli che deviano rispetto a questa norma, contro quelli che costituiscono altrettanti pericoli per il patrimonio biologico […] appariranno tutti i discorsi biologici-razzisti sulla degenerazione, ma anche tutte le istituzioni che, all’interno del corpo sociale, faranno funzionare il discorso della lotta delle razze come principio di eliminazione, di segregazione, e infine di normalizzazione della società” (Foucault 2001: 58). Dalla genealogia foucaultiana ci appare in filigrana proprio la storia italiana di fine Ottocento, quella della “grande emigrazione” e, mezzo secolo più tardi, dell’emigrazione verso il triangolo industriale.
Tornando all’orientalismo, possiamo notare che sia Said che Foucault pongono in evidenza la visione binaria come dispositivo fondante del dominio sul piano culturale. E non soltanto, poiché con Gramsci abbiamo visto che i piani e le istanze si “surdeterminano”, il piano culturale, si combina con il piano economico e con il piano politico. L’orientalismo è un dispositivo che, da un esame delle modalità con cui una parte del mondo immagina un’altra per dominarla, produce una supremazia complessiva, dell’Occidente sull’Oriente, del Nord sul Sud. E Said, alla pari di Gramsci, è giunto all’orientalismo soltanto liberando “gli studi critici sul colonialismo dall’ipoteca che era stata a lungo esercitata da un’interpretazione rigida dei rapporti tra struttura e sovra-struttura, nonché del concetto di ideologia” (Mezzadra 2012: 134).

4. Tentiamo di applicare quanto fin qui detto al caso del Mezzogiorno italiano. Occorre anzitutto superare la boa di quei “discorsi biologico-razzisti” incarnati negli ultimi decenni dell’Ottocento nelle teorie dell’antropologia criminale di Cesare Lombroso e del suo allievo Alfredo Niceforo. Entrambi situavano la differenza psicologica tra i caratteri delle popolazioni italiane in “due razze”: una del Nord e una del Sud, gli “arii” e i “mediterranei”. La “decadenza” dell’Italia era causata da questa differenza razziale. Dunque la società meridionale non poteva che essere “atavica”, incline al “delitto passionale”, al brigantaggio, alla mafia, alla camorra, ovvero quelle tipiche forme di “delinquenza selvaggia e primitiva”. Invece il carattere antropologico faceva loro buon gioco per la spiegazione del perché nel Sud non esistesse “un’organizzazione del partito socialista”: i mediterranei erano profondamente individualisti, mentre nell’Italia settentrionale, il senso civico e il “sentimento di organizzazione sociale” della “razza degli arii” consentivano il radicamento socialista (Petraccone 2000: 166-173).
A fondamento dei “discorsi biologico-razzisti” vi è una logica dicotomica e binaria dell’orientalismo, che potrebbe essere archiviata dentro una stagione specifica della storia italiana: l’Ottocento delle nazioni e dei nazionalismi, l’Ottocento del “razzismo teorico” che nei crani dei sardi scoprì un “enorme numero di anomalie” e nel teschio del lucano Giovanni Passannante, la ragione della sua anarchia e le cause dell’attentato a Umberto I. Eppure la scorciatoia dell’orientalismo e delle letture pregiudiziali se non apertamente razzistiche è un’opportunità sempre facile da percorrere, fatta di interpretazioni lineari, dicotomiche rappresentazioni dove alla devianza si frappone la normalità, al passatismo la modernità, al sottosviluppo lo sviluppo, dove la bilancia pende su uno dei due termini o a causa del contesto storico e geografico che condiziona la psicologia, comportamenti e condotte di coloro che lo vivono oppure è lo stigma di stratificazioni storiche tradotte in un pot-pourri di osservazioni scontate, di descrizioni paesaggistiche vecchie addirittura di secoli, di luoghi comuni più volte lavorati. “Gli abitanti dell’Italia settentrionale sarebbero profondamente diversi da quelli dell’Italia meridionale” non è l’affermazione di Giuseppe Sergi, antropologo e autore, nel 1900, de La decadenza delle nazioni latine, bensì del filosofo Gianfranco Miglio, anche noto come l’“ideologo della Lega”: “I primi avrebbero il senso della società, della collettività, dell’interesse pubblico; i secondi, come le altre popolazioni del Mediterraneo, sarebbero individualisti, privi di senso civico, tenderebbero all’ozio. Convinto di tali diversità – osserva Vito Teti – già segnalate dai positivisti, Miglio, come dichiara a molti giornalisti […] è impegnato in un’opera di preparazione e scrittura della Costituzione delle popolazioni dell’Italia meridionale, adatta al loro temperamento e alle loro caratteristiche culturali” (Teti 2011: 14). “El profesùr” lombardo esternava queste idee senza alcuna distanza dai positivisti di fine Ottocento, peraltro trovando attento riscontro in molti giornalisti e opinionisti che hanno diffuso il suo credo senza alcun commento critico. Insomma siamo di fronte a un “passato che non passa”? Oppure, con più disincanto, abbiamo a che fare con quell’intreccio di saperi e poteri di cui è composto l’orientalismo come strumento sempre pronto per il controllo e il dominio delle popolazioni.
Qui non c’è alcuna difesa d’ufficio verso una causa meridionalistica, quanto piuttosto l’indagine di cosa si nasconda dietro questo archivio di rappresentazioni corroborate da studi pluridecorati quando non prodotti di inchieste o scoop di noti giornalisti. Se volgiamo lo sguardo agli anni Cinquanta del secolo scorso, possiamo incrociare alcune ricerche finanziate dall’Università di Harvard sull’arretratezza del Sud d’Italia. Una strana attenzione verso una regione d’Europa che desta non pochi sospetti sulle ragioni che muovono gli allievi del sociologo Talcott Parsons a condurre lunghi periodi di ricerca in sperduti paesini dell’entroterra contadino del Mezzogiorno. Lo struttural-funzionalismo fu l’approccio metodologico: vale a dire, l’individuazione della struttura di fondo della società, mostrando le funzioni assolte dalle sue parti. Nel 1958 Edward Banfield diede alle stampe The Moral Basic of a Backward Society, una ricerca condotta a Chiaromonte, un paesino della Basilicata, in cui propose l’ipotesi di una diretta connessione tra il sottosviluppo economico (secondo misure relative all’incapacità industriale, alla produttività lavorativa e agli standard di vita) e la propensione degli abitanti all’associazione, alla cooperazione e all’azione coordinata per il bene comune. Da questa miscela di dati formulò il celebre concetto del “familismo amorale”, ovvero l’assenza di un etica pubblica in luogo di una difesa di interessi particolaristici o prosaicamente familistici, per “massimizzare unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo” (Banfield 1958: 83). La ricezione di questo studio nella classe dirigente americana fu dirompente: in piena guerra fredda, regioni sottosviluppate, dove la riforma del latifondo aveva sì dato la terra ai contadini, ma senza il necessario capitale fisso per lavorarla, significava lasciare una prateria nelle mani del Partito comunista. La visione meccanica del rapporto tra campi di enunciazione e pratiche di potere riproduce quindi quella retorica paternalistica quando non dicotomica dell’Occidente che per costruire un impero e per realizzarlo, necessita “dell’idea di avere un impero” (Said 1993: 36), convinta di essere la parte “buona”, il nord, che protegge la parte debole, “cattiva”, il sud, invadendola della propria idea di sviluppo e civiltà. La compenetrazione del sapere scientifico – infarcito di abbondanti stereotipi e luoghi comuni – con il potere suscita gli effetti desiderati: “‘La morale di base di una società arretrata’ di Banfield ha contribuito a convincere i circoli politici nell’America della guerra fredda dell’urgenza di sviluppare e così trasformare l’Italia meridionale” (Schneider 1998: 6).
Quindici anni dopo, nel 1993, un altro scienziato politico americano sempre dell’Università di Harvard, Robert D. Putman, produce una nuova ricerca per interpretare l’arretratezza del Sud d’Italia, Making Democracy Work; Civic Traditions in Modern Italy. Le fonti dello studio sono le osservazioni delle “performance” di sei amministrazioni regionali distribuite su tutta la penisola. Indubbiamente il lavoro di Putman è molto più poderoso, sistematico e comprensivo del suo predecessore; muove da una sostanziale opposizione tra Nord e Sud della penisola; nei governi regionali del Nord riscontra una considerevole abilità all’esecutività e all’implementazione politica rispetto ai governi del Sud, localizzando l’efficienza dei primi in una “tradizione civica” risalente alla storia dei comuni che “da Roma alle Alpi” ne ha segnato il Medio Evo, mentre l’arretratezza dei secondi alligna sempre in quell’epoca e dai secoli successivi contraddistinti da regimi feudali e assolutistici (Putman 1993: p. 123). Il drastico contrasto e la genesi del dualismo fanno leva proprio sul dispositivo binario: un set di suggestioni dove il concetto di “collaborazione orizzontale” collima con quello di “verticalismo gerarchico”. Alla pari della stessa lettura storica, polarizzata su una struttura essenzialista: “dall’inizio del XIV secolo, l’Italia ha prodotto due” (e solo due!) differenti “modelli di governo”, due differenti “stili di vita”. Con schema adamantino, Putman fa piazza pulita di sette secoli: “Nel Nord, il popolo erano cittadini; nel Sud erano sudditi […] nel Nord la determinante sociale, politica e perfino la lealtà religiosa e le relazioni erano orizzontali, mentre quelle nel Sud erano verticali. Collaborazione, mutua assistenza, obbligazioni civiche […] erano distinguibili caratteristiche nel Nord. La principale virtù nel Sud, per contrasto, era l’imposizione della gerarchia e dell’ordine su una latente anarchia” (Ivi: 130). Vale la pena seguire Putman poiché è un sano esercizio di osservazione non tanto dell’assemblaggio quanto della cristallizzazione storica di uno stereotipo, della “stessa modalità con cui il capitale costruisce la sua Storia” (Mezzadra 2008: 37): “essa mobilita la massa dei fatti per riempire il tempo omogeneo e vuoto” (Benjamin 1997: 80). Qualche secolo dopo, al collasso delle repubbliche comunali e la loro rifeudalizzazione, il Nord anche soccombe al cattivo governo. “Nondimeno, nel Nord erede della tradizione comunale, i regnanti non governavano con autorità ma accettando le responsabilità civiche”, invece nel Sud, gli spagnoli, gli Asburgo e i Borbone, “sistematicamente promossero il conflitto tra i loro sudditi, distruggendo le reti di solidarietà con lo scopo di mantenere il verticalismo monarchico, la dipendenza e lo sfruttamento. Alla prova dell’unificazione italiana, il Nord avrebbe giovato di questo lascito, a conferma delle tesi di Putman, la sua industrializzazione è stata il prodotto delle “pratiche di reciprocità”, del “pragmatismo”, della “cooperazione”, della “mutua assistenza”, dell’“associazionismo nel rafforzamento della loro cultura civica”. Insomma di tutto quel serbatoio civico custodito per secoli e che al momento giusto aveva dato le proprie fortune. Al contrario, al Sud, dove le “reti di patronato e di clientela” persistevano “come primarie strutture di potere” perfino dopo “la comparsa dei partiti di massa”, i cittadini vivono “l’antica cultura della diffidenza e l’assenza di pratiche di mutua assistenza contrastano i progetti di sviluppo economico, malgrado questi vengano finanziati” (Putman 1993: 135-6).
Dinanzi al linguaggio dicotomico ed essenzialista è buona regola scavare più a fondo indagando il contesto da cui proviene. In questo caso l’orientalismo non lascia attenuanti se non la continuazione di un contesto egemonico e dominante. D’altronde, negli anni di Making Democracy Work; Civic Traditions in Modern Italy, l’attività regionale era oggetto di attenzione per l’introduzione di misure finanziarie internazioni, così che lo studio di Putman diviene sapere a disposizione di “policy-making circles” di vari governi, tanto italiani ed europei quanto americani, e probabilmente anche di agenzie finanziarie internazionali (Tarrow 1996: 389; Schneider 1998: 7). Senza dubbio, in questa ricerca sociologica va intravista la situazione presente in Italia, il peso politico dell’Italia nel rapporto con gli altri paesi europei, in anni cruciali per l’integrazione monetaria, e innanzitutto le relazioni Europa – Stati Uniti dinanzi alla prova dell’euro contro il dollaro. Il libro di Putman s’inscrive appunto in questo quadro internazionale tanto articolato quanto difforme negli equilibri economici e politici. I ministri delle finanze dei paesi del Nord d’Europa, diffidenti verso l’area mediterranea, dubitavano della stabilità del governo italiano e della sua capacità di abbassare il debito pubblico. Il refrain di tale pessimismo veniva segnalato proprio dal New York Times nel 1996: “La divisione Nord-Sud in Italia, un problema anche per l’Europa”, titolava un articolo del 1996. La corrispondente Celestine Bolen faceva riferimento alla divisione tra il ricco Nord e il passivo e dipendente Sud, come “conseguenza dell’unità italiana”, mettendo in guardia che la rottura era nell’aria “per l’Italia intera”, nel momento in cui quest’ultima avesse tentato “di mettere in ordine i suoi bilanci finanziari” e di entrare a far parte dell’unione monetaria europea (Ivi: 8).
Si badi che l’orientalismo è una scorciatoia imboccata con estrema facilità anche da ricercatori e giornalisti navigati. Anche in Italia ci sono degli esempi celebri. Giorgio Bocca, già nel 1990, non esitò a partire lancia in resta contro le regioni meridionali infestate dalle mafie: la divaricazione tra Nord e Sud dei risultati elettorali, spinse il giornalista dell’Espresso a ricondurre le cause alla classe politica trasformista e corrotta, con radici ben solide nella società meridionale, incapace di comprendere il senso della modernità, ma pronta a concedere tutto al proprio pessimo elettorato in cambio di sostegno. Soltanto il titolo del libro, L’Inferno, è saturo di allusioni storiche, rinviando al più famoso adagio, ripreso da Benedetto Croce nel 1923, che ricordava come il Mezzogiorno fosse sì un paradiso, ma popolato da diavoli. A suo dire, Bocca non ha alcuna intenzione di mostrare un atteggiamento antimeridionale o addirittura razzista, anche se la sua inchiesta sul Mezzogiorno è pregna di descrizioni scontate, di cliché, di descrizioni paesaggistiche vecchie di secoli. Insomma tutti stereotipi per sostenere la tesi che la tradizionale classe politica, delegittimata al Nord, al Sud invece aveva ancora acqua in cui nuotare e riprodurre il proprio consenso; e allo stesso tempo, il giornalista navigato voleva riscuotere un senso di indipendenza nel suo giudizio, nonché essere leva morale per risvegliare la società meridionale e “scardinare un sistema politico foriero di tante nequizie” (De Francesco 2012: 225). Ritorna nuovamente quella dimensione dicotomica e binaria già osservata in Putman e Banfield: da una parte, gli onesti, i buoni, i capaci, coloro che sono proiettati verso la modernità; dall’altra, le nequizie, la cattiveria, l’inettitudine; e in questa dialettica, la funzione responsabile dei primi, gli unici in grado di traghettare i diavoli verso il paradiso.
Nondimeno, nell’auspicio che da Nord giungesse a Sud una nuova resistenza, che il secessionismo nordista alleato di una politica del rinascimento meridionale scardinasse la corruzione, la criminalità e le condotte “putrescenti”, Bocca intravedeva un rischio: in questi meccanismi interattivi, come vasi comunicanti, il Mezzogiorno avrebbe potuto infettare il resto dello “stivale” con l’illegalità e l’immoralità. Nel 2006, in Napoli siamo noi, “la sua lettura del Mezzogiorno si faceva ancor più sconfortata, perché l’infezione dell’illegalità gli sembrava avere ormai risalito la penisola e il degrado meridionale, anziché eccezione nel panorama nazionale, gli pareva la mostruosa raffigurazione di una linea di tendenza ormai generalizzata” (Ivi: 226).

5. Quelli in cui scriveva Bocca erano gli anni delle rivolte campane contro la gestione commissariale dei rifiuti (la costruzione dell’inceneritore e l’apertura di nuove discariche). Parecchie decine di migliaia di persone, si calcola, in tempi e luoghi diversi, si sollevarono, puntellando di comitati popolari la geografia politica della regione, ove la democrazia autoritaria dell’emergenza divenne variabile radicalmente capovolta per una decisionalità che muoveva dal basso verso l’alto.
In quegli anni, le ragioni della protesta (la questione rifiuti) non avevano molto senso rispetto alla profondità della natura dei manifestanti. I nemici dello stato, da trattare come problema criminogeno e con rimedi militari, divennero i comitati spontanei di cittadini sorti per contestare le scelte del Commissariato straordinario per l’emergenza rifiuti. I comitati spontanei che erano contro l’“interesse generale”. D’altro canto, una volta attivato il dispositivo morale, tramite una prepotente comunicazione (“senso di responsabilità”, “senso dello stato”, “rispetto delle istituzioni”), il passaggio fu subito fatto verso la riesumazione di stereotipi e modelli inferiorizzanti. Con Antonello Petrillo e il suo gruppo di ricerca, autori di Biopolitica di un rifiuto, rileviamo come l’orientalismo abbia funzionato con una simmetria e un tempismo impeccabili: alle ragioni della protesta vengono contrapposte la naturalizzazione e l’essenzializzazione dei manifestanti mentre alla modernità delle soluzioni l’arretratezza culturale, il passatismo e il localismo. “I fini appaiono anch’essi del tutto differenti da quelli dichiarati (rifiuto della contaminazione, rivendicazione del diritto al controllo del territorio e di ciò che – in forma legale o illegale – viene sversato in esso), ma sono da ricercarsi, piuttosto, nell’oscuro intrico di connivenze e relazioni con interessi speculativi e criminali (i manifestanti occulterebbero le ‘vere’ finalità dell’opposizione, per esempio le mire speculative sulle aree in questione da parte di palazzinari e camorristi)” (Petrillo 2009: 19).
Il particolarismo del tipo NIMBY (Not In My Back Yard), stigma attaccato plasticamente dalla stampa ufficiale ai movimenti in difesa dei territori e dei beni comuni esemplarmente incarnati nel No-Tav, viene rapidamente recuperato dentro un ordine discorsivo distinto. Stampa ufficiale e larghe intese destra-sinistra convengono tutti con i caratteri più squisitamente antimeridionali, cui lo stesso Bocca fa da sponda, a conferma che le rivolte sono la prova di una differenza, di una dicotomia presente in Italia: sensatezza/insensatezza, moderno/pre-moderni – ma, più spesso, anti-moderni – trovano spiegazione in “quello sterile ribellismo capace ogni volta di opporsi alla più benevola e autoevidente delle ragioni”.
La “delegittimazione politica” delle rivolte campane si è avvalsa di un serbatoio di cliché straordinariamente ricco, consolidatosi sui piani lunghi della storia intorno alle “plebi” meridionali. “La ricerca di spiegazioni non economiche, non sociologiche e non politiche delle vicende del Sud Italia costituisce una pratica tanto antica quanto viva presso una parte significativa dell’opinione pubblica nazionale (ivi inclusa quella meridionale), dalla quale non sono affatto esclusi economisti, sociologi e politologi” (Ivi: 20). Modelli di fine Ottocento, riemersi e rinnovati in nuove forme di razzismo (il meridionale “inferiore”, “delinquente”, inabile al “self government”), viene affiancata la figura del riottoso, dell’“individualista” e del “fuorilegge”. Essenzializzazione e naturalizzazione senza limite che foraggia l’ordine discorsivo di stampa e alleanze senza colore politico per contrastare a quanto pare l’autolesionismo dei rivoltosi: nella narrazione ufficiale, il “pericolo diossina” sembra provenire essenzialmente dai cumuli d’immondizia dati alle fiamme, non dalla gestione in- controllata dello smaltimento di rifiuti tossici.
Militarizzazione di paesi e di quartieri metropolitani, gestione securitaria della popolazione, tecnologie di controllo del territorio insieme alla aggressiva comunicazione, alla campagna diffamatoria e delegittimante l’azione dei comitati, una sovrapposizione di dispositivi adoperati dalla politica, volti esclusivamente alla difesa dell’interesse generale, alla modernità contro l’arretratezza, all’affermazione della ragion di stato contro lo stato di natura, incarnato da gruppi di cittadini “eterodiretti dalla criminalità organizzata, ignoranti, egoisti, retrogradi, primitivi” (Festa 2012). Al binomio e alla dicotonomia dell’orientalismo, quei gruppi di cittadini operano un esercizio di reversibilità proprio dei dispositivi dell’ordine discorsivo dominante. Vale a dire che alla modernità e all’“interesse generale” rappresentati dall’inceneritore o dalle discariche si oppongono attraverso una mossa di sottrazione, non solo di resistenza, individuando cioè una o più vie di fuga: un’altra modernità e un altro modello di sviluppo tradotti in un altro tipo di gestione della raccolta dei rifiuti; l’esodo dalla gestione commissariale tramite forme non convenzionali, atti radicali, la resistenza dei corpi, che al contempo diviene produzione di comune: “nel senso di singolarità che si legano in termini biopolitici e danno vita a nuovi legami organizzativi, fondati sulla prossimità e sul fare comunità” (Caruso 2008: 134-149).
Non c’è una scelta della governance straordinaria di localizzazione di un qualsivoglia tipo di impianto per lo smaltimento dei rifiuti che non abbia incontrato le proteste delle popolazioni locali. In ogni paese e quartiere individuato è sorto spontaneamente un comitato popolare che si è opposto all’irrazionalità del governo d’emergenza. La reversibilità dell’orientalismo è stata proprio quella di smontare il dispositivo di rappresentazione, curvandone il senso e segnalando altre scelte di gestione di interessi comuni e di organizzazione dello spazio pubblico. La partecipazione diretta è stata il metodo dell’autorganizzazione e della cooperazione nel “fare comunità” come “tradizione dello spirito pubblico meridionale” (Piperno 1997). Il “divenire-comunità” nel corso delle rivolte (occupazione del Comune, assemblee cittadine, presidi territoriali, blocchi stradali, occupazione dei terreni per la discarica) ha prodotto un senso di appartenenza, di nuova comunità, che non ha nulla a che vedere con il localismo o con l’identità nei termini nazionalistici o razzistici. Mentre la stampa ufficiale, la classe politica, il Commissariato straordinario evocavano l’“effetto NIMBY” per licenziare le istanze dei comitati all’interno della cornice dell’egoismo e dell’individualismo, i comitati si trovavano un passo in avanti, giungendo alla critica complessiva della governance dei rifiuti, del commissariato straordinario, e della politica delle discariche. Il punto teorico e programmatico cui sono giunti i comitati è “Basta discarica. Né qui né altrove”.
Sono micro e macro modelli di sottrazione all’orientalismo, tanto individuali quanto comunitari. Laddove le autorità locali o nazionali decidano sulla vita delle popolazioni con “poteri centralizzati” e “normalizzatori”, tali modelli acquistano forza, in una narrazione che affrancatasi dall’immagine di jacquerie o insorgenza improduttiva assume la dimensione di un’altra politica, di un “fare comunità” sgrossato dai frame del antimeridionalismo (ad es.: il movimento contro la costruzione della centrale biogas nell’alto casertano; i comitati di cittadini per un altro modello di sviluppo per Taranto; il movimento No MUOS in Sicilia). Non vi è dubbio che oltre a un esercizio contro-discorsivo è indispensabile la produzione di una proposta politica nei termini di soggettivazione all’altezza dei dispositivi di assoggettamento e di dominio. Quanto avvenuto nella stagione delle rivolte contro la governance autoritaria dei rifiuti è stata una resistenza ferma alle misure militari e alla decretazione speciale, ma allo stesso tempo sono stati attivati anche processi di soggettivazione e di inversione degli stessi dispositivi di dominio, tramite l’individuazione di proposte alternative di soluzione all’emergenza rifiuti e soprattutto tramite la partecipazione e la cooperazione dei comitati popolari e dei singoli cittadini. La classe politica, l’autorità commissariale e la stampa ufficiale, una volta disarmati dell’orientalismo, hanno visto sgonfiarsi il potere deliberativo e le competenze dell’“autoevidenza”. Mentre il potere costituente delle popolazioni insorte si è dispiegato sul piano dell’immanenza, costituendo altre forme di governo del territorio e dei corpi, altri modi di vivere il Sud, producendo spazi di autonomia, partecipazione e cooperazione, con buona pace di Putman e Banfield.

Questo testo è stato originariamente pubblicato in due parti su Carmilla, letteratura, immaginario e cultura di opposizione:

http://www.carmillaonline.com/2013/06/25/orientalismo-allitaliana-una-genealogia-del-razzismo-antimeridionale-al-tempo-della-crisi-i-parte/

http://www.carmillaonline.com/2013/07/01/orientalismo-allitaliana-una-genealogia-del-razzismo-antimeridionale-al-tempo-della-crisi-ii-parte/

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